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Pansa, il sangue dei vinti e il revisionismo

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Nel suo ultimo libro, il grande giornalista di Casale Monferrato ripercorre cinquant'anni di storia e si sofferma sul dramma della guerra civile
di Stefano Zurlo
Tratto da Il Giornale del 31 luglio 2009

Lo si può anche leggere come un libro di storia. L'ultimo libro di Giampaolo Pansa, Il revisionista, appena pubblicato da Rizzoli, è l'autobiografia di uno dei più grandi giornalisti italiani, ma è anche l'affresco di mezzo secolo di storia italiana. Pansa parte da Casale Monferrato, la sua città, e c'immerge nell'atmosfera bellica: i rastrellamenti, i partigiani, la persecuzione della comunità ebraica. Poi si va avanti e s'incontrano molti dei personaggi che Pansa ha incrociato nella sua vita e che sono centrali nelle vicende italiane: da Enrico Berlinguer a Fortebraccio, il pungente corsivista prima paladino della Dc e poi del Pci; c'è il principe Junio Valerio Borghese, intervistato ala vigilia del fantomatico colpe di cui sarebbe stato protagonista e il grande Eugenio Scalfari, il fondatore padrone di Repubblica, sempre convinto di essere una spanna sopra gli altri e primo giornalista a osare quel che prima nessuno aveva mai osato: orientare con i suoi scritti la vita politica italiana. Poi, sullo sfondo, c'è la guerra civile e tutte le opere del Pansa revisionista: si comincia con la tesi di laurea, sulla guerra partigiana fra Genova e il Po, e si arriva al Sangue dei vinti e ai romanzi degli ultimi anni. Pansa scopre un'Italia dimenticata, quella che ha perso la guerra civile, ha custodito lutti e dolori nel silenzio, non è mai uscita da una condizione di sudditanza culturale. Dopo la pubblicazione del Sangue dei vinti, Pansa, uomo di sinistra, ha ricevuto più di duemila lettere che gli raccontavano le storie dell'italia che aveva perso la guerra. In particolare, Pansa chiede scusa, con umiltà, a Otello Montanari, il dirigente del Pci di Reggio Emilia che nel '90, coraggiosamente, contro tutto il suo partito, aveva dato il via alla stagione revisionista che poi, in casa del Pci, voleva dire una sola cosa: ammettere le gravi responsabilità del partito nei massacri compiuti nell'immediato dopoguerra in alcune zone d'Italia, in particolare in Emilia e in Romagna. Nel '90, quando Montanari aveva dato il via all'operazione revisionista, Pansa gli aveva dato del "fesso d'oro", ritenendo che Montanari fosse stato strumentalizzato dal Psi nella sua offensiva contro ciò che restava del Pci. Errore. Grave errore. E Pansa diciannove anni dopo si cosparge il capo di cenere.




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