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L’occasione di un gesto di follia per recuperare un po’ di normalità

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L’appello di Napolitano a fermare una ventata di odio pericolosa
di Massimo Franco
Tratto da Il Corriere della Sera del 14 dicembre 2009

Antonio Di Pietro ha reagito in modo rivelatore. Quando non si conosceva ancora l’identità di­sturbata dell’aggressore, ha condannato il feri­mento di Silvio Berlusconi aggiungendo che però il premier con i suoi comportamenti «istiga alla violenza».

Le parole del capo del­­l’Italia dei valori hanno certificato con cando­re quello che i più hanno pensato all’inizio: l’aggressione andava considerata l’epilogo «normale», nel senso di prevedibile, di un cli­ma d’odio. Il fatto che a commetterla sia stato un uomo con problemi psichici ha sorpreso: quasi fosse scontato che prima o poi qualcosa del genere doveva accadere.

È il segno di un avvelenamen­to progressivo e inesorabile del clima intorno al presidente del Consiglio. Lo stesso Berlusconi ieri sera, dal palco di piazza Duo­mo, a Milano, si era lamentato perché veniva raffigurato dagli avversari come «un mostro». Eb­bene, la sensazione è che di col­po l’opposizione si sia accorta dei pericoli di una deriva polemi­ca della quale il presidente del Consiglio è stato insieme prota­gonista e vittima; e che da ieri costringe tutti a fare i conti con una violenza verbale dagli effetti perversi. Giorgio Napolita­no, che la osserva da tempo con inquietudine crescente, ha visto nell’episodio una confer­ma dei suoi peggiori timori. Ed ha chiesto di fermarsi.

La sua solidarietà a Berlusconi non lascia margini di equivoco; né il drammatico appel­lo «perché ogni contrasto politico e istituzio­nale sia ricondotto entro limiti di responsabi­le autocontrollo, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza». Possono sembrare parole troppo allarmate rispetto al­l’epilogo per fortuna «solo» drammatico che l’imboscata dello squilibrato ha provocato. Ep­pure, riflettendoci, danno la misura vera della gravità di quanto è accaduto; e soprattutto di quanto potrebbe succedere se quella che il ca­po dello Stato chiama «spirale» dovesse conti­nuare.

Un capo del governo che viene colpito e feri­to in volto dal lancio di un oggetto alla fine di un comizio politico pone senz’altro problemi di sicurezza. E porta a chiedersi se non ci sia stata qualche smagliatura nelle misure a sua protezione. Ma rimane la consapevolezza che «qualcosa» di brutto fosse nell’aria: lo stesso Berlusconi lo aveva confidato al sottosegreta­rio Paolo Bonaiuti, che lo aveva accompagna­to in piazza Duomo. Le reazioni dei presidenti di Senato e Camera, di quello della Corte costi­tuzionale e dei vertici del centrosinistra, però, dimostrano la presa di coscienza di un conflit­to da riportare in ambito politi­co.

Da questo punto di vista, l’ag­gressione al presidente del Con­siglio potrebbe rivelarsi uno spartiacque: il discrimine tra una fase inquinata da uno scon­tro anche fra istituzioni senza sbocco né speranza di tregua, ed un’altra segnata da una maggio­re coscienza delle proprie re­sponsabilità. È questo che invo­ca Napolitano, assecondato dal Vaticano e dalla Cei che come lui vedono a rischio la coesione na­zionale. E indovinano in un linguaggio impre­gnato di violenza i semi di qualcosa che può avvicinarsi ad una frattura dell’Italia. La diffe­renza è fra chi evoca e quasi si augura il con­flitto permanente, magari per legittimare il proprio estremismo; e chi vuole mettere fra parentesi l’episodio di ieri.

Probabilmente è vero, come sottolinea il Pdl, che dalla vicenda Berlusconi esce rafforza­to, ed i suoi avversari indeboliti. Ma l’episo­dio va al di là delle convenienze politiche con­tingenti. La cosa singolare è che per comincia­re a trarre conclusioni ragionevoli sia stato ne­cessario il gesto inconsulto di una persona considerata, all’inizio, come un antiberlusco­niano solo un po’ più arrabbiato di tanti altri.




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