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IV SETTIMANA DI QUARESIMA

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*RICORDIAMO IL 25 APRILE 2006

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Ormai sono passati 61 anni, da quel 25 aprile. Bologna era stata liberata quattro giorni prima e già si capiva cosa sarebbe stata la liberazione.
Riconoscenti agli Alleati per la ritrovata liberà, molto meno ai comunisti per la libertà che cercavano di toglierci alla ricerca del loro sol dell'avvenire, ricordiamo questo giorno, che ci ha restituito un Paese da ricostruire, assieme a uno Stato ancor'oggi da pacificare.

Il sesto mancato
di Dario Mazzocchi,  curatore del blog Mondopiccolo  

   Ricevetti la notizia che mio nonno aveva deciso di passare a miglior vita al lavoro. Ero da qualche minuto alla scrivania quando squillò il telefono e dall’altra parte sentii la voce di mio padre che, tranquillo e ormai rassegnato all’idea, mi comunicò la scomparsa del vecchio barbuto dopo una lunga fine trascorsa dal suo alloggio in paese, in quella casa d’angolo sulla piazza che ancora oggi regge al tempo e alle malelingue.
   Neppure io rimasi troppo scosso dalla notizia, era questione di abitudine: un sacco di volte mio nonno aveva minacciato di andarsene senza nemmeno salutare il figlio o i nipoti. E sempre si tratteneva dal commettere l’ultimo sgarbo. Forse per rendere tutti ancora più nervosi. Fino a quando ha potuto, fino a quando il cuore non ha deciso di piantarla di giocare con i sentimenti altrui. Se ne andò quieto e solitario, senza creare troppi disturbi e impedendo di lasciarci senza parole dal momento che non ne occorrevano più per descrivere la sua situazione. E la nostra.
   Così vennero le condoglianze e vennero i parenti. Vennero i rosari delle vecchie e venne pure il prete. Vennero tutti, tutti se andarono tranne uno, mio nonno ovviamente. Anche se la sua barba bianca non si intravedeva dalle tende della finestra del soggiorno, era come se avesse lasciato una impronta sul vetro e i suoi occhi piccoli e semichiusi sbirciassero la vita di chi transitava per quell’angolo di mondo. E venne il funerale. Cerimonia sentita dai presenti, pochi ma ottimi. E vennero pure i ricordi. O meglio, mentre il sacerdote sermonava (si può dire?) dall’altare, tornai di colpo con la mente ad un pomeriggio di primavera, senza alcun preavviso e senza motivo apparente.
   Era il 25 aprile e mio nonno non era in piazza a festeggiare. Con ciò potrei sintetizzare tutta la vicenda, ma dato che al momento dei fatti ero piccolo e dal momento che da piccoli ogni cosa appare più grande di quanto losia realmente e anche le storie non sembrano finire mai, quella domenica pomeriggio ha molto di più da raccontare.
   Mio nonno se ne stava nella sua poltrona, sessantenne eppure già con dieci anni di più sulle spalle. Sprofondava in quella poltrona, da quando poi in casa circolava appena lui praticamente si schiodava solo per mangiare e per scendere in tabaccheria a comprare un toscano. Toscano che immancabilmente fumava standosene seduto comodamente in poltrona. Io ero invece alla finestra a fissare i miei compagni delle elementari mano nella mano con i loro nonni, tutti sull’attenti alle note della banda e orgogliosamente infilati nei panni buoni per la festa e i fazzoletti rossi al collo.
   “Perché il nonno non porta anche me alla festa?”, chiesi a mio padre. Non mi diede una risposta ed allora voltai gli occhi interrogativi e dubbiosi verso mia madre, ma neppure lei esaudì la mia richiesta. Ero spigliato e nemmeno tanto rispettoso, così corsi sulle gambe di mio nonno e toccandogli la spalla lo destai dal dormiveglia nel quale era finito.
   “Perché tu non scendi?”.
   “Perché non scendo!”, rispose sgranando gli occhi e con un tono che era una via di mezzo tra l’annoiato e il brusco. E tornò ad infilarsi in bocca il mezzo toscano ormai spento e a poltrire.
   “Perché? Perché?”.
   “Perché tuo nonno era… era un fascista!”, sussurrò come per non farsi sentire nemmeno da se stesso mio padre.
   Ero stupido ed incosciente, disobbediente e irrispettoso: saltai giù dalla gambe del vecchio barbuto e cominciai a correre per tutta la stanza gridando ad alta voce: “Mio nonno è un fascista, mio nonno è un fascista!”, finendo di trotterellare alla finestra. Lo stavi prendendo in giro, in parte non me rendevo conto, in parte sì e, rassicurato dal fatto che non si sarebbe mosso da quella poltrona, iniziai a ridere inorgoglito da ciò che avevo appreso alla lezione che la maestra aveva tenuto sul venticinque aprile, sulla bandiera e sul presidente. E sul popolo italiano. Nuovamente guardai verso la finestra, l’intenzione era di aprirla per informare tutti dell’avvenuta scoperta. Ancora stavo sorridendo all’idea che mio nonno era stato un fascista e, prima di spalancare i vetri, un’altra volta volsi lo sguardo verso di lui e poi di nuovo verso la piazza.
   Fu allora che avvenne il botto. Mio nonno si era alzato, appoggiandosi completamente al bastone che teneva nella mano sinistra, scaricando su di questo il peso delle gambe stanche, a piccoli passi si era avvicinato a me, allargò la mano destra e me la ritrovai poco dopo sulla faccia, con la mandibola che tremava e il cuore in gola. Nemmeno in tutti i placcaggi che col tempo mi sono assorbito in campo ne ho ricevuto uno di tale forza emotiva, sentimentale o come diavolo si possa chiamare una schiaffo del genere. Mi ricordai, nel pieno del ricordo, che scappai verso lo specchio per constatare i danni: le lunghe dita della mano destra avevano lasciato il segno sulla guancia e sulla fronte.
   “Papà…”: spalancai gli occhi quando sentii mio padre che per la prima volta da quando potevo capire quello che gli uomini si dicono si rivolgeva al nonno non chiamandolo per nome o saltando direttamente alla conversazione.
   “Che insegni a tuo figlio? A prendermi in giro? Vieni qua, tu, che ti devo dire due cosette!”.
   Non mi feci desiderare, mica pretendevo un’altra sberla da far tremare la mandibola. Ero stupido ed incosciente, disobbediente e irrispettoso, ma non cretino.
   “Mi prendi in giro perché ero un fascista? Beh, allora lo saresti stato anche tu, cosa credi? Ad essere nipoti di un fascista si passa per tali anche se completamente estranei… Tu, per quelli che vedi con i loro marmocchi alla festa qui sotto, sei il nipote di un fascista e il figlio di un figlio fascista. Quelli guai a cambiare! Ho aspettato più di venti anni perché anche a noi venisse riconosciuto di essere italiani, di aver combattuto per una Italia diversa dalla loro, ma pur sempre Italia anche la nostra… Niente, esistono solo loro!”, concluso indicando con il dito due vecchi in piazza. E io rimasi impalato a fissarli.
   “Lo vedi quello smilzo e alto con gli occhiali? Lo vedi? Bene, quello passava per intelligente, uno che aveva studiato, la balla più colossale era che avesse fatto il liceo in città. Il professore… E’ stato lui a decidere che i cinque disgraziati della Montagnola finissero al muro: la madre, i tre figli e la bambinaia. Perché? Perché il marito era partito per la Russia e non era ancora tornato: fascista tutto d’un pezzo, ma mai uno sgarro a nessuno, al professorino dava il pane da mangiare… Bastardo! In cinque andarono, una rivoltella a testa: non potendo ammazzare il marito, accopparono gli altri. Per fortuna sua, del marito intendo, non è più tornato dalla Russia, sarebbe morto di crepacuore.”.
   Non sapevo se credere o meno a quanto mi raccontava il nonno. Però notai che mio padre aveva gli occhi lucidi e che mia madre, per non dare nell’occhio, era andata in cucina a preparare un caffè ed il tè. Poi il vecchio riprese:
   “Aveva in mano tutto dopo la guerra: gli operai di bottega e quelli di campagna. Per colpa sua ho patito la fame per più di un anno, cercavo lavoro e venivo sempre fermato dai suoi: fascista tu, non puoi lavorare! Sono convinto che mi hanno tenuto in vita per farmi soffrire… Io che alla fine della guerra avevo vent’anni: avevo fatto una scelta, credendoci, ma sempre leale con gli altri. Non ero una testa calda… Ma per loro non c’era alcuna differenza, che credi? Tutti uguali, tutti assassini…”.
   Tornò ad accomodarsi in poltrona. E noi ce ne andammo, lasciandolo avvolto nel fumo del sigaro e con il bastone appoggiato alle gambe. E gli occhi chiusi.
   A casa mio padre mi svelò che dovevano essere in sei, alla Montagnola. Ma il primo dei quattro figli era scappato nei campi appena vide arrivare la camionetta che trasportava gli esecutori. Andò ad arruolarsi nell’esercito di Salò per finire sconfitto un paio di mesi più tardi.
   “Perché andò con Mussolini?”, gli domandai a tavola.
   “Perché voleva fare come suo padre…”.
   “Chi voleva fare come suo padre?”.
   “Il nonno!”.

Copyright © 2005   Dario Mazzocchi

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