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di Paolo Rodari
Tratto da Il Riformista del 14 maggio 2009
Tramite il blog PalazzoApostolico.it
A Betlemme accolto dal presidente palestinese Abu Mazen, il Papa ha snocciolato ieri in poche parole la sua idea per un’equa soluzione del conflitto israelo-palestinese: occorre dare ai palestinesi una «sovrana patria», «sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti». Occorre che i popoli in conflitto accantonino «qualsiasi rancore e contrasto».
Parole simili a quelle pronunciate nel pomeriggio all’Aida Refugee Camp di Betlemme, uno dei campi profughi nei territori palestinesi dove convivono musulmani e cristiani: «Voi ora vivete in condizioni precarie e difficili, con limitate opportunità di occupazione - ha detto il Papa agli abitanti dei territori -. È comprensibile che vi sentiate spesso frustrati. Le vostre legittime aspirazioni a una patria permanente, a uno Stato palestinese indipendente, restano incompiute».
Parole che appoggiano le aspettative palestinesi di godere di una sovrana patria. Parole che, poco dopo, intervengono anche su quel «muro» che divide la regione. Il muro è un «segno tragico» di divisione, la fotografia «del punto morto a cui sembrano essere giunti i contatti tra israeliani e palestinesi», ha detto Benedetto XVI. E ancora: «Da entrambe le parti del muro è necessario grande coraggio per superare la paura e la sfiducia, se si vuole contrastare il bisogno di vendetta per perdite o ferimenti: ardentemente preghiamo perché finiscano le ostilità che hanno causato l’erezione di questo muro».
Come si è affrettato a spiegare ieri - forse, anche per evitare frizioni tra il Papa e il premier israeliano Benyamin Netanyahu - il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, «la posizione della Santa Sede» sul conflitto israelo-palestinese «è sempre stata questa». Quella dei «due Stati sovrani - Israele e Palestina coesistenti, ndr - è la soluzione già indicata più volte dalla Chiesa». Eppure i problemi restano. Come conciliare queste posizioni con la linea del nuovo governo israeliano, contrario a una piena indipendenza palestinese, è l’interrogativo che ora si pongono in tanti. E poi ci sono le parole dedicate al muro: che impressioni avranno suscitato in Israele?
Ma oltre che con Israele, c’è da fare i conti anche con Hamas. Il portavoce del movimento islamico che da due anni controlla la Striscia di Gaza, Taher Nunu, ha sminuito infatti il significato delle parole del Papa: «Benedetto XVI ha deluso le nostre aspettative - ha affermato - avrebbe dovuto chiedere uno Stato per i palestinesi e invece ha parlato genericamente di “patria”. In realtà questa visita in Terra Santa è servita al Papa solo per esprimere il suo appoggio a Israele e per chiedere perdono agli ebrei».
In mattinata al Papa si era si era rivolto Abu Mazen, il quale aveva denunciato l’occupazione israeliana. Ma Benedetto XVI non ha parlato direttamente dell’occupazione israeliana. Ha semplicemente ricordato il diritto dei palestinesi a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all’istruzione e all’assistenza sanitaria.
Ha ragione padre Lombardi: l’idea politica con la quale Benedetto XVI ritiene che il conflitto possa trovare una soluzione è la medesima di quella che aveva Giovanni Paolo II. Tanto è vero che in occasione del recente conflitto di Gaza, come nel 2000 allo scoppio della seconda Intifada, la condanna vaticana (e dunque papale) alla risposta di Israele alle rivolte palestinesi è stata la medesima. Nel 2000 la seconda Intifada bloccò per qualche tempo le relazioni diplomatiche tra Israele eVaticano. Oggi le relazioni, dopo la condanna dello scorso gennaio del Papa della «massiccia violenza» israeliana mossa in risposta ad «altra violenza» - quella palestinese - sono comunque buone. Anche perché fu già dalla seconda Intifada che la Santa Sede usò un’arguzia: mise maggiore enfasi nella dimensione ebraico-cattolica delle relazioni, tralasciando in secondo piano questioni politiche. Questioni politiche che comunque restano. Come resta il fatto che ieri, il Papa, ha parlato esplicitamente anche del muro, segno tragico per ambo le parti.