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Gianteo Bordero
Tratto dal sito
RAGIONPOLITICA.it il 16 febbraio 2006
«C'è un'infinità di ragioni per cui mi sono convertito - scriveva Chesterton -, ma tutte si riducono a una: che il cristianesimo è vero». L'ennesima polemica innescata dalla sentenza del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto la legittimità della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane, ci riporta alla grande domanda che coinvolge a un tempo la sfera esistenziale individuale e quella sociale-politica: esiste un principio di verità della vita su cui possano poggiare, in maniera salda, le scelte personali e quelle sociali?
A ben guardare, è questo il punto dirimente tra chi considera la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici un'indebita interferenza della sfera religiosa in quella statale e chi, invece, vede in essa il richiamo a un fondamento di senso senza il quale la stessa dimensione politica e civile finirebbe ben presto con l'imboccare la strada del declino e del ripiegamento sterile su se stessa. Chi ha criticato la sentenza del Consiglio di Stato, lo ha fatto ancora una volta nel nome della tanto invocata e conclamata
«laicità» dello Stato, come se tale
«laicità» significasse, per ciò stesso, la rinuncia a qualsiasi principio di verità. C'è questo sottile veleno che circola nel nostro corpo sociale, e che sembra diventato il nuovo dogma dell'
intellighenzia nostrana: affermare una verità sarebbe per ciò stesso un atto di violenza, un sopruso perpetrato nei confronti di chi tale verità non riconosce. Tagliare via o censurare nella vita pubblica ogni riferimento al vero pare essere la cifra insuperabile di un autentico vivere civile, la quintessenza della politica, l'unico modo per garantire la convivenza tra le persone. Questa è la malattia relativista e nichilista dei nostri giorni e del nostro tempo, che si annida nella convinzione che non esiste alcunché di assolutamente vero, o che, qualora esso esistesse, la sua verità sarebbe comunque una verità debole, non esaustiva, incapace di garantire un significato globale all'esistenza dei singoli e, di rimando, della società.
Tante volte, il dibattito sulla laicità è sterile proprio perché incapace di risalire alla questione ultima che sta alla sua base. La stessa libertà religiosa, sotto questa luce, finisce col diventare relativismo religioso: non ci si chiede più se una religione è vera o meno, se essa risponde o no alla grande domanda di senso, e se quindi possa divenire anche principio di civiltà nei rapporti umani, ma semplicemente la si relega al livello dell'opinione personale, della chiacchiera da bar, sempre e comunque in quella
«sfera privata» la cui esaltazione è, nel nostro tempo, il segno inequivocabile della
«frammentazione dell'umano» di cui parlava McIntyre.
Anche in questo caso, parafrasando l'invito di Benedetto XVI, sarebbe necessario iniziare a parlare della laicità
«come se Dio ci fosse», e non - come accade oggi - dando per scontato che Dio non c'è o che, se c'è, non ha relazione con la vita pubblica e con la politica. Questo invito a ritornare alla incancellabile e inevitabile domanda sulla verità e alla possibilità di Dio come risposta ad essa è il miglior antidoto non soltanto all'idea che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici sia un atto assolutistico di violenza e di intolleranza, ma anche all'idea riduzionista di chi usa questa presenza come mero strumento di lotta politica, privandola dei suoi riferimenti spirituali e del rimando che sempre essa, nella storia, ha rappresentato per la nostra cultura e la nostra civiltà. Le braccia aperte di Cristo in croce, infatti, non sono né di destra né di sinistra, né laiciste né teo-con, ma chiedono liberamente a ciascuno di lasciarsi provocare e coinvolgere dal Mistero di verità che esse racchiudono e con cui abbracciano la bruciante richiesta di significato che sta al fondo del cuore e della vita di tutti.
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