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Enrico Ravaglia moriva il 22 dicembre 1999 • Dieci anni dopo lo ricordano gli amici e i suoi coach «Vinceva le gare da solo. Amava divertirsi e giocare»
di Daniele Labanti
Tratto da Il Corriere di Bologna del 17 dicembre 2009
C’era il gelo e una spruzzata di neve anche quella maledetta notte là, il 22 dicembre ’99, quando il fato si è portato via Chicco. Sembra che il tempo si sia fermato, Bologna, Cantù, l’autostrada, la neve, il freddo, il vuoto incolmabile nemmeno dieci anni dopo. La festa doveva ancora iniziare, c’era stato solo un preludio firmato da Chicco che vinse da solo la partita contro Reggio Emilia e stava correndo a Bologna dal Pianella. Dopo due anni di sofferenze, lavorando su quelle ginocchia fragili operate due volte, era tornato. Era di nuovo lui, un piccolo mago che cambiava le partite disegnando i sorrisi e i canestri, un incrocio fra Harry Potter che doveva ancora nascere e Peter Pan che viveva da sempre nell’isola che non c’è. Là, ora, è Chicco. E a tutti continua a mancare da matti.
Al fianco di Chicco Ravaglia per anni abbiamo visto mamma Morena e papà Roberto, ma anche Filippo Nanni, migliore amico, consigliere, compagno di tanti uno contro uno al campetto e bevute nei locali di Riccione, autore della sua biografia. «Non saprei proprio immaginarlo oggi, a 33 anni, magari a fine carriera. Ce lo chiediamo spesso anche con Morena e Roberto, quando parliamo di lui e quando ci ritroviamo a cena, tutti gli anni, il 22 dicembre. Come sarebbe? Credo che avremmo di fianco una specie di Pozzecco, l’eterno bambino diventato maturo ma capace di mantenere la spensieratezza di un adolescente. Se fosse qui non sarebbe invecchiato, sarebbe single, farebbe i soliti scherzi e le solite battute». «Era il più forte di tutti alla sua età. Entrava in campo, anche quando giocava accanto a Danilovic, senza timidezza ma convinto di fare qualcosa. Questa era la sua più grande qualità, giocava per lasciare il segno». Chicco è cresciuto nell’Andrea Costa Imola, poi ha scelto la Virtus nel mazzo di grandi società che lo seguivano e l’avrebbero portato via a peso d’oro. «Con due tiri e due passaggi chiudeva le partite. Era un predestinato, da ragazzini avevamo anche fantasticato di aprire un bar insieme. Ma tutti sapevamo che avrebbe fatto il giocatore professionista».
«Era il re della foresteria alla Virtus, poi andò in prestito a Cento e qui si accorsero che valeva la serie A. E così lo mandarono a Varese, dove imparò alla scuola di Pozzecco. Ma quando alla Virtus lo richiamarono, nel ’97, fu decisivo per vincere la Coppa Italia con Brunamonti in panchina. Aveva 21 anni». I tifosi della Virtus l’amavano, vinse la semifinale contro Verona con un 4/5 da tre e molti si convinsero di avere in casa un campione. «Per questo soffrì quando Cazzola si comportò male con lui. La seconda operazione al ginocchio voleva farla con Lelli, ma il presidente s’imputò negando il permesso. La famiglia pagò a Chicco le spese, Cazzola si rifiutò persino di versargli i premi-vittoria che gli spettavano. Finì male, la Virtus era la sua seconda casa. Ma non lo vidi mai abbattersi per questo, soffriva ma teneva tutto dentro perché non amava mescolare il lavoro con la vita privata».
«Fuori era un gigante, era capace di uscire tutte le sere, allenarsi, andare a scuola, tornare in discoteca. Quando io ero cotto, lui nemmeno sbadigliava. E in campo non arretrava di un passo, aveva una capacità di recupero fenomenale. Forse perché di basket non si parlava mai. Ci concedevamo solo un flash, nell’intervallo delle partite: lui risaliva in campo e mi buttava un occhio, io gli facevo un cenno e si avvicinava per ascoltare due dritte. Fine. Fra me e lui, mai un pallone a spicchi di mezzo».
Suoi amici furono Sasha Danilovic e Hugo Sconochini, Gianmarco Pozzecco e Antonello Riva. Suoi allenatori furono Piero Bucchi e Giorgio Valli, Ettore Messina e Dodo Rusconi. E tanti, tanti altri. Con Giorgio ebbe forse il primo e unico screzio con un coach, lo fece arrabbiare a tal punto che Valli lo lasciò in panchina in un derby Knorr-Mangiaebevi sapendo di perdere. «Il nostro rapporto iniziò in modo burrascoso, poi superò quello fra coach e giocatore e si cementò. A lui penso ancora oggi come ragazzo e non come atleta, il ricordo è straziante. Mi chiamava tutti i lunedì dopo le partite, avrei potuto tenerlo con me negli junior ma lo mandai a Cento per confrontarsi con i più grandi. Volevamo che quel talento sbocciasse». L’esplosione, l’ascesa inesorabile, fino a quella notte là. Cantù. «Vivere nel cuore di chi resta vuol dire non morire mai».