- Home
- Miradouro.it
- Ambiti
- Sezioni
- Argomenti
- Serie di articoli
- Contenuti speciali
- Links

Tratto da Il Foglio del 20 gennaio 2010
Per Luigi Negri, oggi vescovo di San Marino e Montefeltro, Galileo è oggetto di studio da una vita.
Per lo meno da quando – correva l’anno 1963 – il Piccolo Teatro di Milano mise in scena la “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht, con annesso coro di intellettuali che non si fece sfuggire l’occasione per riproporre lo stereotipo dei lumi della scienza contro l’oscurantismo clericale. Negri era allora studente universitario e responsabile dell’attività culturale di Gioventù studentesca, e di fronte al battage mediatico legato alla rappresentazione dell’opera di Brecht redasse un opuscolo, “Sul problema di Galileo”, che proponeva una rivisitazione della vicenda fuori dagli schemi ideologici dominanti. Da allora, la riflessione sul rapporto fra cristianesimo e modernità è stata il filo conduttore del lavoro di don Negri, specie nei molti anni di insegnamento all’Università Cattolica; il testo che arriva oggi in libreria è dunque il risultato di un lungo cammino, e inquadra la questione di Galileo nella cornice del difficile confronto che ha contrapposto negli ultimi secoli la chiesa a un mondo che cercava di relegarla tra i relitti di un passato di cui sbarazzarsi: “Galileo deve essere collocato dentro il grande rivolgimento moderno: la cultura tradizionale stava finendo e la cultura della modernità stava emergendo come una serie di tensioni. Senza tenere presente questi fattori è impossibile comprendere fino in fondo il problema di Galileo”.
Tra i fattori in gioco, determinante è la rivoluzione operata nella concezione della fede cristiana da Lutero, che la trasforma in rapporto individuale con la Sacra Scrittura. Nella dura contesa con i protestanti, la questione dell’interpretazione dei testi sacri diventa dunque un punto oltremodo sensibile; ed è qui che si colloca il nodo nevralgico della questione. La chiesa infatti non ha nulla né contro la ricerca scientifica in generale, né contro il sistema copernicano in particolare – è noto che il “De revolutionibus” fu dedicato a Paolo III e che tra i suoi maggiori studiosi figuravano i gesuiti – e sa bene che la Bibbia non è sempre da intendere in senso letterale. Essa è dunque disponibile a rivedere la lettura tradizionale del testo sacro; ma per farlo chiede – per usare l’espressione del cardinal Bellarmino – una “vera demonstratione”. Che all’epoca non c’è; per cui Galileo è ammonito nel 1616 non ad abbandonare il sistema copernicano, ma ad insegnarlo per quel che è in quel momento, una promettente ipotesi matematica la cui corrispondenza con la realtà fisica è ancora da dimostrare. Lo scienziato pisano invece, nell’impazienza di far accettare la nuova cosmologia, insiste sulla questione dell’interpretazione biblica, alimentando così una disputa che arriva fin sui pulpiti delle chiese e in cui finiscono per infiltrarsi anche suggestioni di tipo protestante sul “libero esame” delle scritture. E’ a questo punto, osserva monsignor Negri, che si inserisce l’intervento della chiesa: volto non ad affermare il sistema tolemaico in sé o un letteralismo che le è estraneo, bensì a difendere ciò che più le sta a cuore, ovvero la fede del popolo, dalle conseguenze di un dibattito che può facilmente minacciarla.
In ultima analisi nel caso Galileo non è in discussione il valore della scienza in sé, ma il suo ruolo nella società: se essa sia l’ultima parola sulla realtà, o se debba fare i conti con altri fattori e criteri che non riconducono l’uomo e il mondo ai loro aspetti misurabili e manipolabili. L’alba di un problema insomma che, allora in nuce, si mostra nei secoli seguenti e oggi in tutti i suoi drammatici risvolti. Per questo vale la pena metterne a fuoco l’origine senza pregiudizi.
Luigi Negri - Franco Tornaghi
Con Galileo oltre Galileo
SugarCo - pp. 245 - euro 18, 00