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Monsignor Giampaolo Crepaldi e la necessità di guardare alla Caritas in veritate come a una “pista” per comprendere il mondo in cui viviamo
di Emanuele Boffi
Tratto da Tempi del 14 dicembre 2009

Monsignor Giampaolo Crepaldi è arcivescovo di Trieste ed ha collaborato all’estensione dell’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate. Quando uscì l’enciclica si era nel momento topico della crisi economica. Oggi assistiamo a qualche pur piccolo accenno di ripresa.

Eccellenza, cosa ha da dirci ancora l’enciclica? In cosa mantiene la sua attualità?
Tutto il discorso di Benedetto XVI nella Caritas in veritate e le molteplici esemplificazioni da lui fatte riguardanti i vari ambiti della vita sociale tendono a mostrare come nessun fatto economico-sociale ha solo un aspetto tecnico, ma tutti hanno bisogno di essere salvati per poter essere pienamente se stessi. Sto seguendo quanto si scrive in giro per il mondo sulla Caritas in veritate. Posso già dire che non sempre viene colta l’importanza di questa prospettiva enunciata dall’enciclica. Per esempio non sono riusciti a vederla quanti accusano il testo di Benedetto XVI di essere dispersivo. Quanti avrebbero voluto un trattato enciclopedico piuttosto che l’indicazione di una pista. Parlando della verità e della carità il Papa ha voluto fare appello prima di tutto ad una esperienza umana, ossia al bisogno di verità e di carità che ogni uomo sente in sé. Senza verità e senza carità l’uomo non riesce a vivere. Egli ha bisogno di senso e il senso non può essere prodotto ma solo ricevuto in dono. Far sì che le persone guardino in se stesse e valutino la presenza della verità e dell’amore nella loro vita personale e comunitaria e, così facendo, vedano nel volto di Cristo la risposta piena a quella loro attesa. L’annuncio di Cristo nelle realtà temporali deve sempre procedere secondo questa impostazione che possiamo chiamare apologetica, non nel senso di una difesa aprioristica e scontrosa, ma in quella di mostrare l’umanità del cristianesimo.

Nell’articolo che scrisse per Tempi dopo che fu pubblicata l’enciclica (“Il Papa sa dove andare”, 13 luglio) lei disse che «il tema vero dell’enciclica è il posto di Dio nel mondo». Anche di recente (penso alla sentenza sul crocifisso) si vede quanto astio vi sia contro questa presenza nel mondo. E talvolta accade che siano gli stessi cristiani ad avere quasi paura di entrare nel mondo. Quale presenza suggerisce la Caritas in veritate? Quale metodo, a quale responsabilità richiama il cristiano nel suo affronto del mondo moderno?
Il cristiano sa che un mondo senza Dio è un mondo senza speranza. Non si dà un contesto puramente mondano e razionale. Non c’è l’economia da sola e poi l’etica o la religione. Non c’è la giustizia da sola e poi l’amore e la carità. Non c’è la produzione e poi la distribuzione. Non c’è l’efficienza e poi la solidarietà. Non c’è la legge naturale e poi la legge nuova. Pensare le cose in questo modo vuol dire accettare che il mondo possa funzionare senza Dio. Dio non può aggiungersi in seguito, alla fine di un certo processo, quando altre forze si sono dispiegate autonomamente. In questo caso Dio non ha il proprio posto nel mondo e tutto potrebbe essere spiegato anche senza di Lui. Se la salvezza di Dio non investe tutti i piani, alla fine viene espulsa da tutti i piani. Ciò non significa che essa li debba invadere, quanto piuttosto che la sua luce garantisce la loro stessa autonomia e libertà, collocandole nella verità.

Lei iniziò quello stesso articolo con queste parole: «La Caritas in veritate è destinata a parlarci a lungo e a lungo noi dovremo parlare di essa». Una grande parte del mondo cattolico e maggiormente impegnata sul tema del lavoro ha iniziato a “parlare” con questa enciclica e a fare seriamente i conti con quanto lì scritto. Questo fatto la sorprende? Quale lavoro ulteriore suggerirebbe a quelle associazioni e movimenti che leggono con attenzione l’enciclica?
Di schivare due pericoli nella lettura dell’enciclica. Il primo consiste nel trasformare la Caritas in veritate in un’etica senza religione. Il secondo, invece, di considerarla una religione senza etica. Sarà bene sottolineare quanto l’enciclica dice sulla legge naturale. Si pensi, per esempio ai paragrafi dedicati alla vita, alla bioetica, all’ambiente naturale, ai “nuovi” diritti. Sono riflessioni che non diminuiscono l’importanza della legge naturale, ossia dell’etica. Però, nello stesso tempo, inquadrano il tutto dentro il messaggio di Cristo, senza del quale la stessa legge naturale rischia di andare perduta. Un’etica senza religione riduce il cristianesimo a saggezza umana. Una religione senza etica, però, si riduce ad essere una «fede nuda», come ebbe a dire il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani in una recente prolusione all’Assemblea generale della Cei. Ossia una fede senza più una antropologia ed una verità da annunciare. Se osservo le varie applicazioni della Dottrina sociale della Chiesa e le esperienze pastorali che ad essa ineriscono non posso non concludere che questa unità tra religione ed etica non sempre viene rispettata.




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