La tempesta che travolse pollari
di Piero Laporta
Tratto da Italia Oggi il 18 settembre 2009
Mentre si posano le polveri dell'attentato a Kabul, Repubblica pubblica una scheda con la contabilità dei caduti:«21 italiani morti in Afghanistan dal 2004».
La cronologia è fatta per sua natura di «prima» e di «dopo». L'autorevole quotidiano offre un dettaglio rilevante, molto rilevante. Fino a maggio 2006 i morti sono tre: un incidente stradale, un caduto con un aereo civile e un incidente col fucile. Solo il 5 maggio del 2006 abbiamo le prime vittime, causate dall'esplosione d'un ordigno. Seguono altri sei attentati fino a quello di ieri che svetta sui precedenti per l'efferatezza e si affianca alle spallate antigovernative in Italia.
Che gli italiani fossero alquanto esposti lo abbiamo ribadito più volte da queste colonne, esecrando il «tutti a casa» che offre ai Taliban un motivo in più per attaccarci. Eppure quello spartiacque fra prima e dopo maggio 2006 apre un dubbio vertiginoso perché coincide con la tempesta che prima travolse la gestione dei servizi segreti di Niccolò Pollari e poi aprì una lunga fase di vuoto operativo, nel quale può essersi inserito, indisturbato e incontrollabile, qualunque interesse, qualunque organizzazione anti italiana, anti occidentale e tale da rendere inefficace la nostra capacità di prevenzione. Questi dubbi sono a suo tempo affiorati in commissione Difesa, da autorevoli esponenti della stessa maggioranza di governo, i quali tuttavia non parvero consapevoli del legame possibile con gli avvenimenti del 2006.
Diciotto vittime sono state falciate da attentati che non si verificavano sino al 5 maggio 2006. Dopo il 5 maggio 2006 gli attentati sono divenuti ricorrenti ed efficaci. Non basta aprire un fascicolo presso la procura di Roma o dare la stura alla consueta retorica degli eroi, buona per le litanie da funerale ma non per fare luce su una verità di cui si avverte il fetore pur senza distinguerne, per ora, i contorni.
Non vale fare i paragoni con i britannici che di caduti ne hanno avuto a centinaia. I britannici sono caduti in combattimento, i nostri sono caduti a causa di attentati che prevenivamo fino a maggio 2006, quando ancora funzionava il Sismi di Niccolò Pollari e oggi non preveniamo più. Il macabro salto di qualità dell'attentato di ieri obbliga alla chiarezza.
Il parlamento sovrano si levi e indaghi per capire perché, mentre si rovistava nel presunto rapimento di Abu Omar, presunto torturato e presunto perseguitato dalla polizia segreta egiziana, nello stesso momento si è aperta una voragine nei nostri servizi entro la quale sono precipitate 18 giovani vite.
Abu Omar non ha mai mostrato i segni delle torture che dice di aver subito e non ha fatto mistero di aver vissuto libero e felice in un paese, l'Egitto, che sarebbe dovuto essere la sua prigione e la sua tomba.
Il dubbio che l'Italia paghi quella commedia col sangue dei suoi soldati può essere risolto solo con una commissione parlamentare di inchiesta che spalanchi senza riguardi tutti gli armadi.