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L'arcivescovo Caffarra alla «tre giorni» del clero: «La causa di Cristo è il solo bene del sacerdote. La passione per l'uomo è la logica della sua vita»
di Stefano Andrini
Tratto da Avvenire del 17 settembre 2009
«La vita del prete è verginale, obbediente e povera». Lo ha ricordato il cardinale Carlo Caffarra alla tre giorni del clero bolognese inserita a pieno titolo, anche per la tematica affrontata, nel contesto dell’Anno Sacerdotale. «La causa di Cristo – ha spiegato l’arcivescovo a proposito della verginità – sequestra così profondamente la persona del sacerdote da costituire l’unico suo bene. Il resto affettivamente non interessa e spiritualmente non attrae». Per quanto riguarda l’obbedienza Caffarra ha osservato che «l’io del sacerdote o è ecclesiale o è un fallito. In quanto mandato, l’auto-disposizione prende la forma dell’essere a disposizione della Chiesa». È molto difficile entrare in questa prospettiva, ha osservato, «perché respiriamo tutti, senza accorgercene, uno degli errori antropologici più gravi della cultura odierna: l’identificazione fra auto- determinazione ed auto-nomia. Se veniamo a patti con questa identificazione, tutta la profondità teologica, cristologica ed ecclesiologica dell’obbedienza sacerdotale è azzerata. Un’esistenza obbediente viene inevitabilmente pensata co- me contraria alla dignità della persona». Infine la povertà. «Chi ha Gesù – ha affermato il cardinale – ha tutto; chi possiede il suo amore, non ha bisogno di altro; chi amministra i tesori del Regno, non pensa ad altri. Come la verginità è integrata dalla continenza, così la povertà è integrata dalla sobrietà e dall’austerità». È il rapporto con Cristo, ha proseguito Caffarra, che dà origine al «contesto esistenziale», che pone in essere quella «rete di relazioni» che costituisce l’ ethos, cioè la dimora della vita sacerdotale. «Siamo relazionati – ha esemplificato – a una Verità depositata dentro alla Tradizione della Chiesa. In ogni uomo c’è una visione del mondo, un modo di porsi nella realtà, costituito primariamente dall’interpretazione più o meno esplicita della realtà medesima. Per il sacerdote, la visione del mondo è quella di Dio stesso». La relan zione è anche con la comunità cristiana che «edifichiamo colla predicazione della fede, la celebrazione dei sacramenti e la guida dei fedeli nella via della divina Legge. Il sacerdote slegato da ogni comunità e referente ultimo è un monstrum teologico, etico e canonico». «Siamo correlazionati inoltre – ha affermato l’arcivescovo – agli altri presbiteri che costituiscono cum et sub Episcopo il collegium presbyteriale o 'presbiterio'. La pastorale integrata è la forma che questa dimensione del nostro sacerdozio oggi è chiamata a prendere. Essa pertanto, la pastorale integrata, deve essere intesa e realizzata non precisamente come un espediente, una strategia operativa per far fronte a particolari congiunture. È la 'forma' della strutturale natura collegiale del ministero presbiterale».
Il cardinale ha poi tratteggiato il profilo pastorale che assume nel presbitero la virtù teologale della carità. «Consiste nel fatto che egli continua nel mondo l’auto- donazione del Redentore. È questa la 'logica' dell’esistenza sacerdotale: la passione per l’uomo, per il suo bene. La carità pastorale del presbitero non può allora non esercitarsi in un contesto di 'battaglia', di vero e proprio combattimento contro i poteri del mondo e del suo principe, che si oppongono al Vangelo. E nello scontro a volte possiamo anche rimanere feriti, subire la tentazione di fuggire». La stessa virtù della carità, ha aggiunto «non può non esercitarsi che come 'compassione', 'condivisione' per e delle miserie dell’uomo. Tutti i grandi pastori hanno vissuto questo mistero di 'sedersi a tavola coi peccatori'. Per essi la preghiera non è più stata sufficiente. Sono arrivati a partecipare la loro condivisione di assenza di Dio, di incredulità, di miseria: così il Curato d’Ars, così Padre Pio da Pietrelcina, è nella fedeltà al confessionale che si esprime questo mistero di compassione e di condivisione». Simbolicamente la tre giorni si è aperta nel segno di don Luciano Sarti, sacerdote illustre della Chiesa bolognese di cui si è aperto il processo diocesano di beatificazione. La traslazione della salma è stata l’occasione per riscoprire le tre parole che hanno caratterizzato la santità della sua vita e che restano come pilastri fondamentali: la croce, l’Eucaristia, la preghiera.