il Mascellaro è diventato Miradouro   [leggi perchè]
Da oggi puoi utilizzare l'indirizzo www.miradouro.it
Cristo risorto Medaglia miracolosa
Samizdatonline.it

Avviso ai naviganti

Questo non è il sito della
Associazione Culturale
il Mascellaro
.
Per andarci, cliccare
sull'albero qui sotto.

**I cinquant'anni di Messina: «Via dall'Italia per non fare il Cantona»

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampa

DIDASCALIA«Alla Virtus come coach non torno. In altro ruolo...»
di Daniele Labanti
Tratto da Il Corriere della Sera del 28 settembre 2009

Ettore Messina nasce il 30 settembre di cinquant’anni fa. Già allenatore?
«La passione è uscita abbastanza presto ma l’idea che potesse essere un’occupazione no, quella è arrivata quando l’avvocato Porelli mi offrì il contratto di tre anni con la Virtus. Ma sono stato in bilico anche nell’89, quando mi offrirono la prima squadra della Virtus. Pensai che se avessi fallito non sarei più potuto tornare alle giovanili e forse la mia carriera sarebbe finita lì. Ero preoccupato».

Ma andò subito benissimo. Due finali, due vittorie.
«Molto diverse. La gara di Coppa Italia contro il Messaggero quasi non la sentii. In pullman, andando verso il palasport di Forlì, m’addormentai. Era una tappa importante a quell’epoca ma non percepii quella partita come un evento».

Firenze, invece...
«Firenze fu tensione, migrazione di tifosi, negozi chiusi a Bologna perché c’era la partita. Giocavamo praticamente in casa e tutti dimenticarono presto che il favorito era il Real Madrid. C’era Sugar, c’era Brunamonti all’apice, si voleva vincere. C’era insomma l’ansia tipica da grande evento».

A proposito di Sugar: primo caso spinoso della sua carriera.
«La sostanza era che andava fatta una cosa estremamente spiacevole, altrimenti bisognava rimangiarsi tutto. Poi si può entrare nella forma dei test effettuati, ma la sostanza rimane. Il dispiacere è che la vicenda di Micheal fu strumentalizzata da chi voleva prendere una direzione precisa nella politica del club. Ma io e Sugar siamo pari, ci siamo sentiti anche qualche mese fa e senza problemi».

Anno ’98: la figura dell’allenatore, con le sue «magate», torna ad essere cruciale alla Virtus.
«Avevo una grande squadra. E alle spalle c’era un presidente "pesante" nella leadership. Cazzola è una persona decisa che fa discutere, quello che lui fece dopo la sconfitta in Coppa Italia contro la Fortitudo fu fondamentale per vincere poi Eurolega e scudetto. Freddezza, fiducia e coesione: così costruì i nostri trionfi. Ha ragione Dan Peterson quando dice che non c’è grande allenatore senza grande società».

Era un periodo in cui il binomio Virtus-Messina pareva inscindibile. Invece nel 2002 si ruppe tutto. Ma lei sarebbe mai andato via se le cose fossero andate diversamente?
«A marzo sbagliai ad accettare di tornare. Lo feci sull’onda emotiva dei tifosi, del gradimento che avevo per la maggior parte dei giocatori. E avevo il sogno che vincendo l’Eurolega avremmo rappezzato le cose. Invece la squadra avrebbe ottenuto lo stesso risultato, se non di più, anche con Giordano Consolini. E poi la scelta del gm (Dado Lombardi, ndr) che fece la proprietà in estate era un chiaro invito ad andare via. Lì non avevo più margine di scelta. L’avevo avuto dopo l’esonero a marzo e scelsi male: non dovevo rientrare».

Fu una delle poche decisioni d’istinto che ha preso?
«Non ci pensai nemmeno un secondo. Ma ora posso dire che il ritorno non l’ho vissuto come una rivincita, semplicemente non mi vedevo lontano dai miei giocatori, collaboratori e tifosi».

C’è mai stato in questi anni un momento in cui è stato vicino a tornare alla Virtus?
«No e credo che come allenatore non ci sarà nemmeno in futuro. Sarebbe una roba da "Viale del tramonto" con Gloria Swanson. Con un altro ruolo — che non sia il proprietario, perché ci vogliono molti soldi — non lo escludo, anzi sarei felice se venissi chiamato per dare una mano».

È mai stato vicino ad andare alla Fortitudo?
«No mai».

Messina ha un suo giocatore ideale?
«Se citassi qualcuno farei un torto ad altri. Specialmente ai tanti giocatori allenati nelle giovanili e che hanno contribuito alla mia crescita anche prendendo le infamate in palestra. Sebbene io possa sembrare un duro e uno troppo esigente, non ho la sindrome del sergente istruttore. Ma le cose devono essere fatte come voglio io. E nella mia carriera non ci sono stati solo Danilovic e Ginobili».

Al funerale di Porelli, ha letto delle parole che raccontavano l’avvocato attraverso valori forti. Sono stati anche i suoi?
«È un po’ grossa dire d’essersi ispirati a dei valori. Diciamo che si tende a quei valori, poi la pratica a volte è un’altra».

Quando andò a lavorare all’estero, al Cska, era più preoccupato o eccitato dalla sfida?
«Ero affascinato dal club, dalla storia e dalle persone che ci lavoravano, ma soprattutto non vedevo l’ora di lasciare l’Italia».

Qual era il problema?
«Mi davo fastidio, non avevo la forza di alzarmi e dare un cazzotto a uno di quei tanti che venivano nei palazzetti con la faccia invasata solo per sputarmi addosso o insultarmi perché allenavo una squadra che non era la loro. Questa debolezza mi stava distruggendo ma al tempo stesso sapevo che se avessi fatto una cosa del genere avrei a mia volta distrutto la mia carriera. E quindi ero stufo, perché ho parecchi momenti in cui mi do fastidio anche se tutti credono che sia sempre sicuro di me. Avrei voluto fare come Cantona, che si scagliò addosso a uno spettatore che lo insultava. Chi non avrebbe voluto fare come lui una volta?».

Quindi andar via fu una sfida personale.
«Sì con me stesso. Dissi basta e devo ringraziare mia moglie che, invece, giustamente si preoccupava di lasciare l’Italia per la Russia. Ma quella era l’occasione perfetta per andarsene».

E per non tornare.
«Certo. Quando non sei più coinvolto nelle guerre medievali fra i Comuni, inizia il processo di beatificazione e rispetto. Ma appena ti rimetti una bandiera, tornano a sputarti addosso».

In cosa è cambiato in questi anni?
«Non so se sono meglio o peggio. Diciamo che sebbene mi costi di più, ho la stessa energia del primo giorno. Anche perché se non ci fosse sarebbe ora di smettere».

Adesso c’è Madrid.
«Una tappa difficile perché è indubbiamente il club con maggior blasone che ho mai allenato, più anche del Cska e della Virtus. Ma quando sono stato inserito fra i dieci allenatori che hanno fatto la storia dell’Eurolega ho chiuso un cerchio, ora sento di non dover più convincere nessuno. E spero di essere di maggior aiuto alla squadra, avendo meno ansia».

Al primo anno in un club, di solito fioccano vittorie.
«Il rapporto con i giocatori è un po’ quello fra uomo e donna e il primo anno è tutto nuovo e da scoprire. Poi diventa tutto già visto. Io poi se il primo anno arrivano i risultati tendo ad alzare l’asticella, quindi i rapporti iniziano a complicarsi».

Il basket italiano è in crisi e lei spesso viene interpellato. Si sente un battitore libero?
«Nelle vicende della Nazionale sono stato tirato in mezzo e quindi ho chiarito come stessero le cose. Ora che lavoro in Spagna dove il doppio incarico è vietato, e quindi non sono più un possibile concorrente per il posto da Ct, se mi viene chiesto un parere lo do volentieri».

Ha mai pensato d’entrare in politica?
«Sì, perché mi piacerebbe. Ma mi sento un tecnico, quindi sono uno che "può fare" non che "può discutere". La politica è complessa, se mi mettono dietro un tavolo a parlare poi m’incazzo. Ma tutti sanno come la penso, quindi se mi ritenessero utile per "fare" qualcosa accetterei».




I diritti degli scritti presenti in questo sito sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori e/o editori.
Tutti i loghi e marchi presenti in questo sito sono proprietà dei rispettivi proprietari.

Tutto il materiale presente su miradouro.it, mascellaro.it, mascellaro.eu è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale in totale buona fede d'uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright e volesse farli valere è pregato vivamente di comunicarcelo via e-mail (nella sezione "Contattaci") attestando le sue dichiarazioni comprovate.

Quanto pubblicato in queste pagine e che non competa il nostro ingegno, è dichiarato nella voce "tratto da" o "fonte" presente in testa al contributo proposto o al piede.

Seguite il Miradouro su Twitter

Premium Drupal Themes by Adaptivethemes