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*La trincea riformista

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaMarco Biagi di Michele Tiraboschi
Tratto da cronache di Liberal del 20 marzo 2009

Dobbiamo pertanto essere grati al Parlamento italiano per aver recentemente istituito il «Giorno della memoria» dedicato a tutte le vittime del terrorismo e delle stragi di matrice. Restituite alla memoria collettiva le storia di tutte le vittime del terrorismo, dalle più note e celebrate a quelle meno note e per questo rimaste più in ombra, diventa oggi un compito meno gravoso riflettere sui percorsi di vita e di morte di coloro che, loro malgrado, sono stati gli sfortunati protagonisti del riformismo del lavoro italiano.

Ezio Tarantelli, ucciso a Roma la mattina del 27 marzo 1985, mentre usciva dalla sede della Facoltà di Economia della sapienza dove insegnava economia politica. Allievo di Franco Modigliani, Tarantelli aveva proposto alle forze politiche e sociali un originale intervento di predeterminazione dell'inflazione, poi recepito nell'accordo di San Valentino del 14 febbraio 1984 sulla scala mobile e che si rivelerà decisivo per governare, attraverso un sapiente "gioco d'anticipo", quelle spinte inflazionistiche che tanto incidevano sulla nostra economia e sulle retribuzioni dei lavoratori.

Massino D'Antona, ucciso a Roma la mattina del 20 maggio 1999, mentre usciva di casa per recarsi al lavoro. Giurista fra i più colti e profondi della sua generazione, D'Antona aveva offerto il suo prezioso contributo progettuale per la regolamentazione di alcuni degli snodi cruciali del diritto del lavoro. Reazioni democratiche e della nostra libertà. Ci rivolgiamo soprattutto ai nostri giovani studenti e a quanti, come loro, non conoscono questi volti e queste storie, per dire che, purtroppo, non stiamo parlando di un capitolo chiuso, di una vicenda che appartiene al passato del nostro Paese. Chi in quest'ultimo decennio, a partire dalla approvazione del «pacchetto Treu» del 1997 fino alla «legge Biagi» del 2003, ha seguito da vicino i temi del lavoro sa bene che così non è e che vi sono anzi numerosi elementi di allarme e preoccupazione che potrebbero trovare nella crisi economica in atto un potente detonatore. Certamente, e fortunatamente, negli ultimi anni il numero degli omicidi e degli atti terroristici non è comparabile con quello che, negli anni di piombo, appariva un vero e proprio bollettino di guerra. Ma tutto il processo di modernizzazione del nostro diritto del lavoro è ancora oggi costellato da una miriade di intimidazioni, brutalità, violenze. Se il nostro è l'unico Paese al mondo in cui una persona viene uccisa per il solo fatto di avere ideato e progettato una riforma del mercato del lavoro ci sarà pure una ragione. E questa va forse trovata nel contesto culturale di odio e di delegittimazione sistematica dell'avversario che, anche attraverso palesi mistificazioni, condiziona, da sempre, il dibattito sul lavoro.

Uccidendo Ezio Tarantelli, Massimo D'Antona e Marco Biagi i terroristi non individuarono, infatti, obiettivi simbolici. Né ad essi si può applicare il semplicistico schema del "colpirne uno per educarne cento". Il loro ruolo di uomini delle istituzioni e servitori dello Stato, rimarcato con ottuso disprezzo nei volantini di rivendicazione, è stata semmai la vera ragione della loro condanna. Proprio il loro agire con mente aperta, senza condizionamenti di parte e in funzione di una visione generale nell'interesse dell'intero Paese, ne faceva uomini chiave nel non facile tentativo di ricercare innovative soluzioni di compromesso e sintesi più avanzate tra i diversi punti di vista che si confrontano e scontrano in ogni società. Uccidendoli i terroristi hanno voluto colpire quelle rare figure di raccordo tecnico-istituzionale - penso, sul terreno delle riforme istituzionali, anche alla figura di Roberto Ruffilli, generosamente impegnato in un delicato lavoro di rinnovamento della politica e delle istituzioni democratiche - che rendono concretamente praticabili, in termini di tessitura del dialogo e di terzietà dell'apporto consulenziale, riforme apparentemente impossibili come quelle di cui si discute da svariati decenni nell'ambito delle relazioni industriali e di lavoro.

L'essenza del riformismo del lavoro è tutta qui. Nella capacità progettuale di indicare, a chi si ostina nella strenua conservazione dell'esistente, nuovi possibili equilibri e modelli innovativi di regolazione dei rapporti economici e sociali. Nella capacità di cogliere e portare a frutto tutti i germogli positivi di una società in profonda trasformazione e per questo lacerata, oggi come trenta anni fa, anche se per motivi e con manifestazioni esteriori certo assai diverse. Non reputo azzardato, in questa prospettiva di ragionamento, collocare tra i precursori del riformismo del lavoro italiano anche Walter Tobagi. Non solo e non tanto per il suo coraggioso e solitario tentativo, in qualità di Presidente della Associazione Lombarda dei giornalisti, di modernizzare il mestiere di giornalista. Piuttosto mi pare che i temi di indagine toccati da Tobagi, sul volgere degli anni Settanta, costituiscano l'indispensabile premessa culturale della elaborazione prima scientifica e poi progettuale condotta, pur nella diversità di stili e impostazioni, dalla parte più avanzata del riformismo del lavoro italiano. (...) Il confronto con i riformisti del lavoro è stato determinante per il rinnovamento del sindacato e delle relative strategie di azione. Non a caso il loro maggiore impegno è consistito nella ricerca di percorsi e di soluzioni che connotassero il sindacato come vero motore della trasformazione e dell'innovazione sociale mettendolo in guardia da posizioni e impostazioni di mera conservazione dell'esistente. Al di là della comunanza dei temi di riflessione e dei campi di sperimentazione non si può non registrare una ulteriore similitudine tra alcune di queste figure nel loro modo di intendere la professione, vissuta nella dimensione più autenticamente e orgogliosamente artigianale, e per questo guidata dalla passione e dalla capacità di guardare lontano senza però mai fare il passo più lungo della gamba. E anche nel loro essere personaggi scomodi, perché al servizio della verità e mai compiacenti al potere di turno. Voci fuori dal coro del conformismo e delle logiche di appartenenza che, per questo, assumono il ruolo di vittime designate.

Talvolta, come nel caso di Walter Tobagi e di Marco Biagi, oggetto di una campagna di denigrazione e violenza verbale che, nel creare una situazione di solitudine e isolamento, spesso anticipa la violenza fisica e il barbaro assassinio. Vittime non solo designate, ma anche lucidamente consapevoli di ciò, eppure tenacemente convinte della necessità di non cedere il passo e di andare avanti. Con animo sereno sorretto da una fede che li induce a non pretendere di essere artefici del proprio destino umano. Nel Natale del 1978 Tobagi scriveva alla moglie: «Mi sentirei in colpa se oggi non spendessi quei talenti che mi sono stati affidati». Parole dette anche da Marco alla moglie Marina la sera prima di morire, nella lucida consapevolezza di dover procedere sulla strada delle riforme del lavoro, ora che poteva davvero incidere su processi reali, anche senza il sostegno delle istituzioni che gli avevano prima revocato e poi negato quella protezione che sarebbe stata sufficiente ad allontanare la minaccia brigatista.

L'analogia più impressionante fra le vicende di allora e l'ultima stagione delle riforme del lavoro sta, a mio avviso, proprio qui. Nella tenacia, nella disperata solitudine di uomini coraggiosi capaci più di altri, anche grazie al confronto con l'Europa e con i modelli presenti in altri ordinamenti, di leggere gli scenari futuri dei rapporti giuridici, economici e sociali e di contrapporre il dialogo e la forza del merito alla radicalizzazione ideologica e faziosa della dialettica politica e sindacale. Uomini e intelligenze, ora come allora, consapevoli che le tutele dei lavoratori possono essere mantenute e soprattutto rese effettive solo in un quadro di relazioni industriali di tipo partecipativo, in grado cioè di assecondare e governare l'evoluzione dei processi economici e sociali in atto. Il loro non era un disegno elitario, ostile alle ragioni dei lavoratori. Il tempo, che come sappiamo è galantuomo, contente oggi di dimostrare che la loro proposta ha contribuito a migliorare in modo concreto le condizioni di vita e di lavoro dei più deboli e degli esclusi dando loro maggiori opportunità, nuove e più effettive tutele. Nel mio lungo periodo di apprendistato nella bottega artigiana di Marco Biagi e soprattutto ora, in questi ultimi anni, a ruoli invertiti, nella formazione dei tanti giovani apprendisti della nostra Scuola, posso serenamente testimoniare che i riformisti del lavoro non sono eroi e tantomeno ambiscono a targhe e medaglie, specie se alla memoria. Ma non sono neppure una razza maledetta. Come ebbe a scrivere il Maestro di Marco, Federico Mancini, nell'introduzione al saggio Terroristi e riformisti del 1981, il riformista «non è un'anima bella e non ne mena scandalo». È idealista, ma non ingenuo. Si muove lungo l'orizzonte delle riforme possibile. Non cerca l'utopia. Spesso, anzi si accontenta di ogni anche più piccolo contributo che possa rendere la nostra società almeno un poco più decente. Il riformista del lavoro sa però anche che la strada del cambiamento democratico può pretendere confronti duri e non ha paura, quando serve, di fare un concreto passo in avanti e indicare una visione e una linea di confronto più alta per sconfiggere e mettere all'angolo ogni spirito deleterio di pura conservazione.

Credo che questo fosse il senso delle ultime parole di Marco Biagi scritte per il suo amato Sole 24 Ore nel fondo consegnato il 19 marzo, là dove chiudeva il ragionamento a sostegno della sua legge riconoscendo, con una profezia tragica, che «ogni processo di modernizzazione avviene con travaglio, anche con tensioni sociali, insomma pagando prezzi anche alti alla conflittualità».




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