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di Franco Careglio
Tratto da Maria Ausiliatrice 9-2002
La ricchezza mariologica non si misura soltanto sulle definizioni dogmatiche e sulle speculazioni teologiche, ma altrettanto sulla pacata riflessione relativa al posto di Maria nella vita del cristiano.
E a questo la ragione viene condotta dalle feste, dalle devozioni popolari, dai diversi titoli con i quali, di luogo in luogo, la Madre di Dio è venerata, nei tanti e tanti santuari a Lei dedicati. Ancora, il cristiano riconosce l’importanza, o meglio l’irrinunciabilità, di Maria nella sua vita, dai documenti del Magistero, nei quali, soltanto di rado, Maria è oggetto di ricerca teologica, mentre sempre è amata e invocata come Madre della sapienza. Nella maggioranza di tali documenti, Maria è lodata, è pregata, è punto di riferimento per la celebrazione della vita di ogni giorno, come magistralmente seppe fare Mons. Antonio Bello († 1993) in un suo piccolo ma preziosissimo volume di riflessioni dal titolo MARIA. Leggendo quel volumetto, il credente si accorge, con non poca sorpresa, della profonda umanità di Maria, donna che, lontana dalla erudizione, seppe lavorare, amare, soffrire, celebrare la vita di ogni giorno nelle sue gioie e nei suoi dolori, sempre nella perfetta accoglienza della Parola di Dio. Lo stesso sentimento di amore, di pace, di mansuetudine, di laboriosità si coglie leggendo le encicliche di Pio XI, nelle quali Maria – a parte una sola enciclica – non è protagonista, ma fiaccola che illumina il cammino e dimostrazione della verità della vita e della menzogna della morte.
Pio XI
Alla morte di Benedetto XV nel gennaio 1922, il collegio cardinalizio era composto di 60 membri. Il 6 febbraio veniva eletto il cardinal Achille Ratti (nato a Desio, Milano, il 31 maggio 1857). Ordinato sacerdote a Roma nel 1879, munito di diversi titoli accademici, insegnò per alcuni anni presso il seminario di Milano. Forte tempra di studioso e di indefesso lavoratore, fu da Benedetto XV nominato nunzio apostolico in Polonia. A Vienna e a Berlino ebbe contatti diplomatici ai più alti livelli, avviando l’esperienza dei concordati con le varie nazioni europee. Subito dopo l’elezione volle benedire la folla dalla loggia esterna di S. Pietro, come un auspicio di pace con l’Italia; fino ad allora, infatti, la benedizione veniva data all’interno. Il gesto di Pio XI fu significativo per esprimere la volontà, da parte della Chiesa, di risolvere l’ormai anacronistica “questione romana”, cioè il riconoscimento del Regno d’Italia da parte del papa non più “prigioniero in Vaticano”. Uomo di eccezionale attività, di temperamento volitivo e autoritario, formatosi a contatto con i maggiori esponenti della cultura europea dell’epoca, nella prima enciclica Ubi arcano (23 dicembre 1922) – in cui traccia il programma del pontificato attraverso il motto “la pace di Cristo nel regno di Cristo” – afferma: “l’Italia nulla ha e avrà da temere dalla Santa Sede. Il papa, chiunque egli sia, ripeterà sempre io ho pensieri di pace e non di afflizione, di pace vera e perciò stesso non disgiunta dalla giustizia”. Già da questo breve inciso emerge il profondo senso di giustizia di papa Ratti, che, se non ebbe il carattere discreto e ironico del suo predecessore, non gli mancarono certo altrettanta tenacia e determinazione. Eventi religiosi e pastorali – giubileo del 1925, centenario della morte di San Francesco d’Assisi, insegnamento della religione nelle scuole statali – segnano i primi anni del suo pontificato nell’orientamento della riconciliazione con l’Italia. L’11 febbraio 1929 il cardinal Pietro Gasparri, segretario di Stato, e Benito Mussolini, capo del governo italiano, firmano il famoso “concordato”, tra il plauso di molti e il riserbo di altrettanti. Tra questi ultimi, Don Primo Mazzolari espresse le sue perplessità; oggi, dopo tanti anni, non si può che accettare questo dato come il frutto, d’altronde improcrastinabile, di un’epoca. Quella firma, che in ogni libro di storia si vede apposta da un Gasparri seduto e compiaciuto e da un Mussolini in piedi intento a rileggere con severo cipiglio il trattato, fu foriera di altri grandi successi con altri stati. Ovviamente il terreno era stato già preparato con attenzione, ma papa Ratti seppe procedere con la diplomazia e il tatto necessari. Inoltre non si mostrò mai timoroso od ossequiente verso il fascismo, opponendo alle sue patetiche pedagogie viriliste la ferma, dolce e severa morale cristiana. Allo stesso modo si oppose con forza al nazismo, con la famosa enciclica Mit brennender Sorge (14 marzo 1937), condannato senza appello quale “nuovo paganesimo”; così il 18 novembre 1926 condannava l’oppressione dei cattolici in Messico (Iniquis afflictisque) e a difesa della Chiesa in Spagna scriveva il 3 giugno 1933 la Dilectissima nobis. Il 19 marzo 1937 condannava il comunismo ateo con la Divini Redemptoris, mentre sei anni prima condannava il movimento fascista, che ormai mostrava il suo vero volto totalitario, arrogante e ottuso (enciclica Non abbiamo bisogno, 29 giugno 1931). Uomo di profonda e matura religiosità, Pio XI illuminò il suo non facile arco storico con la luce della devozione liturgica. Canonizzò il Curato d’Ars insieme a Teresa del Bambin Gesù (1925), istituì la festa di “Cristo Re” con l’enciclica Quas primas (11 dicembre 1925) e della “Divina Maternità di Maria”, fissata per l’11 ottobre (la data che poi il B. Giovanni XXIII scelse per l’inizio ufficiale del Vaticano II). Diede una nuova officiatura alla festa del S. Cuore di Gesù, verso il quale insegnò il dovere della riparazione con l’enciclica Miserentissimus Redemptor (8 maggio 1928). Riconoscendo l’utilità e l’improrogabilità pastorale dei nuovi mezzi di comunicazione, dotò la Città del Vaticano di tutti i servizi più moderni fino alla stazione radiofonica che, con il concorso di Guglielmo Marconi, inaugurò il 12 febbraio 1931 con un solenne messaggio a tutto il mondo. Le sue encicliche – in numero di 30 – costituiscono un prezioso quadro del suo tempo e un contributo inestimabile per la realizzazione di una società più cristiana e quindi più umana. Basti ricordare, tra tutte, la Casti connubii (31 dicembre 1930) sul matrimonio cristiano, documento che presenta uno studio e una visione cristiana dell’amore coniugale di estrema chiarezza e di intramontabile saggezza, valido ancora oggi pur nella diversità delle culture e – Dio lo voglia – nella maturazione delle coscienze.
La mariologia di Pio XI
Come detto all’inizio, non si trova nel magistero di Pio XI una vera e propria mariologia. Ma se con questo termine non si fa riferimento soltanto ad una disciplina scientifica, bensì alla presenza di Maria nella storia che ci insegna a conservare nel cuore il mistero, allora avremo la risposta all’estenuante “perché” di Giobbe. Maria dà credito al mistero, cioè dà credito alla paternità di Dio. Per noi, quindi, Ella è pegno del frutto che germoglierà dal campo arido della fatica dell’oggi, perché, oltre il buio della violenza cieca e sordida, vi è il sole splendente della giustizia di Dio. In quel sole, Maria ha creduto, ha sofferto, ha vinto. Nella Studiorum ducem (29 giugno 1923), per il sesto centenario della canonizzazione di Tommaso d’Aquino, il papa invita i fedeli ad imitare il sentimento del dotto teologo che nutriva “la più tenera devozione verso la Regina del cielo”; nella Ecclesiam Dei (12 novembre 1923), per il terzo centenario del martirio di San Giosafat, il papa ravvisa nella Vergine il “vincolo di reintegrazione dell’unità con i popoli orientali; Ella dunque, come Regina dei pascoli, sia invocata perché guidi i fratelli dissidenti ai pascoli della salute”. Nella ricordata Quas primas, il papa riconosce in Maria “Colei che poté respingere le eresie e gli errori, e l’amore verso di Lei è testamento del Redentore per il popolo cristiano”. Il rosario, poi, è preghiera privilegiata per le missioni (Rerum Ecclesiae, 28 febbraio 1926); la pesante situazione della Chiesa cattolica in Messico è affidata a Nostra Signora di Guadalupe, che “sola può impetrare al suo popolo il ritorno alla pace e alla concordia” (Iniquis afflictisque, 18 novembre 1926, e Firmissimam constantiam, 28 marzo 1937). In occasione del XV centenario del Concilio di Efeso (Lux veritatis, 26-12-1931) Pio XI insegna come Maria, “avendo Ella dato alla luce il Redentore, divenne Madre benignissima di noi tutti, che Cristo volle avere per fratelli (Romani 8, 29)”, ed estende alla Chiesa universale l’ufficio liturgico della Divina Maternità di Maria. L’ultima enciclica di papa Ratti è interamente dedicata alla devozione a Maria: Ingravescentibus malis, (29 settembre 1937). Riavutosi da una grave infermità, il papa rileva saggiamente che “chiunque si accosti diligentemente agli annali della Chiesa vedrà congiunti tutti i fasti del nome cristiano con il valido patrocinio della Vergine Madre di Dio”. Così di fronte ai mali e agli errori del tempo, il credente trova aiuto in Maria e nella recita del suo rosario, sorgente di benefici inestimabili per i singoli e per la società. In particolare nelle famiglie, la recita del rosario si dimostrerà “fonte di serena tranquillità e di abbondanza di doni celesti”.
Pio XI morì il 10 febbraio 1939, quando lo spettro della guerra diveniva più forte e spaventoso. Oggi il cambiamento storico che caratterizza il nostro tempo ha fatto crollare tutti gli scenari. Forse erano scenari di cartapesta. Un antico detto monastico recita: stat crux, dum volvitur orbis. L’unica fortezza, cioè, è la croce. Pare un’assurdità: proprio nella debolezza, nella follia, sta la forza del credente. Ed egli deve prendere esempio da Maria, che visse conservando nel cuore ciò che non capiva, che soffrì l’atrocità del Calvario, che restò fino alla fine fedele alla Parola. Qui è la grandezza di questa umile donna del popolo, regina della sofferenza e della pace, modello del credente.