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Così Addis Abeba si dà alle grandi opere idroelettriche e si prepara a esportare energia a impatto zero
occhiaie di riguardo di Toni Capuozzo
Tratto da Il Foglio del 3 febbraio 2010

L’impianto idroelettrico Gilgel Gibe II, nel sud dell’Etiopia, è una meraviglia della tecnologia. Immaginate una valle scavata da un fiume, il fiume Omo. E immaginate dall’altra parte della montagna un affluente che compie un tortuoso giro in una lunga valle parallela, prima di gettarsi nell’Omo. E gli ingegneri progettano un tunnel che fora la montagna, e in un gigantesco by pass, porta l’affluente a sbucare sopra il fiume Omo, incanalato in grandi condutture che, con la forza data da un dislivello di 500 metri, azionano i quattro generatori della centrale. Ma veniamo alle preoccupazioni, che non riguardano l’opera in sé, ma il futuro energetico dell’Etiopia, e tirano in ballo questioni che intrecciano le ambizioni di sviluppo del paese, gli aiuti e le perplessità dell’occidente, e il ruolo della Cina. Lo sviluppo dell’Etiopia è frenato dalla penuria di energia. Il solo impianto di Gilgel Gibe II ha consentito di coprire più di un terzo del fabbisogno nazionale, consentendo l’allacciamento alla rete di un milione di nuovi utenti. Il problema è il piano energetico di Addis Abeba, che prevede di arrivare entro breve a una Gilgel Gibe III, e IV, e V: in un paese povero di materie prime, le montagne, gli altopiani, i dislivelli e l’acqua sono una vera e propria materia prima, e l’Etiopia sta progettando non solo di soddisfare i propri bisogni, ma di diventare un esportatore di energia nei paesi vicini.

Per riuscirci non può che contare sull’aiuto delle istituzioni internazionali, dalla Banca mondiale all’Unione europea, e sull’appoggio dei singoli paesi. Gilbel Gibe II è costato 500 milioni di euro: quasi metà – 220 milioni- ce li ha messi l’Italia, sotto forma di prestito. E italiana è l’impresa – la Salini costruttori – che ha realizzato l’opera, e che ha iniziato i lavori di Gilgel Gibe III, di un valore contrattuale triplo. Nessuno ha niente da ridire sull’opera finora svolta: il tunnel di 26 chilometri scavato nella montagna da due enormi talpe è stata un’impresa titanica, che ha messo a dura prova i margini di profitto e il rispetto dei tempi di consegna. Anche l’impatto socio ambientale è stato modesto, se non positivo. Il problema è l’impatto ambientale di Gilgel Gibe III. Mentre l’impianto inaugurato non ruba una goccia d’acqua al fiume e alla sua portata, l’impianto in progetto è più classico: una diga, realizzata più a valle, prima che il fiume Omo sfoci nelle pianure e diventi l’affluente del lago Turkana, in Kenya. E qui intervengono studi, ipotesi e interessi diversi. I primi a essere coinvolti in una modifica degli equilibri dell’area sono le tribù del basso corso dell’Omo, dedite a un’agricoltura primitiva ma efficace, che vede la semina avvenire dopo che le piene annuali dell’Omo hanno invaso i campi, e li hanno bonificati. I sostenitori della diga hanno risposto facendo presente che una diga può comandare il rilascio delle acque, sottraendola al capriccio delle piogge, e regolamentando le alluvioni. Ma quello che ha rassicurato gli agricoltori ha inquietato chi ha a cuore le sorti del lago Turkana, in Kenya.

Il lago Turkana è un laboratorio per lo studio e la sopravvivenza di molte specie ed è noto per non avere emissari: le acque evaporano per il calore. Uno dei tre immissari è il fiume Omo. Qualche ambientalista ha calcolato che la riduzione dell’apporto dell’Omo causerebbe un calo della superficie del lago, riportandolo alla situazione di quattro anni fa, quando le siccità avevano ridotto il suo bacino. I tecnici fanno notare che una diga non consuma le acque, e solo una parte minima, trattenuta nel bacino artificiale, va perduta per evaporazione. La questione sta nei tempi di riempimento del bacino: se si ha fretta, il fiume diventa un rigagnolo, se si ha pazienza, il prelievo è sopportabile. Il problema è che l’Etiopia ha fretta, e la costruzione di Gilbel Gibe III è a un quarto dell’opera. La Banca mondiale e l’FMI hanno invitato Addis Abeba a fermarsi, l’Italia pare restia a finanziare la sua parte. Il Kenya? Si è detto pronto a comprare energia dall’Etiopia, e sta costruendo un impianto eolico sul lago Turkana. Bell’intreccio tra ambiente, sviluppo, complessi di colpa europei e affacciarsi della Cina. Che provvederà a costruire due dighe, che esporteranno energia a Sudan e Gibuti.




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