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Una settimana in Terra Santa. Diario di un pellegrino tedesco

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L'ulivo piantato assieme al presidente d'Israele, il memoriale della Shoah, il muro divisorio, il Santo Sepolcro... Le immagini salienti del viaggio di papa Joseph Ratzinger. Raccontate e interpretate da lui
di Sandro Magister
Tratto dal sito www.chiesa il 18 maggio 2009

ROMA, 15 maggio 2009 – Aveva iniziato il suo viaggio dal Monte Nebo ricordando "l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo" ed esprimendo "il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra cristiani ed ebrei".

L'ha concluso, venerdì 15 maggio all'aeroporto di Tel Aviv, di nuovo all'insegna di questa prossimità tra i due popoli.

Nel salutare il presidente di Israele prima di ripartire per Roma, Benedetto XVI ha tenuto a dire che l'ulivo piantato da loro assieme nel giardino del palazzo presidenziale è "l’immagine usata da san Paolo per descrivere le relazioni molto strette tra cristiani ed ebrei". La Chiesa delle genti è l'ulivo selvatico innestato sull'ulivo buono che è il popolo dell’alleanza. Si nutrono dalla stessa radice.

Curiosamente, nel suo discorso finale, questa dell'ulivo ebraico-cristiano è stata la prima immagine richiamata da Benedetto XVI nel rivelare i momenti del viaggio che hanno lasciato dentro di lui "le più forti impressioni".

A questa immagine egli ha fatto seguire due altre istantanee salienti: il memoriale di Yad Vashem e il muro divisorio tra Israele e i Territori.

Entrambi questi momenti avevano procurato al papa delle critiche. A Yad Vashem lo si era rimproverato d'essere stato elusivo e freddo nel descrivere e condannare la Shoah, quando in realtà Benedetto XVI – come sempre impolitico – si era distaccato dalle formule usuali per svolgere piuttosto una riflessione originale e profonda sul "nome" di tutte le vittime di allora e di sempre, fin dal tempo di Abele. Nome indelebile non tanto perché impresso nella memoria degli uomini, ma perchè custodito in vita irrevocabilmente in Dio. Nome che nella Bibbia coincide con la persona e la missione di ogni creatura.

Su questo punto, nel discorso finale, papa Joseph Ratzinger ha implicitamente risposto ai critici ricordando la sua visita del 2006 ad Auschwitz, "dove così tanti ebrei – madri, padri, mariti, mogli, figli, figlie, fratelli, sorelle, amici – furono brutalmente sterminati sotto un regime senza Dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e odio. Quello spaventoso capitolo della storia non deve essere mai dimenticato o negato".

Ma soprattutto il papa ha voluto incoraggiare a ricavare dalla riflessione sulla Shoah un motivo in più di rappacificazione tra cristiani ed ebrei, di nuovo ricorrendo al simbolo dell'ulivo: "Quelle buie memorie devono rafforzare la nostra determinazione ad avvicinarci ancor più gli uni agli altri come rami dello stesso ulivo, nutriti dalle stesse radici e uniti da amore fraterno".

***

Quanto al muro che divide Israele dai Territori, la critica che molti ebrei fanno alla Santa Sede è di trascurarne la finalità di barriera di sicurezza, contro le incursioni terroristiche, e di parteggiare più per i palestinesi che per gli israeliani. Nel suo discorso finale, il papa si è così espresso in proposito:

"Una delle visioni più tristi per me durante la mia visita a queste terre è stato il muro. Mentre lo costeggiavo, ho pregato per un futuro in cui i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace e armonia senza la necessità di simili strumenti di sicurezza e di separazione, ma rispettandosi e fidandosi l’uno dell’altro, nella rinuncia ad ogni forma di violenza e di aggressione".

Dicendo così, Benedetto XVI ha riconosciuto da un lato le afflizioni che la barriera infligge al popolo palestinese ma dall'altro – esplicitamente – anche la sua natura di "strumento di sicurezza" per Israele. E ha invitato tutti, affinché questo muro possa cadere, a coniugare sicurezza e fiducia reciproca, come già aveva fatto lunedì 11 maggio a Gerusalemme, durante la visita "dell'ulivo" al palazzo presidenziale, riflettendo sul doppio significato della parola biblica "betah".

Inoltre, sempre nel discorso finale all'aeroporto di Tel Aviv, nell'invocare la fine della guerra e del terrorismo e nell'auspicare una "two-State solution", il papa ha ribadito la necessità che "sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti".

Con ciò papa Ratzinger è andato incontro alla richiesta che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu gli aveva fatto il giorno precedente a Nazaret, in un colloquio a porte chiuse: quella di condannare le posizioni negazioniste dell'Iran circa l'esistenza dello Stato d'Israele.

***

Qui di seguito è riprodotto il discorso con cui Benedetto XVI ha concluso il suo viaggio, venerdì 15 maggio.

Ma più sotto è riportato anche il discorso pronunciato la stessa mattina dal papa a Gerusalemme, nella basilica del Santo Sepolcro, ultima tappa del suo pellegrinaggio nei Luoghi Santi.

Benedetto XVI l'ha pronunciato subito dopo aver pregato in ginocchio sulla tomba vuota di Gesù, quella della risurrezione.

E fin dall'inizio ha tenuto a proclamare che all'infuori di Gesù risorto "non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati".

Queste parole non sono una citazione della "Dominus Iesus", la dichiarazione "sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa" emessa nel 2000 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger e criticata anche da molti ebrei. Ma sono la predicazione di Pietro, nel capitolo quarto degli Atti degli Apostoli. E oggi del suo successore.

A tutti coloro che soffrono nella terra che fu di Gesù, siano essi ebrei o arabi, cristiani o musulmani, Benedetto XVI ha voluto dare questa consegna, davanti alla tomba vuota del Risorto:

"La tomba vuota ci parla di speranza, quella stessa che non ci delude, poiché è dono dello Spirito della vita. Questo è il messaggio che oggi desidero lasciarvi, a conclusione del mio pellegrinaggio nella Terra Santa".




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