- Home
- Miradouro.it
- Ambiti
- Sezioni
- Argomenti
- Serie di articoli
- Contenuti speciali
- Links

di Elie Wiesel
Tratto da cronache di Liberal del 28 gennaio 2010
Signor presidente del Consiglio dei ministri, onorevoli deputati e senatori e presidente della Corte Costituzionale, sopravvissuti, membri della comunità ebraica, come non dirvi della mia grande emozione nell'essere qui.
Mia moglie Marion ed io, presidente Fini, le siamo profondamente grati del calore e dell'accoglienza e della sincerità delle sue parole e ci congratuliamo con l'Italia. Abbiamo partecipato a tante cerimonie, abbiamo visitato tanti Paesi dove viene celebrata la memoria e posso dirvi che qui questo Paese costituisce un modello perché abbraccia tutte le sfere della società, la commemorazione in Italia.
Abbiamo assistito oggi a una cerimonia in cui il presidente della repubblica Napolitano ha dato dei premi a studenti, bambini, e quando vedi i bambini ovviamente non puoi che sorridere e ti senti anche profondamente coinvolto. Ieri abbiamo visto l'inaugurazione della mostra sull'Olocausto e quindi vogliamo ringraziarvi perché tutti noi siamo impegnati per ricordare. Siamo qui per ricordare. E allora ricordiamo insieme quest'epoca della storia che ha avvolto nelle tenebre la speranza dell'uomo. Un'epoca in cui gli assassini hanno torturato, tormentato, isolato, affamato e ucciso sei milioni di uomini, donne e bambini non per qualcosa che avevano fatto o detto o scritto o posseduto ma semplicemente perché erano i discendenti di un popolo antico, l'unico popolo dell'antichità che sia sopravvissuto all'antichità stessa.
Dove inizia la memoria? Per l'ebreo che sono, sento un profondo senso di riflessione, gratitudine e rispetto ed è con questi sentimenti che vi parlo perché Roma per noi occupa un ruolo speciale. Gerusalemme e Roma hanno memorie che si intrecciano, i saggi della Giudea venivano a Roma per perorare di fronte agli imperatori romani la causa del loro popolo e oggi io sono qui, uno dei loro eredi e discepoli che sono qui di fronte a voi, leader di questa nazione straordinaria, io numero A 7713. E sono qui a portarvi un messaggio su eventi che sono avvenuti duemila anni più tardi. Proprio in questi giorni, sessantacinque anni fa, mio padre Schlomo, figlio di Nissel e Lisse Wiesel (numero A 7712) è morto di inedia e malattia nel campo di sterminio di Buchenwald. C'erano italiani a Buchenwald? Non ricordo, ma ad Auschwitz ce ne erano e ricordo un certo Luigi, timido, gentile e introverso. Non parlava il tedesco nè lo yiddish e senz'altro non parlava il polacco: sembrava più perso di altri. Ho incrociato forse Primo Levi che poi è diventato mio amico, come lei presidente Fini ha già detto: a un certo punto siamo stati assegnati alla stessa baracca, ma non era presente nella marcia della morte verso i vagoni che ci hanno portato a Buchenwald perché è rimasto in ospedale. Buchenwald.
Ricordo la notte che siamo arrivati, molti erano morti per strada, ricordo i vagoni aperti sul treno, ricordo la tormenta di neve, molti sono morti ma alcuni con le loro ultime forze gridavano «ascolta Israele, Dio è il nostro Dio, Dio, lì». Io ero uno studente devoto e non ho potuto reprimere il desiderio di unirmi agli altri a questo appello ai cieli e sinceramente non posso spiegare perché. Ricordiamo. Nel 1945 la Germania praticamente aveva già perso la guerra contro gli alleati. L'ultima grossa battaglia nelle Ardenne è finita con una sconfitta tedesca e ciononostante le guerra di Hitler contro il popolo ebrai- co è continuata senza sosta. I sei campi di sterminio in Polonia erano stati liberati ma non i campi in Germania e in Austria. Gli ebrei erano ancora oggetto di distruzione. Ma perché? Levi dice che ad Auschwitz non c'era luce. Più tardi mi hanno chiesto in un intervista: «Quando andrà in cielo, quali saranno le parole che dirai a Dio?». Io dirò un'unica parola: «Perché?». Ma questa domanda non dobbiamo farla solo a Dio, ma anche alle sue creature: perché Hitler e i suoi accoliti nati nel cuore del cristianesimo hanno fatto quello che hanno fatto? Perché volevano ad ogni costo distruggere l'ultimo ebreo sul pianeta. Oggi riuniti per ricordare quell'avvenimento che non ha precedenti nella storia ci si potrebbe chiedere: perché riaprire vecchie ferite, perché infliggere un tale dolore ai giovani? Per i morti è troppo tardi, sì, e ciò che è stato fatto non può essere annullato. Neanche Dio può annullare ciò che è stato fatto. Tanta paura, dolore. Il tormento non può essere dimenticato, ma può essere ricordato. In che modo possiamo aprire i nostri cuori e le nostre anime al ricordo e ancora conoscere la speranza?
Oggi dovremmo dedicare la giornata non solo al ricordo ma anche alla riflessione, alla presa di coscienza. In che modo la storia giudicherà il comportamento del mondo, il comportamento dell'Italia. Ci sono state persone coraggiose e nobili - in Italia e altrove - che hanno cercato di aiutare gli ebrei. Alcuni ci sono riusciti e meritano la nostra profonda gratitudine. Mia moglie Marion e la sua famiglia sono stati salvati da una giovane coppia italiana a Marsiglia e oggi è il compleanno di mia moglie che è qui con noi. E quindi io devo agli italiani e a Marsiglia la mia felicità e quella di mia moglie. Ma quanti hanno corso il rischio? Quanti hanno aperto la propria casa a una famiglia ebrea, a un ebreo che aveva di fronte la prigione e la deportazione? Ai più bassi livelli della politica e il più alto livello della spiritualità il silenzio non aiuta mai la vittima: il silenzio aiuta sempre l'aggressore. Per molti di noi Auschwitz resta uno spartiacque nella storia. C'è un prima e un dopo: mai prima di allora tanti bambini tante famiglie sono stati uccisi da uomini spesso istruiti, colti che continuavano a manifestare la loro ammirazione per Goethe, per Schiller, per Bach e Beethoven e per Dante.
Ma che ne fu della loro umanità? Erano disumani? Forse sarebbe un'ipotesi troppo semplicistica, ma bisogna chiedersi cosa ha provocato quella metamorfosi. Negli anni io ho letto ogni libro su quell'epoca, in ogni lingua che conosco, cercando di capire. In che modo il male ha potuto raggiungere una tale profondità e una tale grandezza. Non sono in grado di spiegare la passività di chi è rimasto a guardare a tutti i livelli. Non era così difficile salvare una vita umana. Non sarebbe stato così difficile all'inizio del 1944 bombardare i binari che portavano ad Auschwitz, ma per motivi inspiegabili e ingiustificabili quei binari non sono stati bombardati. Perché?
Ho fatto questa domanda a diversi presidenti americani e nessuno mi ha dato una risposta valida. Anzi, avevo paura della loro risposta. Ma forse perché allora le vittime che avrebbero potuto essere salvate erano ebrei ungheresi, non era facile neanche capire le vittime. Come mai tanti sono riusciti aggrapparsi alla loro fede nel buio del ghetto nell'orrore dei campi? Dove hanno trovato la forza di ricostruire la loro vita sulle rovine del loro passato? Nelle sue memorie di Treblinka un superstite ha scritto: «Sarò mai capace di ridere ancora?». A Birkenau Sanmar Gradowski, membro del Sonder Commando, si chiede: «Sarò mai in grado di piangere ancora?». Eppure i sopravvissuti in Italia, Francia, America Israele, dopo la guerra sono riusciti a elaborare il lutto e la rabbia e a creare uno stato ebraico sulla terra degli avi. Solo tre anni corrono tra Auschwitz e la rinascita di Gerusalemme e la nascita dello stato sovrano ebraico.
In che modo le vittime di ieri sono riuscite a realizzare tutto ciò nel nome dell'umanità? Forse qualcuno ha la risposta: io non ce l'ho. Ma forse ricordando i morti noi diamo un insegnamento vitale ai vivi, un insegnamento sulla vita e sulla morte, sul buio e la luce, la crudeltà e la compassione. Insegniamo a chi vuole ascoltare che quello che accade a una comunità riguarda tutti, e che nessun essere umano è solo nel mondo di Dio, ma che solo Dio è solo e non dobbiamo permettere a nessuna vittima del destino o prigioniero della società di sentirsi solo, respinto, rifiutato, abbandonato.
La storia oggi vive grandi stravolgimenti la nostra generazione è segnata dal disorientamento e dalla sfiducia. I giovani abbracciano il fanatismo religioso che a volte porta anche a missioni suicide. Gli attentati suicidi sono assassini, omicidi e devono essere condannati come crimini contro l'umanità. Io rivolgo un appello a voi, presidente Fini e presidente Berlusconi: potreste essere i primi nel mondo a introdurre un disegno di legge che designi l'attentato suicida come crimine contro l'umanità. Questo non fermerebbe le mani degli assassini ma potrebbe fermare i complici. Chi insegnerà ai giovani che noi dobbiamo educare il diritto di tutti i bambini a vivere una vita sicura se non noi che abbiamo visto la parte peggiore dell'uomo? Io so che molti sopravvissuti sono preoccupati da cosa ci succederà quando l'ultimo sopravvissuto non ci sarà più. Io non sono tanto preoccupato perché credo che chiunque ascolti un testimone diventa un testimone. E quindi, parlamentari, diventate i nostri testimoni; leader dell'Italia, diventate nostri testimoni.
Io debbo confessare però che nutro anche una certa frustrazione. I testimoni hanno parlato, e poco o niente è cambiato nel mondo. Il mondo si è rifiutato di sentire, di imparare. Altrimenti come possiamo comprendere la Cambogia, il Ruanda, il Darfur, l'antisemitismo oggi. Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall'antisemitismo, cosa potrà guarire il mondo dall'antisemitismo? Io parlo dell'antisemitismo. Come si può trattare con il presidente di una nazione come Ahmadinejad, che è il primo a negare l'Olocausto e che vuole distruggere uno Stato membro delle Nazioni Unite? Come osa?
Io ho visitato tanti Paesi del mondo e un'idea - non so se realizzabile - è che dovrebbe essere arrestato e tradotto di fronte alla corte dell'aia e accusato di incitamento a crimini contro l'umanità perché la paura esiste ancora. Le guerre civili, la fame, milioni di bambini muoiono di malattia e di violenza: in Medioriente c'è un grande tumulto. La pace fra israeliani e palestinesi è ancora un sogno, ma arriverà. Se Israele ha potuto stringere la pace con la Germania, senz'altro sarà in grado di farlo con i suoi vicini. Creiamo un'occasione e mandiamo un appello a coloro che tengono in prigione Shalit. Voi avete la credibilità per farlo, quest'uomo da tre anni vive in prigione e però c'è la speranza. La speranza deve esserci. Guardiamo l'Europa che è diventata un simbolo della solidarietà internazionale: la Germania e la Francia erano da sempre nemici, si uccidevano per pochi chilometri di territorio, ma oggi sono convinto che tra questi due Paesi non ci sarà mai più la guerra, o tra l'Italia e la Francia. Cosa abbiamo imparto dal passato? Che il razzismo è stupido e che l'antisemitismo è un'infamia, che la nostra umanità è definita dal nostro atteggiamento verso l'altro, che dobbiamo scegliere tra cadere nella provocazione del nemico e il nostro dovere morale nei confronti gli uni degli altri.
La scelta è tra il nichilismo e il senso tra la paura e la speranza. Questa scelta appartiene a ciascuno di noi. Per concludere siamo profondamente commossi da voi tutti per questa giornata. Io ho sempre creduto che la vita non è fatta di anni ma di singoli momenti e questo momento conterà nelle nostre vite. Quindi noi non viviamo nel passato ma il passato vive nel presente e il nostro dovere rimane quello di umanizzare il destino, il mio e il vostro destino, ricordiamolo. Qualsiasi cosa noi facciamo e qualsiasi cosa diciamo agli altri colleghi, qualsiasi siano i nostri obiettivi, non dobbiamo consentire che il passato diventi il futuro dei nostri figli. Grazie.