Versione adatta alla stampaCome furono affrontate le regole del totalitarismo a Roma nel marzo ’44?
di
Michele Battini
Tratto da

del 23 marzo 2006
Cristiani, ebrei, un sacerdote cattolico. Artisti, diplomatici, autisti, avvocati, ferrovieri, impiegati, merciai ambulanti, medici, meccanici, professori, studenti, musicisti, bottegai, generali, camerieri, banchieri, industriali, macellai. Queste le categorie e le classi sociali a cui appartenevano i 335 romani massacrati il 24 marzo 1944 a Roma, Cave Ardeatine.
I riti della memoria della Seconda guerra mondiale hanno sovente obbedito all’obbligo della ripetizione ciclica. Tra gli appuntamenti romani del prossimo 24 marzo, sessantaduesimo anniversario, consumati dalle autorità religiose e politiche sulle stazioni di quella moderna Via Crucis, nella probabile cinica distrazione della capitale, uno spicca clamorosamente.
Tra i 335 c’erano anche due operai dell’Azienda romana del gas. Venerdì prossimo, nella sede nazionale di Italgas, saranno ricordati addirittura con l’inaugurazione di un’opera di scultura, monumentale in memoria di tutte le vittime delle Ardeatine. La notizia è straordinaria. Perché non è certo frequente che un’azienda spenda risorse per onorare – direbbe Yerushalmi – l’imperativo del ricordo. Perché il monumento è opera di una scultrice tedesca, Antje Rieck: “Nel primo approccio, per approfondire la tematica dell’opera, mi sono sentita avvolta nel buio. Il buio della paura, del terrore, della morte, del dolore, del rifiuto”. Così scrive la scultrice. I massacrati delle Ardeatine morirono nel buio delle grotte, in ginocchio, a gruppi di cinque, colpiti da un proiettile da 9 mm alla base del collo, con un angolo di incidenza che attraversava il cervello e la calotta del cranio. Ci volle tutto il pomeriggio perché 67 plotoni della SS terminassero il lavoro.
* * *
Chi, al di sotto della soglia di un’età ormai ragguardevole, volesse ricostruire quegli eventi deve ricorrere ancora all’inchiesta capolavoro di quarant’anni fa, opera del formidabile giornalista americano Robert Katz: “Death in Rome”, e al magistrale studio di Sandro Portelli, “L’ordine è stato eseguito”. Oggi Katz, tranquillo e anziano studioso, si è ritirato nella campagna toscana e ha donato il suo straordinario patrimonio archivistico al Comune di Pergine (Arezzo). Se ne occupa Linda Giuva docente di archivistica a Siena. Consulenti scientifici: Paolo Pezzino, Giovanni Contini Bonaccorsi, il sottoscritto. Nell’archivio giacciono decine di migliaia di documenti raccolti anche e soprattutto dopo la pubblicazione della prima edizione, il 30 gennaio 1967, per difendersi dalle reazioni a una delle tesi principali: la questione se il Vaticano fosse a conoscenza della strage imminente e non avesse compiuto nessun tentativo per evitarla.
Due anni prima, con il libro “Pio XII e il Terzo Reich”, lo storico ebreo Saul Friedländer aveva aperto la questione delle mancate proteste del Papa davanti allo sterminio degli ebrei (sui dilemmi e i silenzi di Pio XII sono tornati, nel 2000 e con sapiente equilibrio Giovanni Miccoli; con assai minor prudenza l’americano Goldhagen). Quando “Death in Rome” fu pubblicato, era ancora viva l’emozione suscitata dal dramma teatrale di Rolf Hochnuth, “Il Vicario”, uscito nel 1964. Quando “Death in Rome” divenne un film di successo, “Rappresaglia”, il regista George P. Cosmatos, il produttore Carlo Ponti e Katz furono denunciati dalla nipote di Pio XII, la contessa Elena Pacelli Rossignani. I processi durarono dal 1974 al 1984. Così la vicenda occupò, oltre lo storico, il giudice. Il silenzio del Papa fu la conseguenza di una scelta. L’adozione, da parte del Papa, della strategia del silenzio, quale minor male è stata confermata dopo la fine di quei processi dall’emergenza di nuove prove. Nel 1980 gli archivi vaticani fecero riemergere alcune centinaia di documenti – tra le decine di migliaia relativi alla guerra pubblicati sin dal 1965 – riguardanti le vittime della guerra a Roma durante l’occupazione tedesca e la Santa Sede. Il Documento 115 degli “Actes et documents du Saint Siége relatifs à la Seconde guerre mondiale” (Editrice Vaticana, 980), dimostrava che la segreteria di Stato di Sua Santità era stata autorevolmente informata alle 10,15 del 24 marzo dell’imminente rappresaglia per l’attentato di via Rasella del giorno precedente. Per la prima volta veniva menzionato esplicitamente l’agghiacciante rapporto numerico di 10 ostaggi per ogni militare tedesco ucciso. Oggi sappiamo che quell’attacco aveva messo in crisi la strategia vaticana utilizzata da Pio XII per salvare Roma dal caos. Ma la domanda rimane: questa argomentazione spiega più ciò che il Papa fece o piuttosto ciò che mancò di fare?
Le polemiche ferocissime non hanno mai abbandonato la rievocazione e la memoria del 24 marzo 1944. I processi ai responsabili, da quello dei generali Mackensen (XIV Armata) e Mältzer (Piazza di Roma), nel 1946, a quello di Kappler (1948), furono accompagnati da diatribe che non cessarono nel corso degli anni Cinquanta. Nel 1950, nel 1954 e nel 1957 i “gappisti” di via Rasella – F. Calamandrei, R. Bentivegna, C. Salinari e C. Capponi – nonché i “mandanti” – Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Riccardo Bauer – furono citati per danni da alcuni congiunti delle oltre trecento vittime del massacro delle Ardeatine. Difesi da Livio Bianco e Arturo Carlo Iemolo, vinsero la causa. Ancora nel 1966 una delle partigiane comuniste di via Rasella, eletta in Parlamento, fu ripetutamente ingiuriata davanti alla Camera dei deputati. Poi l’ultimo episodio, che riaprì il caso, nel 1994: sullo schermo di una televisione americana giunse l’immagine di un telecronista, in una strada di San Carlos de Bariloche Argentina microfono in mano: “Señor Priebke? Sono Sam Donaldson, della televisione americana. Posso parlare con lei un momento?”. Tutto si riaprì.
Il processo a Erich Priebke iniziò il 7 maggio 1996, in una piccola aula del tribunale militare di Roma, viale delle Milizie. Lo storico tedesco Gerhard Schreiber, responsabile dell’Archivio militare di Friburgo, dimostrò inequivocabilmente la responsabilità penale dei militari “esecutori” che avrebbero potuto rifiutarsi di eseguire l’ordine giunto da Berlino da Hitler e trasmesso a Kesselring. Il tribunale presieduto da Agostino Quistelli non accettò però questa tesi. Grazie alla prescrizione, Priebke fu scarcerato, poi di nuovo arrestato.
* * *
Le preoccupazioni dei giudici non sono quelle degli storici e la logica storiografica non corrisponde a quella giudiziaria; neppure nel caso della lunga storia dei processi celebrati attorno al dramma delle Ardeatine. Per la memoria e la storia la domanda cruciale, infatti, è un’altra. Come furono affrontate le regole del totalitarismo a Roma, tra il 22 e il 31 marzo 1944? Totalitarismo significa forse più caos e disordine feroce, che ordine disciplinato: più Beemoth che Leviathan, per usare i riferimenti dei due mostri biblici.
Intorno alle Ardeatine si consuma da decenni la tendenza tutta italiana a sottrarsi al compito di fare i conti con il passato a dimostrare l’inutilità e il danno della storia; più in particolare, a provare l’inutilità e il danno della Resistenza. Persino il riconoscimento del ruolo militare di questa, sanzionato dal Trattato di Pace del 1947, va a farsi benedire. Ma c’è di più. C’è il problema del rapporto fra l’etica della responsabilità e quella della convinzione dei combattenti.
Chi fu “gappista” lo fu per libera scelta, scelta di “irregolarità”, dunque non protetta dall’impunità garantita ai militari, il principio dell’attacco a sorpresa, riconosciuto nei codici militari, veniva contestato a chi – secondo i parametri totalitari – non conduceva una guerra legale. Soprattutto, veniva contestata l’esposizione della popolazione civile alla rappresaglia. E’ stato provato che i tedeschi non fecero alcun invito a presentarsi agli autori dell’attentato di via Rasella, onde evitare la rappresaglia. La rappresaglia fu resa nota dopo. Doveva avere, per i tedeschi, un valore in sé: quello di imputare a tutta la popolazione la solidarietà con i partecipanti all’attentato. Ma la domanda morale è: se quell’invito ci fosse stato, gli attentatori avrebbero avuto il dovere di presentarsi? Una risposta affermativa non implicherebbe negare ai resistenti la qualifica di combattenti? Cedere alla pretesa totalitaria di delegittimare la ribellione al potere?
La minaccia della rappresaglia è intrinseca, infatti, nella logica del terrore totalitario. Sempre. Serve a inibire il principio stesso che ribellandosi può essere giusto e morale. Dopo il 24 marzo 1944, infatti, il comando Wehermacht e SS coordinarono e apportarono un meccanismo terroristico contro le popolazioni civili che, in molti casi fu, messo in azione senza “la giustificazione” di alcun precedente di attentati della Resistenza. La guerra ai civili.
Ne parlò un collaboratore di Kesselring, già nel 1947, al processo di Venezia contro il feld-maresciallo Nel 1996 Beelitz, quel collaboratore era ancora vivo, ma non fu ascoltato dai giudici militari. Peccato: un’occasione perduta per sapere.
Via Rasella, Vespa attacca e Bentivegna rivendica
di
Marina Valensise
I fatti sono noti, ma le passioni restano incendiarie. Bruno Vespa dedica un capitolo dell’ultimo suo volume annuale, “Vincitori e vinti” (Eri Mondadori 2005), all’attentato di via Rasella compiuto il 23 marzo 1944 dai Gruppi d’azione patriottica, che fecero esplodere una carica di tritolo in un bidone dell’immondizia, mentre passava l’XI compagnia del Battaglione Bolzano, il terzo dello SS Polizei Regiment. Risultato, 33 morti tra i soldati tedeschi, 56 feriti tra civili e militari. Vespa cita il fascista Giorgio Pisanò per ricordare la reazione che ne seguì, spari all’impazzata dei tedeschi che freddarono l’autista del questore Caruso. E cita l’antifascista Aurelio Lepre per ricordare la rappresaglia ordinata da Adolf Hitler, fucilare dai 30 ai 50 italiani per ogni tedesco ucciso, rapporto finito l’indomani 10 a 1 con la fucilazione, immediata e segreta, in una cava delle Fosse Ardeatine di 335 prigionieri politici, fra i quali 75 ebrei, 51 ufficiali dell’esercito e dei carabinieri, di cui 4 generali, una quarantina di militanti comunisti, 68 trotzkisti di Bandiera Rossa e 52 esponenti del Partito d’Azione e di Giustizia e Libertà.
Poi però Vespa osa l’inaudito e si domanda a cosa servì quell’attentato che divise lo stesso mondo comunista? Era davvero utile uccidere quei tedeschi (che non erano neanche truppe scelte, ma poveri contadini altoatesini puniti per non aver optato pro Germania nel ’38), mentre gli Alleati stavano per sfondare il fronte del sud e quello di Anzio, e Roma viveva da mesi in stato di prostrazione? La risposta Vespa la cerca nelle parole, a dir suo poco convincenti, di un protagonista di quell’azione dei Gap come il comunista Rosario Bentivegna, che la sera stessa dell’attentato avrebbe declinato l’invito a costituirsi per evitare la rappresaglia dicendo: “Devo conservare la mia vita per la causa”, e sessant’anni dopo, in un’intervista al Corriere della Sera il 23 febbario 2004, avrebbe spiegato a Dino Messina che “la repressione colpì i gruppi più disorganizzati”.
Immediata la smentita. Bentivegna (leggiamo sempre nel capitolo a lui dedicato in “Vincitori e Vinti” che si riferisce al precedente tomo “Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi”(Eri Mondadori 2004) manda a Vespa una pagina di un libro del ’96 (“Operazione via Rasella”, coautore Cesare De Simone) per ricordargli che fu nel ’49, sentito come teste al processo Kappler, che disse: “Avrei fatto quel che mi avessero ordinato i miei comandanti, e comunque non mi sarei presentato come un agnello sacrificale, ma avrei tentato di scatenare un attacco militare, sia pure temerario e suicida, per tentare di liberare i miei compagni che stavano per essere mattati e comunque per far pagare a caro prezzo al nemico le nostre vite”. Ma Vespa insiste: i partigiani avevano deciso di non costituirsi comunque, tanto che Giorgio Amendola, massima autorità della Resistenza comunista romana, scriverà: “Accettare il ricatto della rappresaglia voleva dire rinunziare in partenza alla lotta”. E forte del giudizio negativo dato da Norberto Bobbio, che vide in via Rasella un errore della Resistenza, un episodio violento e non necessario, e da Giulio Andreotti, che lo ritenne un attentato “avvenuto contro il parere del Cln che non aveva autorizzato azioni militari contro gli occupanti”, e stando allo stesso Andreotti persino dal democristiano Alcide De Gasperi, che comunque nel ’50 conferì allo stesso Bentivegna una medaglia d’argento al valor militare per “l’indefessa attività al comando dei Gap”, Vespa conclude: “Sbaglia Bentivegna a rivendicare senza alcun spirito autocritico la completa utilità di via Rasella, e ancora di più l’Unità a sposare la tesi oltranzista, ignorando decenni di polemiche, ricerche, sofferenze”.
Bentivegna replica adesso con un libro uscito dal Manifesto in cui pubblica, Vespa consenziente, la loro corrispondenza e una breve autodifesa – “Via Rasella la storia mistificata” – dove parla di sé e delle sua gesta in terza persona, ricordando il contesto politico e militare in cui maturò l’azione di via Rasella, decisa dal comitato garibaldino. E’ una testimonianza preziosa sull’irriducibilità di due punti di vista incomponibili, da leggersi con voluttà antiquaria, sebbene superata, almeno in parte, dall’ultima versione corretta del Vespa 2005. Bentivegna rimprovera Vespa di superficialità e disattenzione. Si difende dall’accusa di non essersi consegnato ai tedeschi, negando che esistesse un avviso diramato in questo senso dal comando tedesco: “E’ una balla propalata per primo da Giuseppe Pizzirani, segretario dei repubblichini di Roma, dopo la strage delle Ardeatine, e smentita da tutti gli storici e da tutti i nazisti processati”. E infine ribadisce il dovere di non presentarsi al nemico, mettendo in parallelo la versione Vespa, del terrorismo che provoca la rappresaglia dell’occupante contro i civili, e la versione Kesserling, della rappresaglia usata per incidere sul morale dei partigiani, che temono la reazione dei civili.
La vera attrattiva del libro di Bentivegna, però, non è solo il confronto pacato e incalzante tra due opposte visioni, quanto la prefazione di Sergio Luzzatto, ennesimo incidente di percorso da parte di un militante che non riesce a trattenersi dal livore, ma tracima nell’insulto quando denuncia “l’impressionante pochezza dell’anchormen che imbratta carte senza aver studiato” o i “guasti morali e civili di una storia raccontata dai dilettanti”, e brandisce la scimitarra accademica, restando lontano anni luce dalla fredda pietas indispensabile allo storico.
La cultura dei vinti e quella (più utile) della sconfitta
di
Marina Valensise
Ancora fascismo e antifascimo? Resistenza e guerra di liberazione? Attenzione, però. Non si tratta di polemiche defunte, inutili da riesumare, ma del centro vitale della nostra identità storico-nazionale, e perciò della nostra vita civile. Lo spunto è un libro di storia, ricco come un romanzo psicologico, scritto da un non accademico come Wolfgang Schivelbusch e pubblicato dal Mulino. Il libro però non s’intitola “La cultura dei vinti”, come vuole la tradizione italiana, bensì “Die Kultur der Niederlage”, “La cultura della sconfitta”. E non è una differenza da poco. Un occhio di riguardo al vinto Carl Schmitt di “Ex captivitate salus”, un altro al compianto Reinhardt Koselleck, lo storico tedesco che del giurista del Terzo Reich paragrafava la riflessione su Tocqueville, altro illustre vinto della storia, per spiegare come per quanto la storia fosse scritta dai vincitori, i vincitori non riuscivano mai a tenersela stretta e a governarla oltre un certo tempo, Schivelbush racconta il modo in cui tre grandi nazioni moderne, l’America, la Francia, la Germania, siano riuscite a rifarsi di una sconfitta, lasciandosi alla spalle la guerra civile. L’introduzione, invece, l’ha scritta Roberto Vivarelli, lo storico del fascismo, tendenza laico-socialista, che qualche anno fa fece scalpore per aver confessato, in un saggio autobiografico pubblicato sempre dal Mulino, la sua adesione da adolescente alla Repubblica di Salò e la conseguente rimozione decennale del problema durata. Vivarelli non parla di sconfitta, ma di vinti e vincitori in Italia, alla fine della Seconda guerra mondiale. E a partire dal fatto che la fine della guerra, e cioè il 25 aprile 1945, rappresenta per noi l’anniversario della Liberazione, anziché corrispondere all’atto conclusivo della sconfitta, cerca di spiegare come mai sia stato tanto difficile, in Italia, stabilire chi siano gli uni, i vincitori, e chi siano gli altri, i vinti. “La mia introduzione non è un’iniziativa personale – spiega Vivarelli – Nasce da un suggerimento di Ugo Berti del Mulino, che me l’ha chiesta prima che avessi visto il libro di Schivelbusch. Era un tema che mi interessava, ed è vero che può apparire disgiunta dal libro”.
Quanto dura la guerra civile? Quanto dura la sua memoria e quanto conta per le generazioni che vengono dopo i contendenti? E cosa fare per superarla, superando il dissidio dal quale ebbe origine? Sono questi i problemi che Schivelbusch pone quando ricostruisce la mitologia del martirio sudista apparsa in America dopo la guerra di secessione, accomunando nordisti industriosi e sudisti paciosi, o quando descrive l’emulazione attiva che si autoimposero le élite francesi della Terza Repubblica nei confronti delle università prussiane, dopo la batosta di Sedan e la repressione della Comune di Parigi, e persino quando racconta il modo, tragico, in cui la Germania di Weimar, tra propaganda e nazionalismo, riuscì a riscattare la sconfitta della Grande guerra e il Trattato di Versailles, con la mobilitazione permanente e la reinvenzione civica del mito militare.
In Italia, stando a Vivarelli, sarebbe impossibile una discussione altrettanto seria della sconfitta nell’ultima guerra e delle sue consequenze sulla psiche e dunque sui costumi della nazione. Intanto perché la sconfitta non c’è, mascherata com’è dalla liberazione. E poi perché l’Italia, spaccandosi tra Salò e il Regno del Sud, perse la sua indipendenza. E la “vittoria” della Resistenza e dell’antifascismo ha impedito di fare davvero i conti col passato regime, e dunque trarre una lezione salutare dalla sconfitta. “Mi sembra che manchino i presupposti per discutere di tutto questo in modo serio. Il desiderio di capire continua a essere soffocato e strumentalizzato da una faziosità generalizzata e diffusa. E per chi non ha voluto mettersi un collare questa diventa una posizione scomoda”. La politica, insomma, continua a prevalere e a imporre le sue leggi partigiane a chi vuol fare opera di storia. E gli storici in Italia non sembrano avere la stessa forza di lanciare appelli in difesa della libertà e della neutralità della ricerca, come hanno fatto in Francia Pierre Nora e Mona Ozouf. “Le sembra ragionevole che il termine revisionista abbia assunto da noi il significato di insulto? E invece, è proprio il lavoro di storico a imporre una revisione continua. E’ un altro effetto perverso della faziosità politica, che cerca di leggere il passato in funzione di esigenze politiche contingenti, anche se dubito che questo le giovi”. In fondo, a leggere bene Vivarelli, si tratta di una debolezza congenita e consustanziale al sistema politico nato nel dopoguerra. “Far passare la sconfitta per una vittoria nella guerra di liberazione ha pesato moltissimo. Vede, io anche in questo saggio, ho usato di proposito il termine ‘impostura’, con un intento provocatorio. Nessuno nega che in Italia si siano costruite istituzioni liberal-democratiche. Io però distinguo tra il piano istituzionale e quello morale. Le istituzioni nate dopo il 1945 si fondano spesso su un’impostura, il che condiziona la salute di un paese libero e moderno. Crea sfoggi di retorica, ma impedisce di guardare le cose nella loro nuda verità”. Il lungo dopoguerra dell’antifascismo italiano, identificando il fascismo con la sola Repubblica di Salò, ha impedito ai più di fare i conti col ventennio fascista. “Nessuno ha fatto i conti sul perché il fascismo eliminò le istituzioni dello stato liberale, o sul perché riscosse un consenso di massa. Si è preferito scegliere la via più breve e identificare il regime alla Repubblica di Salò e liquidare l’avversario politico come un ragazzo che sbaglia. Ma la storia dei vinti, alla lunga, riprende il sopravvento”.
Quasi imbarazzante la mancanza di riferimenti ai libri pubblicati da Lorenzo BaratterCondividi questa pagina con altri lettori: