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Fassino non ci sta Il sondaggio agita il congresso Pd

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Tensione. L'ex segretario Ds contesta che l'ex ministro Ds sia avanti («Non canti vittoria»), ma poi ammette che per Franceschini c'è da rimontare: «Anche Obama era indietro rispetto a Hillary...».
di Alessandro Calvi
Tratto da Il Riformista del 12 agosto 2009

Parla di dati «vaghi e contraddittori». Avverte che «cantare vittoria troppo presto è rischioso». E se la prende col Riformista. A Piero Fassino, coordinatore della mozione Franceschini, il sondaggio dell’Ipr del quale il Riformista è entrato in possesso e che ha pubblicato ieri, non è andato giù. Sarà, forse, perché da quel sondaggio emerge un grande distacco - 19 punti percentuali - tra il candidato sostenuto dallo stesso Fassino e Pier Luigi Bersani. Comunque sia, la sua reazione rabbiosa racconta soprattutto una cosa: la corsa per la segreteria del Partito democratico inizia a scaldarsi.

Nonostante la calura agostana, infatti, quel sondaggio ha iniziato a smuovere le acque di un dibattito che appariva già appannato e ripiegato tutto su questioni interne, a partire da quella sulla necessità di inserire il famigerato trattino tra le parole “centro” e “sinistra”. Roba che 12 anni fa a Gargonza già provocava qualche sbadiglio. A giudicare dalle reazioni di ieri, però, si deve pensare che, come cantava Adriano Celentano, la situazione non è buona. Già, perché chiunque vinca, il problema che sembra porsi è soprattutto quello di una possibile disaffezione del popolo democrat alle primarie. Su questo si sono soffermati a ragionare in molti. Secondo quel sondaggio, infatti, si rischierebbe ti toccare la percentuale più bassa della pur breve storia del Pd.

Fassino, però, non la pensa così. E, anzi, contrattacca, partendo proprio da quei dati spiegando che «i numeri del sondaggio che indicano che l'8 per cento dell'intero corpo elettorale ha deciso di votare il 25 ottobre e un ulteriore 11 per cento probabilmente lo farà» e che «si tratta pur sempre di molti milioni di persone». Quanto alla corsa per la segreteria, dice Fassino che «cantare vittoria troppo presto è rischioso. Valga quello che è accaduto alle primarie americane nelle quali Hillary Clinton era data per sicura vincente con venti punti di vantaggio su Obama nei sondaggi solo un mese prima dell'inizio delle primarie. E tutti sanno come è finita». Toni molto simili sono stati utilizzati anche da un altro franceschiniano, Mario Adinolfi. Anch’egli, infatti, contesta alla radice i risultati della rilevazione dell’Ipr. Infine, si dice convinto che «il popolo delle primarie ci sia ancora, eccome». E, avverte, «lo vedremo il 25 ottobre».

Tutt’altro clima si respira nel fronte bersaniano dove, una qualche preoccupazione sulle primarie sembra invece esserci. E infatti Filippo Penati, coordinatore nazionale della mozione che sostiene l'ex ministro, osserva che il sondaggio, «pur non essendo il Vangelo, indica chiaramente una tendenza reale». Ma, subito dopo, aggiunge che «di grande importanza è anche l'impegno di tutti per garantire la massima partecipazione alle primarie». Prima, la deputata Alessia Mosca aveva già chiesto una riflessione proprio sulla partecipazione mentre secondo la senatrice Francesca Marinaro «le primarie sono utili e importanti ma va assolutamente rivista la missione». Detta in un altro modo, «se non si fa un partito vero e che funziona - osservava Oriano Giovannelli - anche la propensione a partecipare degli elettori si indebolisce. Alla faccia di chi ha contrapposto partito a primarie». Infine, secondo il coordinatore dell’organizzazione della mozione Bersani, Gianni Pittella, «il nostro elettorato reclama dal più grande partito d'opposizione la designazione di una guida saggia e autorevole in grado di costruire il futuro dell'Italia, coniugando innovazione e concretezza. E Bersani garantisce entrambe». E questo, osserva Pittella, spiegherebbe i risultati delle rilevazioni.

Quell'abitudine al sospetto antico vizio da Comintern

LA REPLICA - IL CORSIVO DEL RIFORMISTA:

Non si è ancora asciugato l'inchiostro con cui i dirigenti del Pd hanno vergato indignate difese della libertà del Tg3 di dare notizie sgradite al governo. E già Piero Fassino si scaglia contro il Riformista, reo di aver dato una notizia sgradita a lui e al suo protetto Dario Franceschini. Un sondaggio è un sondaggio è un sondaggio, direbbe il poeta. Ma Fassino spiega che pubblicarlo non è solo sbagliato, è anche una manovra politica tendenziosa, perché “il Riformista è diventato l'organo ufficiale della mozione Bersani”.

I vizi da Comintern, l'abitudine al “sospetto” e la liquidazione delle brutte notizie come “attacco strumentale” non sono stati evidentemente annacquati in Fassino nemmeno dalla frequentazione dei solidi democristiani con cui si è schierato nella battaglia congressuale.

Per sua esperienza personale, Fassino dovrebbe sapere che il Riformista non è il giornale di nessuno, ma che giudica le vicende della politica italiana con la sua puntigliosa e orgogliosa autonomia. Saprà dunque presto e in maniera esplicita, come siamo abituati a fare, chi riteniamo essere il candidato più riformista nella battaglia congressuale del Pd. Nel frattempo, invece di polemizzare con i fatti, si industri a trovare il modo per spingere il suo flebile candidato a recuperare il pesante svantaggio che ha già accumulato. Del resto, se c'è riuscito Obama con Hillary, non si vede perché non possa riuscirci anche Franceschini.




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