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di Franco Careglio
Tratto da Maria Ausiliatrice 2-2003
Quando Dio manda uomini come Papa Giovanni non è certo perché si scrivano libri su di Lui, ma perché ci sia impossibile continuare a vivere e a pensare come se Egli non fosse mai venuto tra noi. (Ernesto Balducci)
“... Alla sera, e tutte le sere, lo zio Zaverio intonava il Rosario; e tutti rispondevano, formando tutta una musica, il cui ricordo, a tanta distanza di anni, ancora intenerisce”. Così Papa Giovanni, nel Giornale dell’anima, rammenta la preghiera del Rosario, recitata puntualmente da tutta la numerosa famiglia Roncalli. Oggi viviamo in un contesto sociale distante anni luce, e una proposta di questo genere risulta impensabile. L’orario di lavoro non regolato dalla luce del giorno, i pasti consumati velocemente e in momenti diversi, il ritmo diverso della giornata coronata normalmente dalla venerazione all’idolo che “forma” e “impone” (leggi televisione), non lasciano spazio o ne lasciano ben poco al dialogo in famiglia; supporre che ne lascino alla preghiera richiede, purtroppo, una buona dose di fantasia. È inutile rimpiangere i tempi durante i quali alla sera il Rosario costituiva il coronamento e la benedizione della giornata. Viviamo tempi e ritmi diversi, che non sono necessariamente peggiori. La conoscenza e l’esempio di famiglie come quella dei Roncalli, può suscitare, comunque, il desiderio di una giornata il cui momento più atteso è il ritrovarsi insieme, in un dialogo pacato e costruttivo, illuminato dalla forza della Parola divina e allietato dalla bontà della Madre di Dio.
Una morte ecumenica
Papa Giovanni. L’abitudine a chiamarlo semplicemente così, prevale ancora oggi sul titolo di “Beato Giovanni XXIII”. Quel nome è troppo caro al cuore di ogni persona, credente o no, si è troppo insinuato come nome benefico nella mente di ognuno, per non ritenere che, ben prima della proclamazione in piazza San Pietro del 3 settembre 2000, facesse già parte della schiera degli eletti. Papa Giovanni il Paradiso lo ha costruito già quando era prete, poi vescovo, poi Papa, con l’immediatezza della sua fede senza limiti in Dio e nell’uomo. La sua morte da santo, la sua morte ecumenica, lo aveva inappellabilmente iscritto tra i protagonisti delle beatitudini evangeliche: “beati i costruttori di pace... ”. Poche ore prima delle 19, 49 del 3 giugno 1963, quando ancora era in grado di parlare, aveva detto al suo segretario singhiozzante: “Perché piangere? È un momento di gioia, questo, un momento di gloria”. Dal suo letto di morente egli certo vedeva il rettangolo di luce della finestra, che trasmetteva un ritaglio di cielo terso e appena imbrunito. Gli bastava quel ritaglio per vivere la gioia piena in cui egli era ormai immerso, prima ancora che si rompessero i suoi legami con la carne tormentata e si spegnesse il sorriso con cui, da più giorni, leniva e santificava l’angoscia del mondo intero. Perché il mondo intero pregava per lui e con lui. Ecco perché la sua fu una “morte ecumenica”. Aveva detto, nel lontano 1934, nell’accomiatarsi dai bulgari: “Nessuno conosce le vie del futuro. Dovunque io dovessi andare nel mondo, se qualcuno passasse dinnanzi alla mia casa... troverà alla mia finestra un lume acceso. Bussa! Bussa! Non ti domanderò se sei cattolico o no”. Sembrano, o meglio sono, le parole di un antico profeta, e sono le parole di un contadino bergamasco che, divenuto Papa, non ha smesso la sua veste di bontà, di universalità, di saggezza. Tra meno di quattro mesi si compiranno 40 anni da quella morte. Ebbene, a così tanti anni di distanza, chi, ora con i capelli bianchi, ha vissuto quella luminosa sera di giugno, sente che non si cancellerà mai dalla storia. Tanti fatti, grandiosi, entusiasmanti, orrendi, fanno da parete sempre più fonda tra me e quella sera; eppure quella sera, quella morte, resta uno dei “nodi logici” della storia, un punto in cui la linea del tempo ha fatto tangente con l’eterno, rimanendone indelebilmente segnata. Segnata con il fuoco, come con una spada dell’Apocalisse.
Un nuovo linguaggio
Grazie, Papa Giovanni, non tanto delle tue encicliche, dalle quali pure trarremo per sempre argomenti nuovi e tonificanti; non tanto per il Concilio ecumenico, uno degli eventi maggiori del secolo che esaudisce attese secolari e inaugura il Terzo Millennio; grazie soprattutto per quella tua morte, che ci ha rimesso tutti in condizione di sperare senza turbamento e ci ha consolato per sempre. Nel tuo morire hai rievocato l’infanzia, l’amicizia, l’umile servizio, i legami del sangue, insomma la nostra esistenza comune, e l’hai assunta nella tua dignità immensa di vicario di Cristo. Perfino gli esclusi delle borgate romane, gli esclusi di ogni parte della terra, ti hanno sentito come uno di loro, non per la tua principesca benevolenza, ma per la tua partecipazione alla povertà del loro vivere e del loro morire. Sei stato il cuore del mondo, e ci hai portato tutti a contatto col mistero della Luce eterna.
Quel mistero resta, ma tu lo hai reso fecondo tra di noi con la tua immensa fiducia e devozione alla Madre di Dio, alla Regina Apostolorum, all’Auxilium christianorum. Con il linguaggio della Madre, con il linguaggio della “carezza e della luna”, ogni persona ti ha udito nella propria lingua. Ci hai fatto vivere un “cristianesimo festivo”, non perché meno rigoroso nelle sue esigenze, ma perché sgombro da ogni vecchiaia e obbediente ad una gerarchia che ha al vertice la gioia della pace. Grazie, Papa Giovanni, del tuo modo di morire. Grazie perché ci hai confermato la parola vincente di Paolo: “dov’è, o morte, la tua vittoria”? (1 Corinzi 15, 55). Ci hai manifestato inoltre ciò che sta dopo la morte: umanissimo come sempre, fino a consolare sorridendo i ministri del tuo soffrire, e insieme così immerso in Dio da rifletterne la luce a conforto e della fede dei credenti e della negazione degli increduli.
Quarto dei tredici figli di Giovanni Battista e di Marianna Mazzola, Angelo Giuseppe era nato il 25 novembre 1881 a Sotto il Monte; compiuti i primi studi nel seminario di Bergamo, si recò a Roma e venne ordinato sacerdote il 10 agosto 1904. La sua carriera ecclesiastica non fu di particolare rilievo: segretario del vescovo di Bergamo, cappellano militare durante la prima guerra mondiale; consacrato vescovo nel 1925 e inviato come delegato apostolico in Bulgaria, Turchia e Grecia; nunzio apostolico in Francia (1944) e cardinale nel 1953.
Il 28 ottobre 1958, dopo tre giorni di conclave, fu eletto Papa, probabilmente visto come uomo di compromesso o di transizione. Subito il suo pontificato divenne un segno di richiamo dell’umanità verso la Chiesa e di rinnovamento della Chiesa stessa. Finezza d’animo e carità profonda, esperienza pastorale amplissima e spiritualità nutrita dalla Bibbia: ecco le basi sulle quali fondò la “pastoralità” del suo pontificato. Lo si vide recarsi in visita alle parrocchie, alle carceri, agli ospedali, mostrando un volto del papato sconosciuto o dimenticato. Ma l’evento più importante, l’impresa colossale di questo apparente “buon prete”, fu il Concilio Vaticano II. In verità già Pio XII, nel 1950, aveva pensato ad un Concilio; ma rinunciò all’idea dopo alcuni sondaggi che gli mostrarono la complessità dell’impresa. Il “buon prete” non si intimorì: con una forza veramente incredibile seguì momento per momento lo svolgersi della grande assise, apertasi l’11 ottobre 1962, festa della Maternità di Maria. Uomo di Dio, maestro della parola, spirito equilibrato, fiducioso e paterno, il “Papa di transizione” avviò una svolta epocale per far transitare la Chiesa da un’epoca ad un’altra. In tutti i suoi scritti e discorsi è presente la venerazione immensa a Maria: Mater mea, fiducia mea.
Le Encicliche
Il Beato Giovanni XXIII scrisse 8 encicliche, nei suoi quattro anni e mezzo di pontificato. Una sola è dedicata alla Madonna, o meglio alla preghiera e al culto di Lei. Ma ciò che colpisce è la devozione forte e filiale che traspare da ogni suo documento o discorso per la Madre di Dio. Basta scorrere quelle stupende pagine del Giornale dell’anima per rendersi conto che la devozione mariana di Angelo Giuseppe Roncalli era la fiducia illimitata del fanciullo verso la propria madre. Tra il 1929 e il 1962 scrive 26 preghiere (tutte reperibili nel Giornale dell’anima) 11 delle quali rivolte a Maria. Notevole è il contenuto teologico e mariologico di queste preghiere, non lunghe, ma altamente espressive della purezza dell’anima. Maria è fonte di misericordia e madre della gioia, è la fonte della santità, è la regina del mondo. Non manca mai di invocarla, sia da nunzio apostolico sia da patriarca di Venezia. Non è alieno anche a quelle espressioni dal tono fanciullesco, che pure contengono una profonda “sapientia cordis”: quanto è soave al cuor / il Nome tuo, Maria; / ogni dolcezza mia / da quel tuo Nome vien... una modesta poesia che esprime insieme semplicità e grandezza.
L’enciclica Grata recordatio porta la data del 26 settembre 1959 ed è un forte invito alla devozione e alla supplica alla Madre di Dio. Inizia con un sintetico richiamo alle numerose encicliche mariane di Leone XIII e ribadisce l’efficacia della preghiera del Rosario. Ricorda con intensa gioia i primi anni della sua giovinezza, quando, attraverso il Rosario, si accostava al mistero dell’Incarnazione e della Redenzione: “questo soave ricordo della Nostra età giovanile non Ci ha mai abbandonato, e neppure si è affievolito; anzi – lo diciamo con paterna confidenza – esso valse a rendere assai caro al Nostro spirito il santo Rosario che non tralasciamo mai di recitare intero ogni giorno dell’anno”. L’enciclica riafferma poi la soprannaturalità dell’azione della Chiesa, diretta al mutuo rispetto, alla fraternità e alla pace tra i popoli; invita a rivolgere suppliche alla Vergine, affinché i capi dei popoli non ripongano le loro speranze nei conflitti armati, ma promuovano il bene civile e sociale degli uomini in vista di quello eterno. “Dio è autore della vita e delle sue leggi: è vindice dei diritti e della dignità della persona umana”: la recita del Rosario è il mezzo più sicuro e facile per giungere alla pienezza dell’amore di Dio, che si fa visibile nel soccorso ai sofferenti, perché là dove vi è un bambino che soffre o un uomo che muore vi è Cristo crocifisso con la sola Madre che lo assiste. E noi, insegna questa breve enciclica, dobbiamo essere, per i sofferenti, quella Madre.
La devozione mariana del Beato Giovanni XXIII non aggiunge tuttavia nulla alla mariologia, dal punto di vista dottrinale. Sarà il suo grande quanto tribolato successore a farlo. Ma Papa Giovanni si è seduto alla nostra tavola, ha spezzato il pane con noi, ha recitato con noi il Rosario, contemplando le vicende di Gesù e di Maria, che sono le nostre quotidiane vicende, e alla fine ci siamo accorti che il Signore era stato un’ora con noi e ci aveva trasformato il cuore.