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L’oblio storico sui militari italiani nei lager

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di Marco Roncalli
Tratto da Avvenire del 26 gennaio 2010

La vicenda dei militari italiani internati nei campi di concentramento del III Reich - traditi, disprezzati, dimenticati - come dice il sottotitolo di un saggio di Gerhard Schreiber, continua a costituire se non proprio un vuoto nella memoria storiografica, certamente un gap conoscitivo da colmare in tutta la sua complessità e ben oltre la questione degli indennizzi negati dalla Germania ai lavoratori coatti.

Parliamo di circa seicentomila uomini catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre che, rifiutata ogni collaborazione con il nazifascismo, vennero rinchiusi in fatiscenti campi di internamento per aver detto di no in nome della lealtà e della coscienza. No alla possibilità di evitare prigionia e lavoro coatto arruolandosi nelle Ss, come si prospettò loro sia al momento della cattura che dopo l’arrivo negli infernali Stalag ed Oflag - i campi di prigionia per truppa o ufficiali. No quando nell’estate del ’44, in seguito a un accordo fra Hitler e il Duce, fu riproposto loro l’esercito di Salò o la rinuncia alla qualifica di militari per diventare lavoratori civili: provvedimento - quest’ultimo­reso obbligatorio in settembre, che li trasformò secondo la propaganda nazista in 'lavoratori liberi' (in realtà sotto il tallone di Ss, Wehrmacht, Luftwaffe, eccetera), e finì per generare - agli occhi di alleati e italiani - sospetti di collaborazionismo cancellati solo dopo la Liberazione. Un traguardo che per loro non significò - dopo tante sofferenze - un rapido ritorno in patria, come dimostra Sabrina Frontera sul prossimo numero di 'Mondo Contemporaneo', dedicando un saggio a questa 'anabasi' conclusasi solo nei primi mesi del ’46 e che non ha avuto nessun cantore, ma i tanti frammenti della memorialistica. «…Malinconia a non finire.

Cosa vuoi mamma ormai sono quasi due mesi che sentiamo esiste attorno a noi la libertà e non riusciamo a raggiungerla completamente Ancora esistono restrizioni ancora le cicche si conservano e le ragazze non si devono guardare, la sbobba è semiorrenda e sino alle 14 non si può uscire [... ]. Il gioco delle partenze continua e i nervi sono sempre più scossi», si legge su uno dei tanti diari recuperati. E furono molti - tra i primi a rientrare, nell’estate del ’45 - quelli delusi per non aver trovato accoglienza alla frontiera. Solo in ottobre infatti venne costituito un posto di ristoro presso il Brennero, dove si distribuivano ai reduci razioni di viveri per il viaggio. Altri, per gli ex Italienische Militär­Internierte diretti al Sud, furono costituiti presso le stazioni di Pescantina, Cuneo, Bologna, Milano, Roma, Napoli, Savona, ma grazie alla Croce Rossa Italiana, alla Young Men’s Christian Association, alla Pontificia Commissione Assistenza. La fredda accoglienza riservata dalle istituzioni agli Imi, l’indisponibilità ad un vero interesse sulle loro esperienze, non costituiscono forse le premesse della rimozione di questa storia dalla nostra coscienza culturale nazionale?

Ce lo chiediamo insieme a Sabrina Frontera, che pure si domanda «se e come tali premesse abbiano influenzato non solo l’indifferenza che la classe politica antifascista spesso mostrò nei confronti degli Imi, ma anche l’enorme ritardo con cui la storiografia italiana ha manifestato il proprio interesse per queste vicende e il modo in cui gli stessi protagonisti hanno presentato la loro immagine al mondo».




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