Skip to content
il Mascellaro è diventato Miradouro   [leggi perchè]
Da oggi puoi utilizzare l'indirizzo www.miradouro.it
IV SETTIMANA DI QUARESIMA

Avviso ai naviganti

Questo non è il sito della
Associazione Culturale
il Mascellaro
.

Per andarci, cliccare
sull'albero qui sotto.

Cristo risorto Medaglia miracolosa

Acqua di scolo

Finalmente un imputato per violazione del segreto istruttorio

Un giornalista di Repubblica o del Corriere? L'informatore di D'Alema sulle indagini baresi?
No: Minzolini, direttore del TG1.

Tempi

*RICORDIAMO IL 25 APRILE 2008

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampa
Nel 60° anno della rinascita alla democrazia, avvenuta in quel 18 aprile 1948 quando gli italiani diedero fiducia alla DC, ricordiamo un aspetto poco conosciuto in questa festa della Liberazione: l'apporto dei militari italiani ancora (o nuovamente?) inquadrati nel regio esercito alla guerra di liberazione. Guerra che essendo stata combattuta da italiani e Alleati da una parte contro italiani e tedeschi dall'altra fu, per noi italiani, guerra civile.

  

25 aprile e dintorni... La Guerra dì liberazione nel ricordo degli ultimi "soldati del Re"

di Francesco Griccioli
Tratto da Nuova Storia Contemporanea 3/2005


   Nello spazio di tempo intercorso fra l'8 settembre 1943 e oggi, un arco che copre ormai ben sessant'anni, mi pare che si sia progressivamen te perso il senso reale delle vicende del periodo tra il nostro armistizio con gli Alleati e la partenza delle ultime unità militari britanniche dall'Italia nel 1947.
   Questa, almeno, è l'impressione di chi quelle vicende le ha vissute direttamente tra gli I.I.L.Os, ossia Italian Intelligence Liaison Offìcers, ovvero Ufficiali italiani di collegamento del Regio esercito con l'VIII Armata britannica. Si trattava di una unità autonoma, di circa 220 ufficiali e poco più di 20 sottufficiali, posta alle dipendenze amministrative e disciplinari dello Stato maggiore del nostro Esercito, e precisamente del SIM (Servizio informazioni militari)» e distaccata presso il comando dell'VIII Armata di Montgomery.
   Il cosiddetto Nucleo "I" era comandato dal tenente colonnello di cavalleria Riccardo Esclapon di Villanova (nome di copertura: "colonnello Villanova") e formato da personale in possesso del grado da tenente colonnello in giù, ma in grandissima parte da giovanissimi sottotenenti arruolatisi volontariamente per riscattare le sorti e l'onore delle armi italiane. Data l'estrazione sociale prevalente fra gli uomini del Nucleo, aristocratica o alto borghese, essi conoscevano assai bene l'inglese e il mondo anglosassone.
   Gli I.I.L.Os svolsero compiti estremamente delicati e difficili, considerando che si erano da poco concluse le lunghe ostilità fra l'Italia e la Gran Bretagna. Gli inglesi, infatti, nutrivano nei confronti del nostro paese una grande diffidenza e molta sfiducia, sentimenti alimentati da un marcato complesso di superiorità verso tutto ciò che dì militare esisteva in Italia. Questo rese quantomai arduo e moralmente duro, all'inizio, il nostro lavoro a tutti i livelli in cui fummo distaccati: dal comando d'armata a quelli di corpo d'armata, di divisione, di brigate, di reggimenti, giù giù fino ai comandi di squadrone e battaglione.
   I nostri compiti ci consentivano, d'altronde, continui contatti e rapporti di ogni genere, sia di tipo politico che a finalità sociale, con le autorità italiane: per gli approvvigionamenti alle popolazioni appena liberate; per i collegamenti con i reparti, combattenti e non, delle Regie forze armate; con i partigiani; ecc. Tali compiti andavano molto al di là della loro iniziale funzione esclusivamente militare. A livello di compagnia, squadrone, battaglione, gli ufficiali del Nucleo "I" furono sempre in prima linea, partecipando a numerose azioni di guerra al fianco dei soldati britannici. Ciò contribuì a mitigare almeno in parte, in questi ultimi, i sentimenti negativi di cui sopra.
   Il libro di Luciano Garibaldi, La guerra (non è) perduta. Gli ufficiali italiani nell'8ª Armata britannica (1943-1945) , edito da Ares nel 1988, con prefazione di Edgardo Sogno e postfazione di Massimo De Leonardis, descrive benissimo, tramite la pubblicazione dei ricordi e dei diari di questi ufficiali, le premesse del loro impegno, i loro ideali, la loro esperienza di guerra. Non è male, tuttavia, prima che scompaiano gli ultimi "mohicani" del Nucleo "I" (ormai meno di 40, raccolti nella sezione "Margarucci, medaglia d'argento al valor militare" dell'Associazione combattenti della Guerra di liberazione inquadrati nelle Forze armate regolari), precisare ulteriormente alcuni fatti in merito a questioni cruciali. E cioè:
   - Chi furono i protagonisti delle accanite battaglie combattute sui durissimi fronti della Campagna d'Italia fra il settembre 1943 e il maggio 1945?
   - Quali le linee di resistenza tedesche più forti e famose dopo la caduta di Cassino e la liberazione di Roma nella primavera del 1944 fino all'ultima offensiva dell'aprile 1945?
   - Quando terminò davvero la guerra in Italia e cosa avvenne delle due armate tedesche in Italia e dei militari della Repubblica sociale?
   - Quali furono i reparti che parteciparono, fra il settembre del 1943 e il maggio del 1945, alla sia pur limitata ripresa delle Regie forze armate, che ci consentì di definire la Campagna d'Italia anche Guerra di liberazione? Quale il vero ruolo, sui fronti operativi dell'VIII Armata britannica, dei partigiani?
   - Quale il ruolo della monarchia nel processo di recupero delle nostre Forze armate?

La Guerra di liberazione nel quadro della Campagna d'Italia

   a) Forze alleate. L'VIII Armata britannica - della quale faceva parte un intero Corpo d'armata polacco, comandato dal generale Anders, che operò sempre come unità completa nell'ambito dell'Armata - e la V Armata statunitense furono le protagoniste assolute delle operazioni militari contro i tedeschi. È ad esse, agli Alleati anglo-americani, che l'Italia deve in primis le sue libere istituzioni. I nu merosi cimiteri di guerra alleati, presenti sul nostro territorio, testimoniano il grande contributo di sangue versato dalle due Armate per la nostra democrazia.
   b) Regie forze armate italiane. Fu sempre molto difficile convincere gli Alleati ad equipaggiare e armare truppe italiane da mandare in prima linea. Ciò malgrado la volontà e le pressioni del re e del suo governo, accentuatesi dopo l'avvenuta dichiarazione di guerra alla Germania il 13 ottobre 1943.
   Varie le ragioni della riluttanza alleata:
   - una certa volontà punitiva, soprattutto inglese, mirante tendenzialmente a evitare sconti sulla condizione di sconfitta che avrebbe comunque dovuto caratterizzare l'Italia al tavolo della pace.
   - La poca fiducia nelle qualità combattive degli italiani: il nostro soldato era considerato demoralizzato dall'armistizio, stanco di combattere dopo tre anni di guerra e dopo le ripetute sconfitte subite in Africa settentrionale, in Grecia e in Russia. Inoltre l'armamento e l'equipaggiamento italiani erano giustamente ritenuti inadeguati a una guerra moderna.
   - Come corollario, la mancanza di equipaggiamento alleato per rifornire il Regio esercito dell'indispensabile per combattere senza perdite esorbitanti. La battaglia di Montelungo, dell'8 e del 16 dicembre 1943, cui partecipò, come osservatore aereo, lo stesso principe ereditario Umberto (che gli americani avrebbero voluto decorare per l'azione svolta), dimostrò, oltreché il valore italiano, l'assoluta necessità di dotare i nostri militari di mezzi davvero all'altezza della situazione.
   - Purtroppo c'era l'altra faccia della medaglia: non sempre risultava facile per i nostri comandi trovare militari disposti a combattere. I soldati meridionali, le cui terre erano già state liberate, anelavano solo al ritorno a casa. Le diserzioni furono infatti numerose.
   - Successivamente le cose cambiarono. L'eccellenti prove fornite dal Corpo italiano di liberazione (cil) nel marzo-settembre '44, le continue pressioni esercitate sugli Alleati dal Regio governo, il crescente prestigio e la fiducia riscossi presso gli Alleati dal principe Umberto - nominato, dopo la liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944, luogotenente generale del re -, il ritiro del Corpo di spedizione francese del generale Juin e del II Corpo d'armata statunitense per lo sbarco nel sud della Francia (decisione che impedì ad Alexander una sollecita marcia su Lubiana, e magari su Vienna e Budapest, per anticipare i sovietici) furono, tutti insieme, elementi che contribuirono a mutare parzialmente l'atteggiamento degli Alleati, che consentirono l'impiego dei nuovi Gruppi di combattimento. Senza tuttavia permettere la costituzione di un corpo d'armata autonomo e omogeneo, con artiglieria pesante e carri armati, come quello polacco. I Gruppi di combattimento del Regio esercito, come già da tempo le validissime Divisioni ausiliarie (che nel duro inverno 1944-1945 tanto contribuirono, con le loro salmerie, al rifornimento degli Alleati nei settori più impervi degli Appennini), fu rono inquadrati in quattro diversi corpi d'armata e impiegati a livello esclusiva mente divisionale. Si batterono benissimo, ma è evidente che il loro contributo fu ristretto a settori ben definiti del fronte, anche in occasione della battaglia finale dell'aprile 1945. Ben diverso sarebbe stato, e molto avrebbe rappresentato il loro apporto alla conclusione delle ostilità in Italia, se il Regio esercito avesse operato con un corpo d'armata italiano autonomo nello schieramento alleato. Ne sarebbe derivato un significativo contributo al morale dei soldati e al prestigio internazionale del paese.
   - È bene ricordare che, disgraziatamente, questo ruolo sussidiario delle Forze armate italiane nella Campagna d'Italia non dispiaceva affatto a molti politici del cln. Tale atteggiamento corrispondeva all'ostilità, mai venuta meno, di buona parte dei partiti antifascisti nei confronti delle Forze armate (e in specie degli ufficiali), ritenute il maggiore appoggio dell'istituzione monarchica; una loro ri nascita, una loro affermazione troppo evidente non venivano giudicate in que st'ottica auspicabili, nonostante il palese interesse nazionale a che ciò avvenisse.
   La ricostruzione dell'Esercito (la Marina essendo stata assai meno provata dal trauma dell'armistizio), nel rispetto delle tradizioni, ma con truppe meglio armate, meglio equipaggiate, meglio istruite, sarebbe inevitabilmente avvenuta - stante il regime monarchico e i sentimenti di gran parte dei militari - nel nome del "bene inseparabile del Re e della Patria". Ciò era inaccettabile per buona parte dei partiti del CLN, anche a costo di indebolire di fatto la posizione italiana di fronte agli Alleati per il presente e per il futuro. Né migliorò la situazione la posizione più duttile assunta dal Partito comunista dopo il ritorno in Italia di Togliatti e la "svolta di Salerno" (marzo 1944), con la decisione di infiltrare l'Esercito con propri elementi e poi addirittura con proprie unità partigiane. Gli Alleati, e in specie gli inglesi, videro sempre con diffidenza e sospetto questo fenomeno di politicizzazione dell'elemento militare, che contribuì in buona parte a ritardare l'allestimento di nuove unità italiane da portare al fronte. Senza contare che l'introduzione di elementi di politicizzazione e di divisione ideologica non valgono mai alla necessaria compattezza morale e allo spirito combattivo delle forze combattenti. Certo è che gli I.I.L.Os, così a diretto contatto con comandi e truppa britannici, percepirono subito i dubbi e le diffidenze alleate a questo riguardo, ascoltarono i negativi commenti in materia, si accorsero delle esitazioni e delle remore espresse dai loro amici e compagni d'arme britannici. Fecero naturalmente del loro meglio per dissiparli, ma va da sé che gli uomini del Nucleo "I" condividevano in pieno il parere dei militari inglesi da sempre abituati a combattere per il proprio re e il proprio paese, prima, al di là e al di sopra delle opinioni politiche di ciascuno.
   c) I partigiani. Tra i compiti principali degli I.I.L.Os rientravano ovviamente i contatti con i partigiani, a mano a mano che l'VIII Armata avanzava verso Nord. Però, mentre nell'Italia settentrionale, anche nei ristretti limiti di terreno e di tempo nei quali operarono, i partigiani riuscirono ad impegnare talvolta considerevoli unità militari, quasi esclusivamente della RSI, altrove l'apporto dato alla lotta contro i tedeschi non fu mai determinante, né ebbe mai alcun peso effettivo sui risultati militari dei britannici. Nemmeno a Firenze, dove pure i partigiani si batterono nel centro della città.
   Non si vuole certo dire che i partigiani non abbiano subito perdite e non abbiano sostenuto duri combattimenti con i tedeschi. È sull'utilità militare pratica di tali "colpi di mano" che occorre riflettere, tenendo anche conto del loro frequente costo in vite umane per le rappresaglie germaniche sulla popolazione civile. In Romagna, meno in Toscana, per parlare di zone di cui ho diretta esperienza, l'azione dei partigiani fu più incisiva, ma per ovvie ragioni non risolutiva, nella grande battaglia di sfondamento della Linea Gotica e oltre. All'arrivo delle truppe alleate, i partigiani si presentavano in genere agli I.I.L.Os, ponendosi a disposizione dei vari comandi. Essi si rivelarono sovente guide e combattenti eccellenti e coraggiosi; uscirono spesso in pattuglia con noi del Nucleo "I" e con i britannici; si distinsero in azioni audaci e pericolose, partecipando ai combattimenti locali sulla linea del Senio e delle paludi di Comacchio.

La Linea Gotica

   Per quale strana idea si insista oggi a scrivere che i Gruppi di combattimento del Regio esercito avrebbero partecipato allo sfondamento della Linea Gotica è per gli I.I.L.Os totalmente incomprensibile. Militarmente, questa è un'affermazione di nessun peso, non aggiungendo alcunché alla gloria, al coraggio, al valore, all'incredibile abnegazione sempre dimostrata dagli "ultimi soldati del Re" tutte le volte che gli Alleati ne hanno consentito l'impiego, dal I Raggruppamento motorizzato al CIL e ai Gruppi di combattimento.
   Le uniche truppe italiane che, in un certo senso, parteciparono allo sfondamento della Linea Gotica, nel settore più orientale della V Armata statunitense, furono le eroiche Divisioni ausiliane, in appoggio con le loro salmerie, nell'ottobre-novembre del '44, nella zona del Passo della Futa e del Giogo, conquistati dai sudafricani.
   La Linea Gotica correva - formidabile nei suoi apprestamenti difensivi costruiti dall'uomo, come formidabile era la configurazione del terreno sul quale essa si snodava - da Bocca di Magra, vicino a Sarzana, sul Tirreno, alla foce del fiume Foglia, sull'Adriatico, a nord di Pesaro. Seguiva più o meno la cresta degli Appennini, con munitissimi capisaldi ai valichi della Porrettana, della Futa, del Giogo, del Colle di Casaglia, del Muraglione, dei Mandrioli, ecc.
   In pianura, nel breve tratto da Urbino alla costa adriatica, la Linea Gotica era costituita da un insieme di capisaldi, campi minati, fortificazioni campali, fortemente tenuti e armati dai tedeschi, su una serie di posizioni in collina perpendicolari al mare e che erano state attrezzate a difesa, una dopo l'altra. Esse furono presidiate tenacemente e con grande abilità tattica dai tedeschi: i nomi di "Coriano Ridge", "Belvedere-San Fortunato" a Rimini, San Martino in Venti sono ricordati nella storia militare inglese tra i combattimenti più duri e sanguinosi sostenuti sul Continente dalle truppe di Sua Maestà britannica.
   La ferrea resistenza tedesca fu stroncata, alla fine di settembre del 1944, dalla tenacia e dalla perseveranza bntanniche. Con il totale dominio dell'aria, dopo un mese di feroci e sanguinosi combattimenti, più duri di quelli per Cassino, l'VIII Armata ebbe ragione della resistenza tedesca e la Linea Gotica fu sfondata in due settori vitali. La Pianura padana era aperta agli Alleati; l'ideale sarebbe stato di sfruttare subito il successo e arrivare almeno al Po, visto che le truppe rimaste disponibili non consentivano di raggiungere la stretta di Lubiana. L'eccezionale maltempo dell'autunno 1944 e la necessità di accorciare le linee di rifornimento rallentarono invece di molto lo slancio dell'VIII Armata e quello della V Armata, rimasta arretrata rispetto all'avanzata dei britannici sull'Adriatico.
   Comunque, dalla Strada statale 67 Firenze-Bologna al mare, la Linea Gotica nel novembre del 1944 non esisteva più: era stata sfondata in pieno. Quando, nel gennaio del 1945, entrò in linea il primo dei cinque Gruppi di combattimento del regio esercito, il "Cremona", sul fronte del Senio la Linea Gotica era rimasta indietro di 40-60 km.
   All'offensiva finale del XV Gruppo d'armate alleate in Italia (VIII britannica e V statunitense), i Gruppi di combattimento del Regio esercito erano così schierati:
   - con il II Corpo d'armata statunitense: il "Legnano", insieme alla 6ª Divisione corazzata, e all'88ª e 91ª Divisione di fanteria americane;
   - con il XIII Corpo d'armata: il "Folgore", insieme alla 10ª Divisione di fanteria indiana;
   - con il X Corpo d'armata: il "Friuli", insieme alla Brigata israeliana;
   - con il V Corpo d'armata, che era la punta d'acciaio dell'attacco britannico e alleato nell'offensiva finale: il "Cremona", con la 2ª Divisione neozelandese, la 78 a e la 56ª Divisione di fanteria britannica, l'8ª Divisione di fanteria indiana.
   Il "Mantova" rimase di riserva.
   Lo schieramento italiano, alla vigilia della battaglia finale dell'aprile 1945, non ebbe quindi assolutamente più a teatro la Linea Gotica. Gli ex I.I.L.Os superstiti ne sono senz'altro testimoni, essendo allora tutti in servizio con le unità delI'VIII Armata pronte all'offensiva, così come molti di loro avevano già preso parte allo sfondamento della Linea Gotica sull'Adriatico.
   Le linee di difesa tedesche, comunque molto forti, erano così denominate: Linea Cesare, fra Imola e Bologna, con prosecuzione sul Senio nella Linea Irmgard, oggetto del primo sfondamento con l'offensiva del 10 aprile; e Linea Lucia sul Santerno. Nessuna menzione allora, né oggi, nelle pubblicazioni storico-militari angloamericane e tedesche, della Linea Gotica per l'offensiva finale. Per ottenere il riconoscimento del valore, dello slancio, del coraggio dei quattro Gruppi di combattimento del Regio esercito nella battaglia finale in Italia nell'aprile 1945, non occorre davvero far ricorso a tesi improprie.
   Del resto, senza parlare di Linea Gotica, o di altre irrealtà del genere in questa battaglia, per ricordare l'eroismo dei "soldati del Re" nella fase finale della Campagna d'Italia, basta riportare quanto scritto nella pubblicazione Finito, edita dal comando del XV Gruppo di armate e stampata da Rizzoli nel 1945, con una prefazione del comandante Mark W. Clark. Sui paracadutisti del "Nembo", il famoso "F. Recce", comandato dal maggiore di Savoia Cavalleria, Gay, a p. 15, si legge: "That night (20 aprile, n.d.r.) the Italian Paraschutists of No. 1 isas were dropped far and behind thè retreating German columns. They did a remarkable job killing and capturing over 1,000 Germans". E non aggiunge che subirono gravissime perdite.
   Queste sono le verità storiche e militari di cui dobbiamo, a pieno titolo, essere orgogliosi e conservare memoria. Non altro.

Termine delle operazioni militari in Italia

   Al 25 aprile 1945 le operazioni militari in Italia non erano ancora concluse. Gran parte della Lombardia, il Piemonte, tutte e tre le Venezie, parte della Liguria erano ancora in mano ai tedeschi e alla RSI. I combattimenti proseguirono accaniti ancora per più di una settimana: molti furono i morti e i feriti da entrambe le parti, anche fra i partigiani.
   I plenipotenziari tedeschi si presentarono al Comando supremo alleato del Mediterraneo a Caserta per trattare l'armistizio solo il 27 aprile 1945: la cessazione di tutte le operazioni militari in Italia e in Austria meridionale, e la resa di tutti i reparti tedeschi e della RSI fu fissata per le ore 14 del 2 maggio 1945. Fino a tale ora, tedeschi e reparti della RSI continuarono a battersi con disperato valore.
   E dovrebbe essere motivo di orgoglio per tutti gli italiani che il più glorioso e il più noto dei Gruppi di combattimento del Regio esercito, il "Folgore", che portava il nome dell'eroica divisione di El Alamein, sia stato il primo a issare il tricolore del Regno ai confini del Brennero, concludendo così la Guerra di liberazione.
   Perché, allora, non festeggiare il 2 maggio, anziché il 25 aprile?

La monarchia e la ripresa dell'Italia dopo l'armistizio del settembre 1943

   Assicurate l'esistenza e la continuità dello Stato italiano, con l'inevitabile trasferimento a Brindisi del sovrano e del suo governo, si dovette iniziare, praticamente da zero, la ricostruzione del paese, a cominciare dal difficilissimo rapporto con gli Alleati.
   La presenza a Brindisi del re Vittorio Emanuele III, dell'erede al trono, del primo ministro, maresciallo Badoglio, e dei ministri che - sotto l'incombente minaccia tedesca e le "tergiversazioni" (chiamiamole così!) del comandante del Corpo d'armata corazzato preposto alla difesa di Roma, generale Carboni - si erano potuti avvisare del trasferimento, garantiva agli Alleati la leale osservanza, da parte dell'Italia, delle condizioni armistiziali. E quindi garantiva la possibilità di avviare gradualmente, e su una china in salita ripidissima, la ricostruzione dell'Italia, delle sue forze armate, della sua amministrazione civile, come pure la continuazione dell'opera diplomatica, che attraverso le nostre rappresentanze all'estero (tutte, o quasi, rimaste fedeli al re, meno quelle nei territori europei occupati dai tedeschi) permise all'Italia, in tempi relativamente brevi, di riallacciare buoni rapporti anche con le potenze vincitrici, ristabilendo il nostro prestigio pure nei paesi neutrali e in quelli dell'America latina, per noi così importanti.
   La fedeltà alla Corona delle unità militari dislocate nel sud e nelle isole, della Regia marina, delle stesse popolazioni dell'Italia meridionale già libera contribuì a convincere gli Alleati della sostanziale stabilità dei territori occupati e delle retrovie del fronte. E fu all'origine della stessa possibilità di equipaggiamento e utilizzo al fronte del I Raggruppamento motorizzato.
   La presenza del principe ereditario al Quirinale, come luogotenente generale del re, permise poi alle Forze armate di acquisire ulteriore fiducia e rinnovato slancio. L'opera di Umberto ebbe positive ripercussioni anche sui rapporti fra gli I.I.L.Os e le truppe e i comandi britannici.
   Il principe ereditario visitava spesso non solo i reparti italiani in linea - allora costituiti dal magnifico CIL- ma anche le unità britanniche e polacche, accolto sempre da grandi e significative manifestazioni dì rispetto e simpatia. Purtroppo la sua opera di riscatto e di ripresa della patria era resa più difficile dall'atteggiamento antistituzionale di molti dei "suoi" ministri repubblicani, poco sensibili alla priorità assoluta dell'unità nazionale.
   L'opera del principe luogotenente ebbe però il suo premio con la ricostituzione di almeno una parte del regio esercito. Grazie a lui, grazie alla sua continua presenza fra i soldati, alia sua costante percezione che le forze armate esprimevano al di là e al di sopra delle fazioni l'unico e supremo interesse nazionale, grazie a tutto questo gli Alleati presero a guardare con maggior fiducia al nostro Esercito. E fu il CIL, impiegato sul fronte adriatico, a dare poi ottima prova di sé: dalla liberazione di Chieti alla sanguinosa battaglia di Filottrano nelle Marche (dopo la quale il Corpo fu ritirato per consentire la costituzione dei Gruppi di combattimento) i soldati italiani destarono l'ammirazione degli Alleati e degli stessi tedeschi.
   Dell'impegno, della sensibilità, delle capacità di Umberto fu testimone il premier britannico, Winston Churchill, quando visitò l'Italia nell'agosto del 1944. Dal suo incontro romano col principe lo statista inglese ricavò un'impressione assai lusinghiera, esprimendo poi un giudizio altamente elogiativo e l'auspicio di una sua fruttuosa permanenza al vertice dello Stato.
   È molto difficile ipotizzare, di contro, ciò che sarebbe potuto accadere senza la presenza e l'opera di Vittorio Emanuele III, prima, di Umberto, in seguito, dall'armistizio in poi: difficile dire che tipo di rapporti si sarebbero instaurati fra ì vincitori, che conducevano sul nostro territorio una guerra durissima contro i tedeschi, e l'Italia e gli italiani.
   Comunque, malgrado la presenza nella nostra penisola di consistenti forze britanniche ancora nel giugno del '46, i vincitori non vollero minimamente interferire nel referendum istituzionale e consegnarono le loro truppe negli acquartieramenti il 2, giorno delle votazioni.
   Ciò anche se agli I.I.L.Os, coi quali il rapporto era ormai diventato molto aperto e confidenziale, gli ufficiali inglesi espressero più volte le loro riserve sull'opportunità e l'equità di far svolgere una consultazione così importante ad appena un anno dalla fine della guerra, e della guerra civile, e senza che i nostri prigionieri di guerra, oltre ad intere regioni e province (come la Venezia Giulia o Bolzano), agli sfollati, ai residenti all'estero e ad altre categorie di elettori (complessivamente per ben più di due milioni di persone) potessero votare. E senza contare che Tito premeva ai confini orientali e che le sue reazioni erano imprevedibili. Le regie forze armate furono esposte, una volta di più dopo il settembre 1943, a una prova di carattere morale e d'onore, che avrebbe potuto avere gravi ripercussioni sulla loro efficienza, sui loro rapporti con gli Alleati, sull'ordine pubblico. Il generoso atto del re Umberto II, che antepose l'interesse nazionale a qualsiasi altra considerazione, sciogliendo le Forze armate dal giuramento di fedeltà e scegliendo l'amara via dell'esilio volontario, contribuì in maniera decisiva alla pacificazione del paese.
   Gli ufficiali italiani di collegamento con l'VIII Armata, gli I.I.L.Os del Nucleo "I", sono orgogliosi di ciò che hanno fatto dal 1943 al 1947: la grandissima maggioranza di essi si è sempre considerata al servizio del "bene inseparabile del Re e della Patria" e a questo sentimento di coerenza e di fedeltà ha dovuto la sua scelta di allora. Una scelta dal sapore tutto risorgimentale, senza odio per nessuno, nemmeno per gli italiani che decisero allora di combattere sotto la bandiera repubblicana.

 

Francesco Griccioli, appartenente ad antica e nobile famiglia fiorentina, ha fatto parte degli Italian Intelligence Liason Officiers, cioè gli ufficiali di collegamento fra il Regio Esercito l'VIII Armata britannica.

AdaptiveThemes