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**Là dove c’era l’erba oggi c’è un bel ghiacciaio, malgrado i catastrofisti

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Negli anni 40 era peggio di oggi. Come ci racconta Bocca
di Piero Vietti
Tratto da Il Foglio del 5 gennaio 2010

“Si restringono ma non per sempre; così i ghiacciai possono rinascere”. Forse freudianamente in colpa dopo un anno vissuto da catastrofista, Repubblica di domenica dedicava un’intera pagina (con tanto di richiamo in prima) a una recente ricerca dell’Eth che spiega come i ghiacciai alpini negli anni Quaranta si ritirassero molto più velocemente di oggi e fossero più piccoli di adesso. Che sia così più o meno da sempre, che cioè i ghiacciai crescano e diminuiscano nel tempo seguendo una sorta di schema a zig zag, è noto a chi le montagne le conosce da una vita. Nel suo “Le mie montagne: gli anni della neve e del fuoco” (Feltrinelli, 2006) Giorgio Bocca racconta la sua formazione biografica e militare sui monti delle Alpi, e da semplice ma acuto osservatore della realtà annota: “Sopra i tremila niente è cambiato in questi secoli, la linea dei boschi è rimasta stabile, i ghiacciai camminano un po’ più in su e un po’ più in giù”. E aggiunge: “Sotto, invece, un mutamento continuo degli uomini e degli animali, delle macchine e delle case”. Raggiunto dal Foglio, lo scrittore conferma e ricorda come “una volta, per esempio al colle del Teodulo, dal Plateau Rosa a Cervinia, passavano le greggi, e adesso c’è un ghiacciaio. Quindi cambiamenti enormi sono già avvenuti nel recente passato: parlo infatti del 1700”.

Prima dello studio dell’Eth abbiamo letto per anni articoli preoccupati su scioglimenti da record e montagne che non sarebbero più state le stesse; a chi sottolineava che non troppo tempo fa la linea dei ghiacciai era variata più volte, veniva risposto: “Però mai a questa velocità”. Invece. Questo potrebbe essere un altro tassello buono per completare il puzzle del realismo scientifico che l’allarmismo climatico (non ambientale, si badi) degli ultimi decenni ha cercato a più riprese di scombinare, sostituendo l’osservazione (troppo banale?) della realtà con modelli di previsione fatti al computer che curiosamente tendono sempre al peggio; si aggiunga poi che sulla base delle urgenze derivate da queste previsioni si lanciano proclami politici (che poi falliscono, come ha insegnato Copenaghen), piani di investimento economico e si mettono al bando le flatulenze delle mucche e i gas di scarico delle auto. E il sole? Nella vulgata catastrofista, il sole non c’entra niente. Peccato che a sentire gli autori della ricerca sui ghiacciai, Matthias Huss e Martin Funk, la causa del veloce scioglimento degli anni Quaranta era proprio la nostra stella: “Settant’anni fa il livello di radiazioni che giungeva a terra era dell’8 per cento superiore rispetto a oggi”, dicono. E per gli amanti dei numeri aggiungono: “Se si estrapolano i dati per l’intero decennio dei Quaranta risulta che la quantità di neve e ghiaccio che si è sciolta è stata superiore del quattro per cento rispetto a quella di quest’ultimo decennio”. Eppure allora nessuno ci diceva che nel giro di poco tempo le nostre montagne sarebbero state un ammasso di sassi polverosi come oggi si affrettano a vaticinare gli esperti di turno.

Nel frattempo il nord Europa in questi giorni è di nuovo alle prese con il freddo e con nevicate molto intense. A questo proposito è illuminante rileggere una previsione del Cru, il centro inglese di ricerche sul clima, tra i più ascoltati al mondo e protagonista dello scandalo delle e-mail rubate ai climatologi che il Foglio ha raccontato: nel 2000 gli scienziati avvertivano che le nevicate erano “ormai una cosa del passato” e che la neve era “destinata a scomparire dalle nostre vite”. Qualcuno lo vada a spiegare agli inglesi e ai milanesi in questi giorni.


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