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Quando Newman passò dagli anglicani ai cattolici fu criticato dai primi ma pure dai secondi. La sua brillante difesa
di Luca F. Tuninetti
Tratto da Il Foglio del 23 gennaio 2010
"Tutti i convertiti sono pericolosi”. Newman sapeva che questo era quello che pensavano certi cattolici di coloro che, come lui, erano approdati alla chiesa di Roma dopo aver lasciato la chiesa d’Inghilterra. John Henry Newman (1801-1890) era stato infatti ricevuto nella chiesa cattolica nel 1845 dopo essere stato negli anni precedenti fellow dell’Oriel College di Oxford, membro del clero anglicano e animatore di un movimento che intendeva rivitalizzare la chiesa d’Inghilterra riprendendone la migliore tradizione teologica.
Inizialmente la conversione di Newman fu accolta con entusiasmo dai cattolici inglesi, ma in seguito egli dovette più volte scontrarsi con la diffidenza dei suoi nuovi compagni di strada e questa esperienza si riflette nelle parole citate che egli riporta in una lettera del 1858. Se coloro che erano cattolici per tradizione famigliare guardavano con qualche sospetto ai nuovi arrivati, altri, convertiti come lui, non condividevano certi orientamenti di Newman e in particolare la sua scelta di dedicarsi all’educazione dei cattolici più che alla conversione dei non cattolici.
Nel pubblico inglese in generale le reazioni negative alla conversione di Newman furono immediate. La conversione al cattolicesimo nell’Inghilterra del tempo significava una sorte di morte civile. A quel tempo i cattolici non erano ammessi all’Università di Oxford e aderire alla chiesa di Roma voleva dire per Newman dire addio all’ambiente che gli era più caro e più congeniale. Molti parenti e amici ruppero ogni rapporto con lui. Il convertito perdeva la propria reputazione e si esponeva a ogni sorta di accuse.
Newman stesso descrive causticamente qual era l’atteggiamento del pubblico protestante inglese nei confronti di coloro che si convertivano al cattolicesimo. La mentalità corrente nega che ci siano conversioni al cattolicesimo.
Quando non si può fare a meno di ammettere che una conversione ci sia stata, si dipinge il convertito come una persona debole di carattere e di mente e si mette in dubbio la bontà delle sue motivazioni. Si comincia poi a dire che il convertito presto ritornerà alla chiesa d’Inghilterra e, anzi, che è già ritornato.
Quando questa voce si rivela infondata, si insiste sul fatto che comunque il convertito non è felice nella chiesa cattolica e che con la conversione il suo carattere è peggiorato. Si sparge la notizia che il convertito ha infine abbandonato la fede. Da ultimo, quando ogni altro mezzo è esaurito, si dimentica semplicemente l’esistenza del convertito.
Newman si riferisce qui esplicitamente alla propria esperienza ricordando le critiche e i sospetti che seguirono alla sua conversione e che lo accompagnarono poi anche in seguito. Agli attacchi di questo tipo Newman rispose almeno due volte in un modo non convenzionale. Nel 1847 era apparso un romanzo in cui si lasciava intendere che presto l’illustre convertito sarebbe ritornato alla chiesa anglicana. A questa insinuazione Newman rispose a sua volta con un romanzo, “Perdita e guadagno”: storia di un convertito.
Il libro racconta la storia di uno studente di Oxford che si confronta con le diverse posizioni religiose presenti nell’Inghilterra del tempo e infine approda alla chiesa cattolica. Il protagonista del romanzo non è propriamente un alter ego dell’autore (già solo per il fatto che ha vent’anni meno di lui).
E’ stato fatto notare che può sembrare una scelta provocatoria quella di adottare il genere letterario del romanzo per parlare di una conversione. L’Inghilterra vittoriana considerava infatti il romanzo come un resoconto realistico: la conversione non appare così come una vicenda puramente interiore e spirituale ma come una drammatica presa di posizione rispetto alla realtà del proprio tempo. L’Università di Oxford che è al centro delle vicende appare in effetti dominata dalla controversia tra i diversi partiti in lotta all’interno della chiesa di Inghilterra: evangelici, liberali, anglo- cattolici e sostenitori conservatori della chiesa di stato.
Con questo libro Newman certamente non pretende di spiegare perché lui stesso è diventato cattolico e neppure perché sia giusto diventarlo, ma piuttosto perché una persona può ragionevolmente diventarlo (evitando d’altra parte di parlare delle vicende del movimento che lo avevano coinvolto personalmente). Tuttavia nelle pagine del libro emerge una questione che ebbe un ruolo fondamentale nella conversione di Newman. Nel percorso che porta il protagonista del romanzo alla conversione è decisiva la questione del senso dei partiti all’interno della chiesa: l’esistenza di tali partiti appare inevitabile una volta che sia venuta meno un’autorità capace di stabilire l’ortodossia e si sia affermato il principio del libero esame, ma porta necessariamente a chiedersi che cosa crede e più ancora a chi crede il fedele anglicano. La domanda che percorre le pagine del romanzo è se nella chiesa di Inghilterra ci possa essere fede nel vero senso della parola. Per il protagonista del romanzo, come per il suo autore, non c’è religione senza verità ma non ci può essere verità in materia religiosa senza un’autorità che sia in grado di insegnarla.
La questione della conversione è al centro anche del romanzo che Newman pubblicò nel 1856, “Callista”. La storia è ambientata in una piccola città dell’Africa settentrionale del terzo secolo dove i cristiani convivono con i pagani e sono esposti alle loro continue accuse se non addirittura all’aperta persecuzione. Alla mente del lettore si affaccia un paragone tra la situazione degli antichi cristiani nell’Impero romano e quella dei cattolici nell’Inghilterra vittoriana. La protagonista (che dà il nome al romanzo) è una giovane pagana intelligente e sensibile di cui l’autore descrive con grande finezza il progressivo avvicinamento alla fede cristiana fino al martirio.
Nel 1864 si offrì a Newman un’altra occasione per dare pubblicamente ragione della sua conversione. In una recensione, Charles Kingsley, professore di Storia a Cambridge e autore di romanzi di successo oltre che membro del clero anglicano, affermando che per il clero romano la verità non è una virtù, attribuì a Newman l’opinione che ai cattolici è lecito mentire per difendersi dai loro nemici. Quando venne a conoscenza dell’articolo Newman fu estremamente contrariato. Ne seguì uno scambio epistolare che Newman, insoddisfatto della replica del suo interlocutore, pubblicò con alcune riflessioni conclusive. Kingsley rispose con un pamphlet in cui sollevava dubbi sull’onestà di Newman. Al di là degli aspetti personali, in questo scritto emerge la grande distanza tra la mentalità vittoriana e il cattolicesimo. Newman rimase colpito dal fatto che Kingsley insinuava o tacitamente supponeva che egli fosse in realtà più o meno segretamente “romano” quando, ufficialmente, faceva ancora parte della chiesa di Inghilterra. Newman sentì che Kingsley dava voce a una accusa, che lo aveva accompagnato fin dal momento della sua conversione, di non aver sempre conformato i suoi comportamenti alle sue convinzioni. Per dimostrare l’infondatezza di tale accusa egli decise di ricostruire quale era stato il suo pensiero in materia religiosa nei diversi momenti della sua vita mostrando come questo spiegasse le decisioni da lui prese di volta in volta. Per difendere la propria onestà non poteva fare a meno di esporre al pubblico la propria storia.
Questo Newman lo fece in uno scritto che prese la forma di sette fascicoli pubblicati a scadenze settimanali a partire dal 21 aprile. A distanza di due settimane seguì una appendice in cui rispose dettagliatamente alle accuse di Kingsley. Nello stesso anno i fascicoli vennero raccolti in un volume con il titolo “Apologia pro Vita Sua”. Newman dovette lavorare freneticamente per dare una risposta alle accuse di Kingsley mentre era ancora vivo nel pubblico inglese l’interesse suscitato dalla controversia e per rispettare le scadenze settimanali nella pubblicazione dei singoli fascicoli. Quello che ne risulta è un libro assai particolare. Non è propriamente né un’opera di controversia dottrinale né una autobiografia spirituale. Può dare una immagine unilaterale del processo che ha portato l’autore alla conversione in quanto si concentra soltanto sugli aspetti intellettuali. Ma è un libro affascinante – e non solo per lo stile o forse in quanto lo stile esprime perfettamente le caratteristiche di un’opera che è insieme serena e appassionata, molto personale ed estremamente discreta. Di fatto la fatica di Newman fu premiata da un grande successo presso il pubblico inglese, sia quello cattolico sia quello non cattolico. Ancora oggi probabilmente l’“Apologia” è lo scritto di Newman più letto. Newman fu considerato da allora di nuovo e più di prima come una figura di importanza nazionale.
Per rispondere all’accusa di Kingsley, Newman ripercorre i passi che lo hanno portato ad allontanarsi a poco a poco dalla chiesa d’Inghilterra fino ad arrivare alla decisione di entrare nella chiesa di Roma. Al tempo stesso, egli rivendica però la continuità e la coerenza del proprio itinerario. In particolare, rievocando la sua attività nella chiesa anglicana Newman osserva con soddisfazione che il principio fondamentale che la guidava gli è altrettanto caro nel momento in cui scrive di quanto lo fosse allora. Si tratta di quello che egli chiama “il principio del dogma”, l’idea che la religione non può esaurirsi in un sentimento ma richiede l’adesione a verità definite. “Sono cambiato in tante cose”, dice, “ma non in questo”.
L’idea che la conversione non richieda l’abbandono delle convinzioni precedenti viene sviluppata da Newman in un passo della sua “Grammatica dell’assenso” (1870). Questo libro è il punto di arrivo di riflessioni sulla ragionevolezza della fede che hanno accompagnato l’autore lungo tutto il corso della sua vita. Newman ha ben presente l’obiezione del razionalismo moderno secondo cui possiamo credere soltanto a ciò che è dimostrabile. Egli vede che accettare questo significherebbe ridurre la fede alla misura della ragione umana, ma ritiene che occorre allora chiedersi come possiamo essere ragionevolmente certi delle verità della fede se non è possibile dimostrarle.
In una pagina della “Grammatica” Newman si sofferma sul fenomeno della conversione da una religione a un’altra. Egli osserva che una religione è un sistema complesso di riti, credenze e norme di comportamento e che un concreto individuo non aderisce a tutte le credenze della religione da lui professata con eguale convinzione. Quando consideriamo il passaggio di un individuo da una religione a un’altra dobbiamo allora chiederci se tali religioni hanno qualcosa in comune e se le credenze di cui quell’individuo era davvero certo quando abbracciava la prima religione erano quelle che essa ha in comune con l’altra. Chi si converte abbandona talune credenze della sua precedente religione, ma bisogna vedere se tali credenze fossero effettivamente certezze di questo particolare individuo.
In effetti Newman sostiene che normalmente chi passa da una religione a un’altra tiene ferme quelle che erano le sue autentiche certezze e sono anzi proprio queste che lo spingono a superare i confini della propria religione. Per esempio tre protestanti possono diventare l’uno cattolico, l’altro unitariano e l’altro ancora ateo, continuando ciascuno a credere ciò che credeva quando si professava protestante: ciascuno di loro “ha fatto delle aggiunte, parecchie e significative, al principio che lo guidava all’inizio, ma non ha perso nessuna delle convinzioni che aveva originariamente” (trad. it. di B. Gallo, Jaca Book, Milano 2005, pag. 194).
Se è vero in generale che tutte le religioni hanno punti in comune, è vero più particolarmente per Newman che la chiesa cattolica abbraccia ogni verità che gli uomini possono aver conosciuto al di fuori di essa: “Questo è il segreto dell’influenza che la chiesa esercita, del fatto che essa attiri così tanti convertiti dalle religioni più diverse e più conflittuali. Costoro vengono, non tanto per perdere ciò che hanno, quanto per guadagnare ciò che non possiedono; e perché, per tramite di ciò che hanno, venga loro dato di più” (ibid., pagg. 195-196). Chi si rivolge al cattolicesimo porta con sé il suo essere certo e si converte “non per perderlo ma per tenerlo stretto con sicurezza anche maggiore” (ibid.). Newman arriva a immaginare il caso, certamente bizzarro, di un uomo che a partire dal paganesimo arriva al cattolicesimo passando per l’islam, il giudaismo, l’unitarianesimo, il protestantesimo e l’anglicanesimo, acquisendo sempre nuove certezze senza perdere quelle già possedute.
Per capire perché Newman insiste in questo modo nella “Grammatica” sulla persistenza delle certezze occorre considerare qual è l’intenzione fondamentale di quest’opera. Sinteticamente, si può dire che Newman vuole mostrare che la certezza non è l’esito più o meno automatico di un procedimento dimostrativo, ma una conquista personale per cui ciascuno deve e può fare affidamento sulle capacità che gli sono date dal Creatore. La persona ha le risorse che le occorrono per arrivare alla certezza e le deve usare.
Se abbandonare le proprie certezze fosse facile come sembra a uno sguardo superficiale, questo, secondo Newman, potrebbe farci dubitare del fatto che sia ragionevole fare affidamento sulla nostra capacità di arrivare alla certezza. In particolare, non sarebbe ragionevole farlo nel caso che si tratti di materie religiose, nelle quali la varietà e variabilità delle opinioni sembra prevalente. Ma secondo Newman in realtà non è così: anche in questo ambito le vere certezze sono poche ma resistono ai facili mutamenti.
La conversione può essere ragionevole perché è possibile per l’uomo arrivare a una nuova certezza. Non vedere come attraverso la conversione si mantengano le vere certezze significherebbe però gettare il sospetto sulla capacità che la persona ha di arrivare a una certezza ragionevole e quindi anche sulla ragionevolezza della stessa conversione.
Ma le riflessioni di Newman nella “Grammatica” gettano anche una luce interessante sulla condizione paradossale del convertito che lui stesso aveva sperimentato. Mentre gli uni lo accusavano di non essere stato sincero continuando a professarsi anglicano senza esserlo realmente, gli altri sospettavano che la sua adesione al cattolicesimo non fosse stabile e convinta. Gli uni e gli altri non capivano che la conversione può essere un nuovo inizio senza essere una rottura totale con il passato, che la continuità non è un segno dell’insincerità della conversione ma al contrario fa vedere come essa coinvolga le convinzioni più profonde della persona, che talvolta bisogna cambiare per restare fedeli alla verità già riconosciuta.
di Marco Burini
Un cristiano che interroga la modernità” è il sottotitolo della raccolta di saggi su Newman che l’Urbaniana University Press ha appena pubblicato con la curatela di Luca Tuninetti, docente di Filosofia nello stesso ateneo. Ma si può anche dire il contrario: la modernità che interroga il cristiano, lo mette alla prova e a volte lo risucchia. Tra fine Ottocento e inizio Novecento la chiesa visse la durissima crisi modernista (il termine modernismo fu coniato dai suoi critici e definito “sintesi di tutte le eresie” da Papa Pio X nell’enciclica “Pascendi dominici gregis” del 1907), di cui l’interprete teologicamente più attrezzato fu George Tyrrell. Il gesuita irlandese, la cui vicenda è appena stata ricostruita dal confratello Giovanni Sale sulla Civiltà Cattolica, rivendicò più volte l’eredità del cardinale inglese; la stessa cosa fece il modernista italiano Ernesto Buonaiuti.
Newman padre spirituale del modernismo? Una tesi insostenibile secondo Fortunato Morrone, dell’Istituto Teologico Calabro, che ha curato l’“Apologia pro vita sua” per le Edizioni Paoline. “Tyrrell e soci avevano intravisto nel suo concetto di evoluzione del dogma la possibilità di collegare il cattolicesimo al pensiero moderno. Volendo usare categorie attuali, dovremmo inserirlo tra i padri fondatori del relativismo e del razionalismo. In realtà, tutta la sua vita fu una lotta serrata contro questi due principi, ma anche contro un certo fideismo di derivazione protestante presente nella chiesa cattolica”. Morrone fa notare che “Newman nella sua sensibilità filosofica anglosassone si discosta dalla tradizione metafisica tomista; egli, da buon inglese, guarda la realtà con un approccio fenomenologico, in qualche modo debitore della filosofia di Locke e di Hume. Come avevano già fatto i Padri con la filosofia greca, adopera gli strumenti concettuali della tradizione empirista senza rimanere impigliato nelle conclusioni scettiche relativiste”. Per Newman, infatti, la ragione va colta nella concretezza dell’esperienza umana: sentimenti, relazioni e immaginazione – facoltà preziosissima che “è fatta per la verità e trova base nella verità” (“Grammatica dell’assenso”). E la rivelazione di Dio si dà nella storia e ha un nome, Gesù di Nazaret.
“Newman è convinto – prosegue Morrone – che la storia della chiesa dimostri la necessità di uno sviluppo interno della comprensione della fede annunciata nei secoli sia a livello dottrinale-liturgico sia strutturale. E’ l’idea di una ‘crescita’ della dottrina cristiana, idea tutt’altro che modernista”. La chiesa è un organismo spirituale che cresce nel tempo ma come qualunque organismo patisce interruzioni e regressi. Come distinguere nel percorso storico ciò che è essenziale e ciò che è marginale o nocivo? “Ci deve essere una qualche autorità, se ci è data una rivelazione e tale autorità non può essere che quella della chiesa. Non si dà rivelazione se non vi è un’autorità che stabilisca quello che ci è stato rivelato… Se il cristianesimo è a un tempo sociale e dogmatico e deve valere per tutte le età, deve avere, umanamente parlando, un interprete infallibile” (“Lo sviluppo del dogma”). Perciò, argomenta il grande convertito, le eresie sono l’espressione di una fede involuta; i dogmi, al contrario esprimono la sua crescita. Altro che modernista. Ma, come Agostino, Newman è un teologo così grande che ci sarà sempre qualcuno pronto a farlo a pezzetti per prendere quello che piace di più. O di meno.