Le riflessioni del grande filosofo del diritto sugli aspetti più scottanti del rapporto fra tecnica e vita
di Andrea Galli
Tratto da Avvenire del 9 gennaio 2010
Lo Stato democratico di diritto è l’esito di un lungo processo di secolarizzazione, che ha trovato la sua accelerazione decisiva nelle guerre di religione tra ’ 500 e ’ 600. Dall’esplosione di quei conflitti è maturata l’eticità propria dello Stato moderno, la sua funzione «neutralizzante» : la capacità di gestire e mantenere la convivenza pacifica dei suoi membri. Funzione cruciale, che oggi è messa alla prova non più dallo scontro tra confessioni cristiane, ma da quello tra visioni bioetiche.
Così il giurista e filosofo del diritto Ernst-Wolfgang Böckenförde, che si appresta tra l’altro a compiere 80 anni, ricorda che il dibattito al calor bianco sul rapporto tra tecnica e vita umana, piaccia o non piaccia, è una delle più delicate sfide alla tenuta dell’impalcatura giuridica che l’Occidente considera una sua conquiste. E non può essere minimizzata.
Morcelliana, che da qualche anno dedica una particolare attenzione al pensatore tedesco, manda ora in libreria un testo, Dignità umana e bioetica – ben curato da Sara Bignotti – che contiene due suoi interventi, uno apparso nel 2003 sulla rivista Juristen Zeitung e l’altro del 2001, un’intervista rilasciata al quotidiano Süddeutsche Zeitung.
Nella prima di queste riflessioni Böckenförde affronta il tema bioetico da par suo, partendo da un punto di vista meramente laico e costituzionale: il Grundgesetz, la legge fondamentale della Repubblica fede- rale tedesca del 1949 – ispirata alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – il cui primo articolo sulla «dignità umana inviolabile» ha influenzato altre Carte, fino a quella dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sottoscritta nel 2000.
La sottolineatura di questo portato «etico», la dignità umana intangibile, va al di là dell’assoluta neutralità dello Stato? No, risponde Böckenförde, è semplicemente una di quelle famose «precondizioni» che permettono allo Stato liberale di essere tale: è il postulato della sua «dignità» incondizionata ciò che garantisce all’uomo la libertà di essere se stesso. «Dil’ottenimento gnità» che, per quanto riguarda la sua recezione da parte dello Stato moderno, ha una matrice nettamente illuministica e kantiana: come concezione dell’uomo fine in se stesso e come obbligo di trattare l’umanità sempre quale fine e mai come mezzo.
A questo punto si tratta di verificare quanto siano legittime le varie interpretazioni di «dignità» oggi sul mercato delle idee. E qui Böckenförde non ha esitazioni ad affermare che, in quanto apriori giuridico, la «dignità umana» deve evitare due fondamentali abusi: non può essere fatta dipendere, nella sua definizione, dai dati provvisori e in fieri delle scienze naturali – che devono essere tenuti in considerazioni semmai per questioni applicative – ma deve fondarsi su un’ «argomentazione avente una autonoma sussistenza filosofica, etica e giuridica e una sua sostenibilità e forza di persuasione» ; E, sempre in quanto apriori, la «dignità» non può che riferirsi all’uomo tout court, dal suo concepimento alla sua fine biologica. Questo perché «il concetto di un diritto alla vita graduale, se preso sul serio, è atto a distruggere lo stesso diritto alla vita». Da ciò discendono alcune considerazioni su questioni specifiche, dall’eutanasia al divieto di distruzione dell’embrione, «uomo in nuce» : «L’ottenimento di staminali attraverso l’uccisione di embrioni non si può di conseguenza giustificare... Come si può per esempio dichiarare a un paziente affetto da mucoviscidosi [ anomalia ereditaria] che non è possibile uno sfruttamento di embrioni per di staminali nell’interesse della ricerca finalizzata alla guarigione? L’argomentazione sarebbe la seguente: naturalmente può e deve essere fatto di tutto per cercare la via per guarire la tua grave malattia. Ma tu stesso sei stato una volta un minuscolo embrione, sia prima che dopo l’impianto. E, comunque, non si può ammettere che tu potessi essere eliminato, anzi che sussistesse il diritto di eliminarti per scoprire forse un giorno qualche mezzo terapeutico, percorrendo questa via».
Anche la rinuncia all’importazione di cellule staminali ricavate da embrioni umani – non importa se «soprannumerari», ovvero avanzi di operazioni di fecondazione assistita o meno – diventa una «questione di coerenza e credibilità», poiché «il ricettatore non è migliore del ladro». E, per quanto riguarda la diagnosi genetica preimpianto (Dgp), è da respingere l’argomentazione capziosa secondo cui «dignità e autodeterminazione vietano di costringere la donna a mettere al mondo un figlio eventualmente affetto da una grave malattia». Per Böckenförde, infatti, «i genitori o la donna né sono ridotti a un oggetto dal divieto della Dgp, e strumentalizzati, né sono lesi nel loro diritto all’autodeterminazione. La loro decisione – se e quando vogliono colmare il desiderio di un figlio, possibilmente per via della fecondazione in vitro – è libera e autodeterminata; sono tenuti unicamente, se vogliono un figlio, a volerlo in quanto tale e non solo un figlio con caratteristiche determinate. È sbarrata la strada alla selezione degli embrioni, che sono precisamente uomini in nuce; non può essere materia disponibile in mano a genitori o a terzi. Niente più che questo». Kant avrebbe sottoscritto? Per Böckenförde certamente sì.
Ernst- Wolfgang Böckenförde
Dignità umana e bioetica
Morcelliana - pp. 90 - euro 10,00