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***Marzabotto: non solo Reder

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Non ci fu alcuna vera battaglia, le «colpe» dei partigiani vanno ridimensionate e tra i tedeschi almeno altri due ufficiali avrebbero meritato la condanna • Fa discutere un saggio che propone la prima «ricostruzione scientifica» dell’eccidio nazista di Monte Sole, il maggiore d’Europa
di Roberto Beretta
Tratto da Avvenire del 2 giugno 2009

Anzitutto non chiamiamola più «stra­ge di Marzabotto», bensì «eccidio di Monte Sole». Per chi si addentri nel­la geografia dell’Appennino bolognese, po­trà sembrare una quisquilia: il comune di Marzabotto sta giusto all’ombra del Monte Sole... Ma per quanti invece sanno di storia dell’ultima guerra, la distinzione suonerà quasi una provocazione: si tratta infatti dei luoghi consacrati alla memoria della peg­gior strage nazista in Italia, anzi addirittura la maggiore in tutta l’Europa occidentale.

Eppure la proposta viene da un libro nient’affatto «revisionista», una ricostruzio­ne storica che si offre anzi come la prima (a 65 anni di distanza!) davvero «scientifica» sui fatti avvenuti tra il 29 settembre e il 5 ot­tobre 1944 in una ventina di borgate intor­no a Marzabotto. E in effetti almeno per mo­le (614 pagine, 33 euro) e per l’autorevolez­za accademica degli autori (Luca Baldissa­ra e Paolo Pezzino, ambedue docenti di sto­ria contemporanea all’Università di Pisa) Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole (Il Mulino) ha certamente i crismi per candi­darsi a proporre una luce più definitiva su un episodio del quale – peraltro – gli autori me­desimi precisano che ormai «una narrazio­ne esaustiva appare quasi impossibile».

«Massacro di Monte Sole», dunque: per u­scire finalmente dall’«eccesso di retorica» che, sempre secondo Pezzino e Baldissara, ha finora sommerso la «strage di Marza­botto». Con effetti perniciosi sulla cono­scenza storica, come dimostra il fatto che abbiamo dovuto attendere il 1995 solo per conoscere il numero esatto delle vittime: non le 1830 accreditate all’inizio, bensì 770, tra cui 216 minori di 12 anni. Ma c’è di peg­gio: secondo gli autori, infatti, la storia di Marzabotto ha subìto i rimpalli di opposte interpretazioni ideologiche, da quella «e­roica» e santificatrice della Resistenza (con conseguente demonizzazione del nazista, in questo caso personificato nel maggiore Walter Reder), alla più recente che colpe­volizza invece i partigiani, responsabili di aver aizzato la belva hitleriana lasciando che si sfogasse sui civili.

Questo lavoro vuole sganciarsi da ambedue le tendenze e per farlo segue la stessa linea che Paolo Pezzino da solo aveva già indivi­duato in un recente lavoro dedicato a un’al­tra (di poco precedente) celebre strage na­zista: quella di Sant’Anna di Stazzema, in Versilia. I due massacri non sarebbero pura espressione di ferocia gratuita, e nemmeno frutto dell’irresponsabilità delle bande resi­stenziali; costituiscono bensì pianificati ca­pitoli «della guerra partigiana in Italia, stra­tegicamente condotta dagli alti comandi te­deschi» con «un coerente sistema di ordini teso alla devastazione del territorio e del­l’habitat della guerriglia». Insomma, dopo un ordine emanato il 17 giugno 1944 dal feld­maresciallo Kesserling, capo supremo dei nazisti in Italia, si può dire che esistesse un piano preciso dei tedeschi per fare «terra bruciata» nelle zone partigiane, anche ucci­dendo i civili, in modo da impedire del tut­to la sussistenza in loco dei ribelli.

In questo quadro, vari altri «miti» o comun­que vulgate storiche intorno a Marzabotto sono sottoposti a revisione dal nuovo saggio. Ad esempio la circostanza che, almeno il pri­mo giorno del rastrellamento su Monte So­le, i partigiani della brigata locale «Stella Ros­sa» abbiano opposto strenua resistenza: u­na versione che i gerarchi nazisti sostenne­ro in tutte le deposizioni post-belliche, an­che amplificando a dismisura le perdite subì­te, per «giustificare» la loro reazione sui ci­vili. Baldissara e Pezzino sostengono infatti che solo per caso i tedeschi si imbatterono fin dal primo mattino nel comandante par­tigiano Mario Musolesi «Lupo», che infatti ri­mase ucciso nello scontro, ma che «è diffi­cile credere che in quei due giorni si siano svolti accaniti combattimenti», anche per­ché – contrariamente a quanto si crede – le truppe di Reder «non cercavano mai lo scon­tro diretto», anzi «si limitarono a risponde­re al fuoco partigiano, senza cercare in al­cun modo di conquistare le postazioni» av­versarie. Infatti la brigata ribelle ebbe una ventina di perdite sol­tanto, forse meno, per­ché quasi subito riuscì a sganciarsi e ad allonta­narsi dal luogo.

Spuntano peraltro re­sponsabilità diverse a fianco di quella di Reder, sorta di «capro espiato­rio» dell’eccidio; spicca­no i nomi del tenente co­lonnello Ekkehard Albert «personaggio chiave di queste vicende, che incredibilmente è riuscito a passare inden­ne attraverso i processi del dopoguerra», e del maggiore Helmut Loos, la cui figura fu stranamente occultata dai suoi colleghi du­rante i vari interrogatori giudiziari successi­vi; il primo fu l’autore di dettagliate cartine su cui condurre l’assalto, il secondo era il re­sponsabile dell’intelligence che coordinava la lotta ai partigiani e dunque il coordinato­re dell’intera operazione. Reder invece – ben­ché «ovunque fosse passato, la popolazione civile era stata investita da un’ondata di ter­rore» – comandava 'soltanto' un battaglio­ne di SS, molto autonomo e spietato sì ma tuttavia sottoposto al comando di divisione e quindi al tenente generale Max Simon (tra l’altro, non si è ancora stabilito se a Marza­botto Reder fosse responsabile solo dei suoi uomini, oppure di tutte le forze in campo).

Novità di non poco conto, come si vede; ma tutto lo svolgersi dell’azione viene sistema­ticamente riveduto nel corposo saggio, so­prattutto in riferimento al più importante lavoro finora disponibile: Marzabotto e dintorni 1944 del parroco di Sasso Marconi don Dario Zanini (Ponte Nuovo editrice 1996, pp. 720). Ancora qualche particolare: ad esem­pio il ruolo delle truppe russe – prigionieri aggregati all’esercito tedesco –, che sarebbe da ridimensionare, così come «la leggenda della presunta uccisione del comandante Lupo da parte di alcuni partigiani» comuni­sti. Si vorrebbe sapere di più invece sui mo­tivi – che gli autori non documentano oltre – per cui «si possono avanzare fondati dub­bi» sul fatto che don Giovanni Fornasini, u­no dei 5 sacerdoti trucidati a Marzabotto, «sia stato effettivamente ucciso da tedeschi». Baldissara e Pezzino non accettano soprat­tutto l’impianto «anti-partigiano» di don Za­nini, incline ad attribuire ai ribelli – prima – la responsabilità di aver attirato la rappresaglia e – poi – un mancato in­tervento a difesa delle popolazioni civili; «I par­tigiani si possono giudi­care impreparati a misu­rarsi con la strategia di­struttiva dei tedeschi – scrivono i due storici pi­sani –, e certamente mo­strarono di esserlo. Ma che la stessa inadeguatezza riguardasse i ci­vili (infatti solo gli uomini si nascosero, don­ne e bambini restarono invece ad attendere il rastrellamento, convinti di non correre ri­schi, ndr) rappresenta il sintomo evidente che il massacro di Monte Sole fino al 29 set­tembre 1944 era ancora un evento inimma­ginabile. Di fronte al quale, dunque, in nes­sun caso era facile stabilire quale fosse il giu­sto comportamento umano e individuale, prima ancora che militare e collettivo».

la replica

Don Zanini non ci sta: «Anziché fuggire i ribelli dovevano difenderci»

«Invitarono la gente ad andare con loro in montagna, ma poi non mantennero la promessa di proteggerla»
di Chiara Unguendoli

Il libro di Baldissara e Pezzino è un libro a tesi, che vuole dimostrare un’idea precostituita; il mio invece è una cronaca, che racconta come le cose so­no avvenute sulla base della mia esperienza diretta e di quella di altri testimoni oculari».

È molto deciso e anche un po’ arrabbiato don Dario Zanini, 85 anni splendidamente portati, parroco di Sasso Marconi e uno degli ultimi testimoni diretti di quel «massacro di Monte Sole» del quale parlano i due studiosi dell’U­niversità di Pisa e sul quale egli stesso ha scrit­to un corposo volume, preso di mira dai due. «Credo di poter rispondere – spiega – ad al­cune tesi che contraddicono le mie, peraltro tutte basate sui fatti».

La prima è che i partigiani non potevano im­maginare una strage così efferata, e per que­sto lasciarono «scoperta» la popolazione ci­vile: «Posso ammettere che una cosa del ge­nere non fosse immaginabile, ma furono i partigiani a chiamare la popolazione civile sulla montagna, con la promessa di difen­derla; poi invece furono i primi a fuggire, e di loro infatti non è morto quasi nessuno. Non accettarono lo scontro, e così i tedeschi si ri­fecero sui civili».

Don Zanini respin­ge anche la tesi di un suo «accanimen­to anti-partigiano»: «A noi quelle perso­ne si presentarono, almeno in un primo tempo, come ladri e assassini, non come combattenti; e furo­no i primi a uccide­re dei civili, per ra­gioni private e non di guerra», tanto che «quando il coman­dante di uno dei gruppi si accorse di quello che facevano i suoi sottoposti, ne cacciò un’ottanti­na». Dunque «quando don Ange­lo Carboni, che fu testimone oculare anche lui, in una delle prime opere che sono state pubblicate su Monte Sole afferma che la strage fu provocata dai partigiani, dice so­stanzialmente una cosa vera».

«Perché non si ricorda ad esempio – ag­giunge il parroco – che i tedeschi mandaro­no ai partigiani una delegazione per richie­dere un armistizio e i partigiani uccisero l’in­tera delegazione?». Un episodio non citato da Baldissara e Pezzino, «per i quali invece un certo Venini, il primo ucciso dai partigiani, «I sarebbe stato trucidato da na­zisti: falso, come gli stessi do­cumenti dimostrano». Questo, sottolinea con forza don Zani­ni, non significa affatto giustifi­care i tedeschi nelle loro effera­tezze: «È stato davvero un mas­sacro orrendo, nel quale ho per­so dei parenti»; ma occorre an­che chiedersi «perché i parti­giani fuggirono e lasciarono nelle loro mani la popolazione inerme». A suo parere, insom­ma, gli autori del libro hanno e­saminato solo alcuni episodi, quelli che potevano essere in­terpretati a favore delle loro te­si, e non altri che invece le con­traddicevano.




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