di Giampaolo Pansa
Tratto da Il Riformista del 13 dicembre 2009
Mi ha colpito l’ultima copertina dell’Espresso. È dominata da un faccione di Silvio Berlusconi, una volta tanto non ridanciano.
A fare da titolo c’è una sola parola: “Scaduto”. Come il latte. O come certi vecchi medicinali rimasti sul fondo dei cassetti. In realtà, sta a significare che la storia politica del Cavaliere è finita. E non resta che aspettare qualcosa o qualcuno in grado di sloggiarlo da Palazzo Chigi.
Perché mi ha colpito questa copertina, tutto sommato abituale nella storia recente del settimanale? Perché me ne ha ricordato un’altra dell’Espresso di ben tredici anni fa, e sottolineo tredici anni, anzi quasi quattordici. Mica bazzecole. Allora lo dirigeva il grande Claudio Rinaldi che aveva come condirettore il sottoscritto.
Il 21 aprile 1996 ci furono le elezioni parlamentari. E il professor Romano Prodi, all’esordio in politica, sconfisse Berlusconi, dando vita al primo dei suoi due governi. Era un ministero debole perché alla Camera risultava determinante Rifondazione comunista. Che un paio d’anni dopo avrebbe provocato la caduta di Prodi.
Per festeggiare la sconfitta del Cavaliere, Rinaldi confezionò una copertina che ci sembrò strepitosa. Anche quella era dominata dal faccione del Berlusca, ma disegnato da un pittore tedesco arruolato da Claudio: il bravissimo e velenoso Kruger. Silvio era effigiato con le fattezze del pugile suonato. E la scritta strillava, semplicemente: “The End”, la fine. Volevamo dire che Berlusconi non era stato soltanto battuto in quel giro elettorale. No, era stato sconfitto per sempre. Insomma un politico finito. Che non sarebbe più ricomparso sulla scena.
La copertina andò in edicola pochi giorni dopo la vittoria di Prodi. Chi la vuole rintracciare, cerchi il numero del 3 maggio 1996. Per quel che mi riguarda, non ho bisogno di cercarla. Ce l’ho davanti a me, nel mio studio. L’avevo fatta incorniciare, pensando che fosse una prima pagina destinata a diventare storica. E in qualche modo lo è. Perché mi ricorda le cantonate fenomenali che possono prendere anche i settimanali considerati intelligenti.
Infatti, tanti anni dopo il Cavaliere è ancora qui. Il suo “the end” del 1996 era provvisorio. Ha rivinto un paio di elezioni e dall’aprile 2008 sta di nuovo a Palazzo Chigi. Certo, il governo non sembra per niente d’acciaio. Nella sua larga maggioranza le varie fazioni si combattono tutti i giorni. La fazione più scaldata, quella del presidente della Camera, ogni mattina si scatena contro il premier. Per non parlare del resto, dalla crisi economica ai guai giudiziari del Caimano.
Tuttavia, scaduto o no, il Berlusca sta sempre lì. A volte, la foga messa nel resistere lo tradisce. E gli fa dire, come è accaduto venerdì, delle assurdità. Per esempio quella di «essere stato eletto praticamente da tutti gli italiani». Eppure non si riesce a capire chi o che cosa potrebbe mandarlo a casa.
L’unica speranza è che riesca a governare ancora per un po’ di tempo. È quel che si augurano pure i cittadini ragionevoli che non l’hanno votato. Meglio un governo che arranca piuttosto che nessun governo. E sempre meglio un premier acciaccato che il salto nel buio di nuove elezioni. A volte anch’io penso che ritornare alle urne sia l’unico rimedio al caos di oggi. Poi mi vengono i sudori freddi nell’immaginare una campagna elettorale con questi chiari di luna.
Tra i ragionevoli non c’è di sicuro Antonio Di Pietro, oggi forte capo partito, il nemico numero uno del Caimano. Ho scritto tanto su di lui e avevo deciso di non parlarne più. Dal momento che si è capito quanto sia mediocre la sua statura politica. Invece eccomi qui a occuparmene di nuovo. A causa di un suo pronunciamento pericoloso.
Venerdì, dopo un ennesimo corteo romano di studenti, concluso dall’ immancabile scontro con la polizia, Tonino ha spiegato agli italiani un teorema davvero dipietrista. Suona così: se Berlusconi non fa quello che chiede la gente nei cortei, le manifestazioni diventeranno una rivolta e ci scapperà il morto.
Di per sé, è un'argomentazione banale. L’abbiamo detto in tanti che protestare di continuo nelle piazze e scontrarsi con le forze dell’ordine è molto rischioso. L’ho scritto più di una volta sul Riformista. Sono un giornalista anziano. Ho visto i cortei di tanti anni fa, dalla fine dei Sessanta sino all’inizio degli Ottanta. Sempre più aggressivi, militarizzati, avventuristi, con una coda sanguinosa di morti e feriti. Mentre le Brigate Rosse sparavano, rossi e neri si ammazzavano nelle strade.
In quell’epoca, Di Pietro, classe 1950, faceva il poliziotto e poi il commissario di pubblica sicurezza. Forse gli è rimasta la nostalgia della piazza, stavolta vista dall’altra sponda. È un rimpianto orrendo per un capo partito. Soprattutto se contiene una minaccia rivolta al capo del governo: se non fai quello che vogliamo noi, la piazza diventerà violenta e scorrerà il sangue.
Ma che cosa pretende Tonino? Che qualcuno muoia per lui e per la sua strategia non della tensione, ma dell’agitazione continua? Vuole veder ricomparire le spranghe e le pistole? Perché, allora, non va di persona a scontrarsi con i caramba e la pula? È grande, grosso e collerico. Capace di urlare in dieci talk show consecutivi. Sarebbe un formidabile politico da cazzotti.
Tuttavia, Di Pietro non ci andrà. Guida un partito che si chiama Italia dei valori. Di questi tempi, è il miglior mestiere dell’universo. In piazza ci vadano i giovani. Da che mondo è mondo, sono sempre stati loro la carne da cannone.