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Sui temi della biopolitica i finiani mi accusano senza conoscere la realtà

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Selezione degli embrioni e altro
di Eugenia Roccella
Tratto da L'Occidentale il 19 gennaio 2010

Caro direttore,
in questi giorni, grazie a una sentenza del tribunale di Salerno sulla procreazione assistita, si è aperto un dibattito stimolante, che ha toccato questioni essenziali come il rapporto della politica con la modernità e con la scienza, ma anche il nodo del diritto al figlio sano. Il caso ormai è noto: una coppia portatrice di una gravissima patologia genetica, vorrebbe dare un fratellino al bimbo (fortunatamente in buona salute) che ha già. Per avere la garanzia che anche il secondo figlio sia sano chiede di poter ricorrere alle tecniche di fecondazione in vitro, e in particolare alla selezione genetica, proibita dalla legge. Per farla è necessario produrre un numero molto alto di embrioni, eliminando poi quelli malati; in realtà, visto che solo uno o due embrioni potranno svilupparsi e nascere, tutti quelli in più, anche se privi di difetti genetici, saranno inevitabilmente scartati.

Sul Giornale, la mia collega e amica Melania Rizzoli ha difeso la sentenza, affermando che «la selezione genetica di embrioni sani è equivalente ad una terapia avanzata che impedisce ed elimina una malattia sicuramente mortale». Non è così: la diagnosi preimpianto non cura la malattia, ma elimina semplicemente il soggetto malato, in questo caso l’embrione. Non è medicina preventiva, come l'assunzione di acido folico in gravidanza, che evita alcune malformazioni, tra cui la spina bifida. Selezionare vuol dire affermare che un disabile ha un diritto alla vita attenuato, e che sani e malati non sono in una condizione di parità. Inutile girarci intorno: tutto questo si chiama eugenetica. L’eugenetica è sempre stata introdotta «a fin di bene», motivandola con la pietà e con la necessità di eliminare il dolore. È qui che si inserisce la nuova utopia scientista che, sostituendosi alle grandi utopie sociali del secolo scorso, promette ancora un uomo nuovo, e ci illude che la sofferenza, la malattia, l’imperfezione, l’ingiustizia del caso, si possano sconfiggere e abolire. Un’illusione che trasferisce sul terreno della tecnoscienza la volontà - sempre pericolosa - di modificare la natura umana, di intervenire per «raddrizzare il legno storto dell’umanità». Ha fatto bene Giorgio Israel, sul Giornale di sabato scorso, a sottolineare come sia antiscientifico attribuire alla medicina uno statuto di scienza indiscutibile, in grado di offrire certezze. Per avere conferma sul piano pratico delle acute osservazioni di Israel, basta considerare alcuni studi recenti, assai poco rassicuranti: il tasso di disabilità tra i bimbi selezionati geneticamente sembra essere uguale o addirittura maggiore di quello esistente tra i bambini non selezionati.

Sulla tecnoscienza come nuova utopia della perfettibilità, intrinsecamente illiberale, dovrebbero forse riflettere di più gli amici di Farefuturo. In un articolo di ieri Sofia Ventura mi accusa di promuovere una destra paternalista, antimoderna, e anche un po’ terrorista, perché disegna «piani di manipolazione su larga scala» e scenari che non esistono. Ma la Ventura conosce il dibattito internazionale sulla bioetica, e conosce la realtà e le leggi degli altri Paesi occidentali? Quando cito la normativa inglese, che permette di selezionare embrioni che possono (e sottolineo che si tratta di una possibilità, non di una certezza) sviluppare da adulti un tasso di colesterolo troppo alto, parlo di normative vigenti in un Paese liberale, a noi vicino. Quando ricordo che in America (ma il dibattito è approdato anche in Gran Bretagna) è ammessa la selezione di bambini sordi, eliminando appositamente gli embrioni sani, perché alcuni genitori sordi vogliono figli che abbiano le loro stesse caratteristiche, parlo di legittima applicazione della tecnica negli Usa. Potrei continuare. Ma mi interessa di più un altro argomento proposto dall’articolo: la distinzione tra diritto e libertà. La Ventura conviene che il diritto al figlio sano non può esistere, ma che deve valere la libertà di ricorrere alle tecniche secondo i propri criteri soggettivi. La libertà, però, va regolata, e se non ci fossero norme e divieti, sarebbe possibile fare un figlio a 70 anni, vendere e comprare ovociti ed embrioni, affittare uteri. Perché no? Se deve valere il mio criterio soggettivo, perché mettere limiti? E perché, soprattutto, questa distinzione tra diritto e libertà non vale per il fine vita? Ognuno di noi ha la libertà di morire, di mettere a rischio la propria vita e la propria salute. Ma tutto questo non può essere codificato in diritti esigibili. Esistono norme che impongono la cintura di sicurezza e il casco, e che vietano la vendita dei propri organi o il suicidio assistito. Insomma, sono libero di suicidarmi, ma non posso pretendere che il medico, o il Servizio sanitario nazionale, siano obbligati a garantirmi questa possibilità. Dagli interventi, un fatto emerge con chiarezza: di biopolitica non si può parlare senza entrare nel merito e nel dettaglio delle questioni. Insomma, dobbiamo discuterne di più, e in modo più approfondito.

(da il Giornale)




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