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di Mario Arpino
Tratto da cronache di Liberal del 15 maggio 2009
Durante i vari eventi della visita in Terra Santa, il Santo Padre in diverse occasioni ha insistito sul concetto di "due Popoli, due Stati" e sulla necessità di abbattere ogni muro.
Ha espresso i concetti che era giusto esprimere e altro non poteva fare. Anzi, così facendo ha nobilitato delle frasi fatte che eravamo ormai abituati a sentire declassate a slogan dai vocianti dimostranti nostrani o a leggere sugli striscioni degli iridati marciatori di Assisi. Il concetto non è nuovo e nemmeno è di difficile intuizione, ma sinora si è dimostrato solo visione irrealizzabile, e forse nemmeno davvero voluta dalle due le parti. In realtà l'Onu ci aveva pensato sin dal 1947. Anzi, proprio in una delle sue prime risoluzioni aveva proposto la suddivisione della Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico. La maggior parte delle regioni montagnose, con la parte est del territorio, dovevano diventare Stato arabo, mentre solo una piccola porzione di fascia costiera, tra le alture e il deserto del Negev, era stata designata come Stato ebraico. Suddivisione strategicamente non certo favorevole agli ebrei, che tuttavia l'Agenzia Ebraica molto pragmaticamente accettò, e il 14 maggio dell'anno seguente nacque lo Stato di Israele. Al contrario gli Stati arabi, ideologicamente contrari alla nascita di uno Stato ebraico, invece di cogliere l'occasione favorevole già il giorno dopo pensarono bene di muovere guerra, per distruggere Israele prima che nascesse. Il risultato fu una clamorosa sconfitta. Come pure erano destinati a perdere altre due guerre di aggressione ed eliminazione, nel 1967 e nel 1973. La diatriba sulla legittimazione del nuovo Stato, la sua espansione, la situazione demografica, il rifornimento idrico, il radicalizzarsi della lotta sono fatti che si perpetuano sino ai giorni nostri, quando, come sappiamo, le proposte sul tappeto per soddisfare il "mantra" dei due popoli nei due Stati sono state più d'una, di variegata origine e proposizione. Tutto inutile. Ogni volta che si è stati vicino a una soluzione, qualcuno ha fatto "scoppiare"qualcosa che lo ha impedito. Il grido di dolore del Santo Padre in questo contesto non è una vera e propria proposta, ma un calorosissimo auspicio. Stato, in questo caso, significa più che mai stato-nazione, visto che l'esigenza di separazione ha proprio origini etniche, culturali e religiose. Tre, insegnavano i professori di geopolitica, sono le condizioni perché una nazione-stato possa esistere: omogeneità etnico-culturale, territorio e confini sicuri. Il lettore comprenderà subito che il realizzarsi di queste condizioni non è, oggi, cosa che possa trovare soluzione intuitiva.
Occorrerà studiare molto, trattare ancora di più, accettare compromessi e, sopra tutto, avere interlocutori legittimati, forti sul fronte interno e reciprocamente affidabili. Con queste premesse le soluzioni potrebbero essere diverse e forse anche praticabili, mediando tra gli estremi di una separazione fisica con muro divisorio, come con buone ragioni pratiche aveva proposto al Knesset il geografo Aaron Soffer, e una felice convivenza attraverso la frontiera più aperta del mondo, come invece auspicherebbero tante anime candide e pie.
Fin qui i due Stati. Veniamo ora a quel muro che, tra i tanti problemi di coscienza, ha anche avuto l'effetto pratico di ridurre drasticamente il numero degli attentati suicidi e delle vittime innocenti. Nel luglio del 2004 si esprimeva in proposito l'Alta Corte dell'Aja, che, con sentenza solenne e ultimativa, sosteneva che il muro, di cui allora era stato realizzato circa un terzo, «... viola le leggi umanitarie, infliggendo ai palestinesi serie limitazioni alla libertà di movimento....» e andava quindi immediatamente abbattuto. Esultanza in Palestina e musi lunghi in Israele, dove pochi giorni prima un Tribunale locale aveva già invitato le autorità a rettificare alcuni tratti del vallo, giudicati invasivi di parte dei Territori. Piccolo particolare: la Corte dell'Aja aveva omesso di indicare chi avrebbe dovuto eseguire la sentenza. Nulla è più improduttivo e diseducativo delle leggi che non hanno alcuna possibilità di essere applicate, quando nessuno dimostra la minima disponibilità a usare la forza per farle rispettare. «Ora, intervenga l'Onu», si era detto a gran voce, senza tener conto che l'Onu, che negli anni si era già espresso con alcune decine di risoluzioni puntualmente sfavorevoli a Israele, ben poco altro poteva fare. Come era caduta nel vuoto anche una commovente richiesta della Commissione Europea, che, qualche mese prima della sentenza dell'Aja, con diligente solerzia aveva già chiesto l'abbattimento della barriera di cemento armato. I discorsi sul muro portano immancabilmente al concetto geopolitico di confini sicuri. «Se sono i confini a scatenare le guerre, aboliamoli», diceva lo studioso tedesco Haushofer, con argomentazioni abbastanza sostenibili. Einstein e Freud, in un loro carteggio epistolare, preconizzavano la Teoria dello Stato Unico guidato da un Consiglio dei Saggi, e, auspicando questo come evento vicino, concludevano con un cauto ottimismo sulle sorti progressive dell'Umanità. Eravamo all'inizio del 1939, ma erano così assorti nel discutere dei massimi sistemi che non si erano accorti che la II Guerra mondiale era alle porte.
Ritornando alla Terra Santa e alla sua eterna conflittualità, ricordo che, a metà del 2002, un gruppo di diciassette intellettuali italiani e stranieri lanciava un appello dove, tra l'altro, si affermava che «la mancanza di chiari confini tra israeliani e palestinesi è una della cause principali del sangue versato in questi anni» e che «fra una o due generazioni gli odi recenti tra ebrei e palestinesi si placheranno, come si sono placati in Europa, dopo le due guerre, gli odi tra francesi e tedeschi». Seguiva un gruppo di autorevoli firme di credenti e non credenti. Ora il Pontefice lancia un appello simile, diretto a tutti gli uomini di buona volontà. L'appello degli intellettuali del 2002 era rivolto genericamente alla Comunità internazionale, ma non specificava chi avrebbe dovuto tracciare questi confini, che avrebbero dovuto essere anche difendibili, e tra chi avrebbero dovuto essere concordati. L'Onu, come si è visto, ci aveva già provato. Allora, dovrebbero essere tracciati di comune accordo tra Israeliani e Palestinesi. Ma, se un accordo del genere fosse possibile, significherebbe che la pace è già fatta. La questione è complessa, e mi ricorda vagamente Comma 22: «Per poter concordare dei confini sicuri bisogna aver fatto la pace, ma per fare la pace occorrono confini concordati e sicuri».