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Dura repressione del governo anche nel Sichuan: denunciò gli abusi per il sisma, in cella tre anni • Ai giudici di Chengdu sono stati sufficienti dieci minuti per condannare Huang Qi • L'accusa: possesso di segreti di Stato
di Stefano Vecchia
Tratto da Avvenire del 24 novembre 2009
Aveva denunciato pubblicamente la cattiva qualità dei materiali utilizzati e gli interessi personali dietro le opere pubbliche, aveva cercato di essere voce delle madri che piangevano i loro figli sepolti sotto le macerie del terremoto del Sichuan e che chiedevano di fare luce sulle responsabilità. Dopo un anno in carcere in attesa del processo, ieri ai giudici di un tribunale di Chengdu sono stati sufficienti dieci minuti di udienza per condannare Huang Qi a tre anni di carcere. Accusa? «Possesso di segreti di Stato». In realtà avere detto quelli che molti conoscono e tanti sussurrano in un Paese che il regime vuole emancipato ma non libero. Non la prima per questo che per Amnesty dovrebbe essere dichiarato «cittadino modello» e non un criminale; probabilmente non l’ultima per quanti denunciano le troppe ombre nascoste dietro il trionfalismo dello sviluppo cinese. Dove le proteste di massa finiscono con gli arresti e la repressione.
Un sistema che ha il suo fiore all’occhiello nell’impianto di sbarramenti conosciuto come Diga delle Tre Gole, oggi un incubo ambientale. Con quest’opera colossale, inaugurata ufficialmente nell’aprile 2007 dopo 12 anni di lavori, era sembrato che la Cina fosse arrivata a un traguardo essenziale. Se in termini energetici quanto prodotto e distribuito finora ha coperto già un terzo del costo complessivo di 25 miliardi di euro, è andato deluso il sogni di molti: che l’inaugurazione dovesse siglare un sogno di onnipotenza e il ritorno a scelte ecologicamente compatibili.
Invece quello delle Tre Gole doveva essere nella mente degli amministratori di questo immenso Paese un banco di prova e precedere altri, ambiziosi progetti. Una nuova fase di costruzione di grandi bacini che porterà allo spostamento totale di almeno un milione e 300mila persone e, tra l’altro, a portare l’acqua dal fertile Sud alle aride regioni settentrionali.
Che questo avvenga in base a calcoli sovente errati o resi vani dai cambiamenti climatici, lo dimostra la situazione di questi giorni. A settembre l’azienda che gestisce gli impianti sulle Tre Gole ha avviato il riempimento del bacino, lungo 660 chilometri per portare le acque al livello massimo di 175 metri in grado di far funzionare gli impianti a pieno regime e garantire la navigazione. Invece ora i funzionari ammettono la sconfitta. «Il minore afflusso di acqua nei bacini in ottobre ha aggravato la situazione», recita un comunicato che parla di un 35 per cento in meno di disponibilità rispetto a un anno fa.
Oggi l’economia del Paese dipende fortemente da impianti a carbone altamente inquinanti. Le dighe sono un’alternativa più pulita ma al prezzo della dislocazione di milioni di persone e di una pesante eredità ambientale. Scelte difficili che di fatto non hanno un’alternativa ideale, se non a prezzo di una brusca frenata della crescita economica. «Lo sviluppo dell’energia idroelettrica è incontrollata e ha raggiunto una scala pazzesca – segnale Fan Xiao, geologo della provincia del Sichuan e a suo tempo tra critici più convinti della Diga delle Tre Gole –. Nella parte occidentale del Paese, la ricerca di energia avviene a spese della popolazione, dell’ambiente e delle tradizioni culturali locali». Ovunque, degrado del territorio, modificazione dei sistemi di vita delle popolazioni rincorrono obiettivi di sviluppo sempre rinnovati e sempre più alti.
Alti, anzi altissimi, i rischi legati a sbarramenti di enormi dimensioni in ampie regioni geologicamente instabili, soggette a terremoti, smottamenti e frane. Se l’area delle Tre Gole non è stata interessata direttamente dal devastante terremoto del Sichuan del maggio 2008, numerose dighe della provincia colpita hanno riportato danni e riaperto il dibattito sulla sicurezza. Le autorità ammettono ormai apertamente i danni provocati agli impianti, come l’inquinamento delle acque e gli smottamenti.
I danni ambientali, già alti, potrebbero diventare irreparabili e il paesaggio cinese risultare in pochi decenni ampiamente modificato. Oggi nel mirino degli ambientalisti e dei critici dei mega-progetti è il lago Poyang, tra i maggiori bacini interno del Paese. È un fatto che gli sbarramenti già presenti hanno propiziato a un’accelerata sedimentazione, maggiore inquinamento e una serie di altre conseguenze che hanno portato la popolazione sulle rive a dimezzarsi tra il 1997 e il 2006 e a protestare prima di venir punita dalle autorità. Il bacino, che nel periodo di piena raggiunge un’estensione di 4. 000 chilometri quadrati, cede in certi periodi 6. 000 metri cubi di acqua al secondo allo Yangtze, ricevendone soltanto 1. 000 dai numerosi immissari. Se le sue acque erano per la maggior parte potabili nel 2001, nel 2007 era divenute imbevibili, soggette ad evidente eutrofizzazione e a una drastica riduzione nella fauna ittica.