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Se Praga sfida pechino

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di Vincenzo Faccioli Pintozzi
Tratto da cronache di Liberal dell'8 gennaio 2010

A Vaclav Havel piace combattere contro le dittature.

Lo ha dimostrato con la sua pelle e la sua libertà durante la lunga lotta verso la libertà combattuta dai Paesi satelliti dell'Unione sovietica, e lo dimostra ancora oggi lottando contro l'ultimo monolite della repressione. La Cina comunista non deve piacergli molto e, dopo aver stretto legami fraterni con il Dalai Lama e la leader uighura Rebiya Kadeer, è sceso lancia in resta per cercare la liberazione di Liu Xiaobo. Dissidente e professore universitario, Liu è stato condannato il giorno di Natale a undici anni di galera con l'accusa di "aver fomentato la sovversione antistatale". La sua vera colpa è quella di aver scritto e firmato Charta '08, un manifesto per la difesa dei diritti umani in Cina che si ispira, evidentemente, a quella Charta '77 lanciata proprio da Havel. Che ha deciso di presentarsi insieme ad altri due oppositori del regime sovietico all'ambasciata cinese della capitale ceca per chiedere la liberazione di Liu. Havel era accompagnato dall'attore Pavel Landovsky e dal vescovo Vaclav Maly, due figure di spicco nel corso della rivolta anti-sovietica degli anni Ottanta. Ai giornalisti riuniti davanti all'ambasciata ha detto: «Siamo qui per chiedere al presidente e al governo cinese di non perseguitare coloro che combattono per i diritti umani. Diritti che, tra l'altro, sono sostenuti dai trattati internazionali siglati da Pechino». Havel, presidente cecoslovacco (poi ceco) dal 1989 al 2003, è uno degli autori di Charta '77. Il documento, pubblicato esattamente 33 anni fa, chiedeva al regime sovietico al potere nel Paese europeo di rispettare i diritti umani della popolazione. Liu è uno degli estensori di Carta '08, che si ispira proprio a Charta '77 e do- manda democrazia e rispetto per i diritti umani come base per un vero sviluppo integrale della Cina. Nella lettera indirizzata a Hu Jintao, il trio ceco definisce il processo contro Liu «il frutto di un ordine politico, un evidente avvertimento a tutti coloro che potrebbero aver voglia di seguire le sue tracce».

Havel chiede a Pechino di «assicurarsi che l'appello presentato da Liu venga gestito in maniera corretta. Chiediamo inoltre che vengano ritirati gli arresti domiciliari e la sorveglianza della polizia imposti a coloro che hanno firmato Carta 08. Si deve smettere di criminalizzare la libertà di parola e liberare tutti i prigionieri di coscienza». L'ex dissidente, dicevamo, ha già irritato il governo cinese invitando a una conferenza il Dalai Lama e Rebiya Kadeer, la leader uiguri in esilio negli Stati Uniti. Dopo aver suonato diverse volte alla porta dell'ambasciata, senza ricevere risposta, Havel ha imbucato la lettera: «Non mi aspettavo che l'ambasciatore ci avrebbe ricevuto, ma almeno un usciere avrebbe potuto prendere la lettera». Questo è il metodo di Pechino, il modo di fare di una dittatura silenziosa: se a gridare sono i dissidenti, anche di altri Paesi, non risponde. Se invece a parlare sono i governi, in un attimo escono i bilanci aziendali e statali e le proteste - davanti al potere economico del dragone - svaniscono in un attimo. Semplicemente ammutoliscono, impauriti che infastidendo troppo l'imperatore si possano perdere commesse economico e sostegno in senso al Consiglio di Sicurezza Onu. Con il risultato che le cose, come nel Gattopardo, cambiano del tutto per non cambiare niente. Havel ha però una conoscenza profonda e personale dei totalitarismi e, per quanto ammodernizzato e potente, quello ci- nese è ancora lontano dai picchi di crudeltà commessi dai sovietici. Quindi, nessuno meglio di Havel può svolgere il ruolo di coscienza critica di quell'Occidente che, davanti a Cina e Iran, sembra aver perso la voce dura e imperativa che contrapponeva alle urla del regime di Mosca.

Come ha scritto Ding Zilin, fondatrice e leader delle "Madri di Tiananmen", «mostrando il suo denaro e usandolo per sottolineare la debolezza altrui, il regime cinese ha puntato il dito contro la crisi finanziaria internazionale per cercare di farla passare come il tallone d'Achille dell'Occidente. In altre parole, ha glorificato il "modello cinese" dal punto di vista economico per giustificare la repressione effettuata contro i valori universali dell'uomo. Ma in Cina non esistono libertà, diritti umani, uguaglianza, repubblica, democrazia o tanto meno governo costituzionale». E una situazione del genere, scrive invece l'ex presidente cecoslovacco, «non può durare a lungo. In gioco in questa partita, infatti, non c'è soltanto la libertà d'espressione o la libertà personale dei cittadini cinesi. Qui a rischiare è l'intero sviluppo economico del dragone d'Oriente, che se continua a schiacciare la propria coscienza civica non riuscirà ad evolversi». Ogni giorno che passa, l'impatto e la forza morale espressi da Charta '08 crescono più forti. Eppure, per quanto si possa cercare, non si trova neanche una persona che abbia ceduto alle pressioni e abbia ritirato il suo sostegno ai valori espressi nel testo. Questa è la più importante delle lezioni, data da un popolo in ginocchio. La lezione per un Occidente sempre meno dritto.

"Ecco perchè sostengo la Charta della nuova Cina"

di Vaclav Havel

Nel gennaio del 1977 un gruppo di cittadini cecoslovacchi, dei quali ho avuto il privilegio di fare parte, ha pubblicato un documento chiamato Charta '77. Quel testo era la nostra richiesta per una protezione migliore dei diritti civili e politici di base da parte dello Stato. Era anche un modo per articolare un nostro credo secondo cui, come cittadini, avevamo una certa responsabilità: lavorare con il governo per assicurare, tramite la nostra vigilanza, che tutto questo avvenisse. Con la pubblicazione di Charta '77 volevamo creare non un'organizzazione di membri ma invece, come ho scritto, «una comunità libera e informale di persone con credi, convinzioni e professioni diverse unite però dalla volontà di combattere, insieme ma anche individualmente, per il rispetto dei diritti umani e civili nella nostra nazione e nel mondo intero». A oltre tre decenni da quegli avvenimenti, nel dicembre 2008 un gruppo di cittadini cinesi ha deciso di prendere il nostro modesto sforzo come proprio modello. Hanno deciso di presentare una richiesta simile - per i diritti umani, per un buon governo e per il rispetto della responsabilità dei cittadini a vigilare sull'operato del proprio governo - per assicurarsi che il loro Stato assuma le regole di una moderna società aperta. Il documento che hanno pubblicato è impressionante. In esso, gli autori di Charta '08 chiedono la protezione dei diritti umani, una maggiore indipendenza del sistema giudiziario e una democrazia legislativa. Ma non si fermano lì. Con il passare del tempo, abbiamo capito tutti quanti che una società libera e aperta significa molto di più che la protezione dei diritti primari. E, avendolo capito, gli autori e coloro che hanno firmato Charta '08 chiedono una maggiore protezione dell'ambiente, un modo per superare la spaccatura fra società rurale e urbana, una migliore gestione della sicurezza sociale e un serio sforzo per riconciliarsi con quei pesantissimi abusi ai diritti umani commessi negli ultimi decenni.

I firmatari originali, più di 300 persone, vengono da ogni percorso di vita e da ogni parte della Cina: una testimonianza di come siano estese e ampie le idee contenute in Charta '08. Fra i firmatari del documento ci sono alcune fra le menti più brillanti del Paese: non soltanto della giurisprudenza, ma anche delle scienze politiche, delle arti, della cultura e dell'economia. La decisione di firmare un testo del genere non è sicuramente stata facile da prendere: per questo, le loro parole non possono e non devono essere bruscamente messe da parte. Da quando la Charta è stata pubblicata, oltre diecimila persone hanno aggiunto il loro nome in calce. La Cina del 2008 non è la Cecoslovachia del 1977. In molti modi, quella cinese è una popolazione più libera e più aperta di quanto non fosse il mio popolo trent'anni fa. Eppure, la risposta delle autorità cinesi al documento è in molti modi parallela a quello delle autorità ceche dell'epoca.

Invece di rispondere alla nostra richiesta di dialogo e dibattito, Praga decise per la repressione. Alcuni firmatari vennero arrestati, altri molestati e interrogati fino allo stremo. Il nostro movimento e i suoi scopi vennero falsamente presentati come "pericolosi"e "assetati di sangue". Allo stesso modo, il governo cinese ha deciso di ignorare la richiesta di discutere, con i firmatari di Charta '08, le loro proposte nel merito. Invece, ne hanno arrestati i leader - Liu Xiaobo e Zhang Zuhua - che secondo Pechino hanno avuto un ruolo primario nell'organizzare la stesura del testo. Zhang è stato rilasciato; Liu, noto scrittore e intellettuale, condannato a undici anni di galera senza prove. Dozzine di altre persone sono state interrogate, e un numero non calcolabile vive sotto la stretta sorveglianza degli agenti della polizia segreta, che ne monitorano telefonate ed e-mail per riferire poi ai loro superiori. Poco dopo la pubblicazione di Charta '77, sono stato arrestato con l'accusa di aver commesso "seri e gravi crimini contro i principi basilari della Repubblica". Liu Xiaobo è stato processato e condannato per crimini di "sovversione contro i poteri statali", un crimine arbitrario esattamente come il mio. Sono rattristato da questa svolta negli eventi e il mio pensiero va alla moglie di Xiaobo, Liu Xia, che non ha potuto neanche parlare con il marito. Il governo cinese dovrebbe imparare bene la lezione del movimento di Charta '77: dovrebbe oramai aver capito che l'intimidazione, le campagne di propaganda e la repressione non possono sostituire il dialogo. Soltanto il rilascio immediato e incondizionato di Liu Xiaobo potrebbe dimostrare che, in Cina, la lezione che abbiamo pagato con il sangue è stata imparata.




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