- Home
- Miradouro.it
- Ambiti
- Sezioni
- Argomenti
- Serie di articoli
- Contenuti speciali
- Links

di Franco Careglio
Tratto da Maria Ausiliatrice 3-2003
Tutto il mondo partecipò ai funerali di Papa Giovanni in quei primi di giugno di quaranta anni fa.
L’eredità che egli lasciava alla Chiesa e al mondo era immensa, come valore e come mole. La presenza e l’opera del contadino bergamasco sul soglio di Pietro costituirono e costituiscono un dono ineguagliabile per l’umanità tutta, come soltanto lo Spirito di Dio sa fare; e oggi, nonostante la rapidità con cui la storia si muove, si avverte fortissima e foriera di vita sempre nuova la traccia impressa da Papa Giovanni sul sentiero che porta alla salvezza. Ma nell’immediatezza dell’ora, nel momento in cui il mondo, sbigottito, celebrava la gratitudine a Dio per il dono di quell’uomo, emergeva inesorabile l’interrogativo sulla successione. Se lo domandavano pensosi i capi degli stati come, non meno preoccupati, i vertici della Chiesa. D’altra parte la vita umana obbedisce meno di quanto sembri alla consapevolezza di una Provvidenza ognora presente. Per coerente che sia il suo orientamento verso la trascendenza, l’uomo spirituale anche insensibilmente si appoggia sui fatti, e invariabilmente ricerca una qualche conferma sperimentale. Lo Spirito però elude questi calcoli e con la sua fantasia inesauribile ricama in modo straordinario nella intricata matassa della storia. Il 21 giugno 1963 chiamò a portare le “chiavi pesanti” (il titolo di un bel libro dello scrittore D. Agasso) un mite e dotto arcivescovo, che avrebbe retto quelle chiavi per 15 anni: Giovanni Battista Montini.
Paolo VI
Accostandosi, per quanto sommariamente, alla vita dei sommi pontefici, si scopre un dato di fatto tanto inatteso quanto sorprendente: ognuno di essi costituisce dono, sostegno, luce per il popolo di Dio. Non è “dovere” del credente amare il Papa: è necessità, è amore, è gratitudine. Il credente non ama un Papa, perché “buono”, o “dotto”, o “santo” e tanto meno detesta un Papa perché trascura i suoi doveri o conduce vita non coerente. Il credente ama, ascolta e obbedisce al Papa, perché vicario di Cristo. Se si allontana da questo, si taglia fuori da questa Chiesa peccatrice e santa, madre e maestra di tutte le genti. Ogni Papa ha un carisma e una forza che gli vengono dallo Spirito di Dio, dal quale è continuamente assistito. E considerando la vita di ogni Papa, si riconosce con grata meraviglia questa luminosa verità. Il credente quindi ama il Papa, pur magari non scorgendo in Giovanni Battista Montini la comunicativa spirituale di Papa Giovanni o il livello culturale d’eccezione di Papa Pacelli. Questi sono gli “abiti” che lo Spirito porge al vicario di Cristo per condurre in un dato tempo la Chiesa. Nato il 26 settembre 1897 a Concesio (Brescia) da una famiglia della più composta borghesia, compì gli studi dapprima presso i Gesuiti, a Brescia, e in seguito, per motivi di salute, studiò privatamente fino all’ordinazione sacerdotale, avvenuta a Brescia il 29 maggio 1920. Conseguì poi la laurea in filosofia e in diritto, dando prova di una eccezionale versatilità d’ingegno che non passò inosservata. Dal 1924 al 1939 lavorò, con diversi incarichi, presso la Curia romana. Divenne quindi diretto collaboratore di Pio XII, il quale, alla morte del segretario di Stato Card. Maglione (1944), non ritenne di mantenere in vigore quella carica. Intanto Mons. Montini era stato assistente della Federazione universitaria cattolica (FUCI), maturando così una buona esperienza di apostolato tra i giovani; nel 1958 Pio XII lo nominò arcivescovo di Milano, succedendo al Card. Schuster. Papa Giovanni nel 1958 lo creò cardinale e durante la prima sessione del Vaticano II lo ospitò personalmente nei palazzi apostolici; morente, al Card. Montini disse: “Le affido la Chiesa, il concilio, la pace”. Un paio di settimane dopo, Montini veniva eletto Papa. Aveva quasi 66 anni, e il conclave era durato 36 ore. Paolo VI – nome non più in uso da più di tre secoli – e scelto come riferimento programmatico al suo pontificato, si trovò nell’immane sforzo di garantire un equilibrio tra due modi molto diversi di vedere la Chiesa e di comprendere il Concilio. L’eredità tanto preziosa quanto pesante del “Papa buono” gravava ora sulle spalle di Montini, al quale la storia deve ancora rendere piena e vera giustizia. Suo obiettivo immediato fu quello di proseguire il Concilio come era stato iniziato, aprendo il dialogo con tutte le confessioni cristiane e con il mondo moderno. “O caro e venerato Papa Giovanni! Siano rese lodi a te, che per divina ispirazione hai convocato questo Concilio... ” così Paolo VI inaugurava il 29 settembre 1963 la seconda sessione. Di enorme importanza, a livello apostolico, furono i viaggi di Paolo VI, i “pellegrinaggi apostolici”, che si susseguirono a ritmo sostenuto a manifestazione che l’impegno per la diffusione del Vangelo e della pace erano gli obiettivi essenziali del pontefice. Nel 1964 andò in Terra Santa e nel 1965 come messaggero di pace alle Nazioni Unite a New York. Nel 1967 si recò a Fatima, a Istanbul e ad Efeso. Nel 1968 ci fu il viaggio a Bogotà e nel 1969 quello a Ginevra e poi a Kampala in Uganda. Nel 1972 visitò l’Estremo Oriente: Iran, Pakistan, Filippine, Samoa, Australia, Indonesia, Hong-Kong, Sri Lanka. E non vanno dimenticati i molteplici pellegrinaggi in Italia, per occasioni significative, come a Firenze per l’alluvione (1966), al centro siderurgico di Taranto e in altri luoghi di lavoro nelle notti di Natale. Nel 1964, a Gerusalemme, aveva incontrato quel grande amico della pace e del dialogo che fu il patriarca di Costantinopoli, Atenagora. In quel contesto maturò l’importante enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964), che affrontava il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo. Le altre grandi encicliche, che il Papa scriveva sempre a mano con infaticabile impegno, riguardano la dottrina sociale della Chiesa, la teologia eucaristica, la morale. Un posto particolare spetta alla mariologia. La fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta furono percorsi, nella Chiesa, da forti fenomeni di “dissenso” verso la Chiesa istituzionale. Paolo VI affrontò di petto il grave problema, sottolineando che si potevano cambiare molte cose derivanti da sedimentazioni storiche, ma non la sostanza della fede. In tale contesto va letta, e rappresenta un prezioso documento dottrinale, la solenne professione di fede che il Papa scrisse il 29 giugno 1968. Grande fu anche l’impegno di Paolo VI per la pace: non solo si adoperò per spegnere i focolai di guerra, ma si fece educatore della pace con l’istituzione della apposita giornata mondiale, da celebrare ogni anno il 1° gennaio. La sua salute andava ormai declinando, quando, il 16 marzo 1978, si abbatté sull’Italia la tragedia del rapimento di Aldo Moro, il grande statista cristiano: cinque famiglie nel lutto, e un’Italia sgomenta e disorientata. Il Papa scrisse ai rapitori una lettera di una tale forza e semplicità da impressionare ogni anima umana: l’Italia tutta ebbe un tremito. Il Papa chiedeva “in ginocchio” la liberazione del prigioniero. Fu certo quell’atroce assassinio che amareggiò irreparabilmente gli ultimi mesi di vita del pontefice. Recatosi a Castel Gandolfo verso la metà di luglio, venne colto da sorella morte, rapida e improvvisa, la sera del 6 agosto 1978. I funerali, celebrati alla presenza del mondo intero, videro una semplice bara calata nella nuda terra, senza alcun monumento, con una lapide sul pavimento. Non è ancora possibile valutare il pontificato di Paolo VI. Il suo “amletismo”, il suo volto composto e pensoso che dava la sensazione di tristezza (Paolo mesto, si diceva, quando alla domanda: Santità, Lei non sorride mai? Rispose: no; perché dovrei?), altro non sono che luoghi comuni. Una cosa va detta: è stato un uomo dall’animo immenso, che aveva nel cuore il grave rispetto del mistero. Questo uomo, accolto da un bianco angelo in una serena sera d’agosto, dimostra che la salvezza si raggiunge attraverso la faticosa strada della croce.
La Mariologia di Paolo VI
Delle sette encicliche di Papa Montini, due sono dedicate allo studio e alla riflessione sul posto della Beata Vergine nella vita del cristiano. Egli ebbe una fortissima devozione alla Vergine, che manifestò in più occasioni: riconobbe a Maria il titolo di Madre della Chiesa, invitò alla recita del Rosario e alla venerazione profonda per Maria con le due encicliche suddette e non mancò mai di concludere ogni suo scritto o discorso con l’invocazione della benedizione di Maria. Anzi, prima di entrare nel vivo della mariologia montiniana, merita riportare una pagina dell’Ecclesiam suam, l’enciclica programmatica del pontificato, che ha per tema “le vie della Chiesa cattolica per l’adempimento del suo mandato”. In queste righe appare l’amore e la fiducia immensa che Papa Montini poneva in Maria. Possano, queste parole, essere per i cristiani di oggi come una luce benefica che rischiara il cammino di questi tempi complessi. “L’ideale di umile e profonda pienezza cristiana richiama il nostro pensiero a Maria santissima, come colei che perfettamente e meravigliosamente in sé lo riflette, anzi l’ha vissuto in terra e ora in cielo ne gode il fulgore e la beatitudine. Oggi nella Chiesa è felicemente in fiore il culto alla Madonna, e noi volentieri vi rivolgiamo lo spirito per ammirare nella Vergine santissima, Madre di Cristo, e perciò Madre di Dio e Madre nostra, il modello della perfezione cristiana, lo specchio delle virtù sincere, la meraviglia della vera umanità. Pensiamo che il culto a Maria sia fonte di insegnamenti evangelici: nel nostro pellegrinaggio in Terra Santa, da lei, la beatissima, la dolcissima, l’umilissima, l’immacolata creatura, a cui toccò il privilegio di offrire al Verbo di Dio la carne umana nella sua primigenia e innocente bellezza, abbiamo voluto assumere l’insegnamento dell’autenticità cristiana, e a Lei ancora rivolgiamo lo sguardo implorante, come ad amorosa maestra di vita, mentre ragioniamo della rigenerazione spirituale e morale della vita della santa Chiesa” (Ecclesiam suam, II, 8).