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**Come si fa a dire “stato vegetativo” se il vegetale risponde alle domande?

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Uno studio di cambridge ribalta i protocolli scientifici
di Valentina Fizzotti
Tratto da Il Foglio del 5 febbraio 2010

Tuo padre si chiama Thomas?”, ha chiesto il dottore. “No”, ha risposto il paziente in stato vegetativo senza nemmeno muovere un muscolo. I medici sono riusciti a “vedere” le risposte osservando il suo cervello su un monitor.

Il New England Journal of Medicine ha appena pubblicato uno studio dell’Università di Cambridge, in collaborazione con quella di Liegi, che è stato giudicato rivoluzionario e potrebbe definitivamente smantellare la definizione di “stato vegetativo”. La svolta è l’utilizzo di una tecnica di scanner, la “risonanza magnetica funzionale”, un’immagine che mostra “quanto” un cervello è attivo, anche se non riesce a spostare nessuna parte del corpo. Ma soprattutto “dove”: agli stimoli il cervello risponde “accendendo” una parte piuttosto che un’altra, che sullo schermo si colora di verde quando si pensa “sì” e di giallo per “no”. Ai 23 pazienti di questo studio è stato chiesto di camminare, o di rispondere a domande semplici, e in quattro hanno reagito. Ieri un giornalista della Bbc, Fergus Walsh, ha deciso di fare da cavia: guardando il suo cervello i medici hanno scoperto che ha dei figli, e pure come si chiama sua madre.

Adrian Owen ha la barba rossiccia e fa il neurologo a Cambridge. E’ stato lui a scoprire che se si chiede di giocare a tennis a una persona che non può muoversi il suo cervello lavora come se lo stesse facendo. Allo studio appena pubblicato ha lavorato con la squadra di un giovanissimo scienziato belga, Steven Laureys, il quale si è spinto a dire che la tecnica usata “potrebbe permettere ai pazienti di rispondere da soli a domande difficili come quelle sull’eutanasia”. “Avrei voluto che questa tecnica fosse stata usata anche su mia sorella”, ha detto Bobby Schindler al Washington Post: lei era Terri Schiavo, la donna in stato vegetativo condannata a morire di fame e di sete nel 2005 dopo una lunga battaglia legale. Intanto, ha spiegato Owen, “potremo finalmente chiedere ai pazienti se sentono dolore e se possiamo aiutarli con gli antidolorifici”.

Di errori ce ne sono stati tanti: il 40 per cento delle diagnosi di “stato vegetativo” sono sbagliate. In teoria chi è in questo stato ha gli occhi aperti, il suo sistema neurovegetativo è funzionante ma il paziente non è cosciente. In teoria, però. “Alcuni sanno che cosa accade intorno a loro – ha spiegato Owen – e sono capaci di interloquire”. Come avvenne a novembre nel clamoroso caso di Rom Houben, l’uomo belga dato per incosciente per 23 anni che in realtà era presentissimo. Per stabilire la sua diagnosi si era seguito un rigoroso metodo empirico, la Glasgow coma scale, considerata dagli scienziati il “golden standard” in materia. “In questo tipo di metodo si sottopone il paziente a stimoli verbali, visivi e motori – spiegano i medici del team di Laureys, che ha seguito il caso di Houben –. Tipo ‘stringi la mia mano’, ‘apri gli occhi se mi senti’, o ‘segui il mio dito’. Peccato che a questi stimoli molti malati non rispondano, eppure poi si scopre che sono coscienti. E’ capitato molte volte”. I protocolli scientifici non bastano più. “Consideriamo sbagliato parlare semplicemente di stato vegetativo – dicono –. L’alternativa non è solo quella tra una persona sveglia e una in coma per sempre. Esistono gli stati di ‘minima coscienza’, o la sindrome di ‘locked-in’, quando una mente cosciente è letteralmente intrappolata in un corpo immobile”. La stessa sindrome che da tre anni imprigiona Salvatore Crisafulli: lui con il battito delle palpebre ha messo in chiaro che non vuole essere portato a morire.




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