Il manifesto «scomparso»
Versione adatta alla stampaNon solo il memoriale inedito del dottor Claudi, ma anche varie testimonianze attestano che dopo la strage di via Rasella nel 1944 i nazisti chiesero ai responsabili di costituirsi • Ritrovato alla Fondazione Claudi di Roma un memoriale autografo in cui il medico Vittorio Claudi testimonia di aver visto affisso in città, appena dopo l’attentato di via Rasella il 23 marzo 1944, un manifesto in cui i nazisti invitavano gli autori della strage a costituirsi, per evitare rappresaglie sui civili. Un elemento la cui esistenza è sempre stata contestata dai partigiani e che appesantirebbe la loro responsabilità nell’eccidio delle Fosse Ardeatine • Il gappista Bentivegna ha sempre negato la pubblicazione di un avviso dei tedeschi, Giorgio Amendola invece sostenne che comunque i partigiani «avevano il dovere di non presentarsi» • Altre fonti ricordano che i romani giudicarono male l'attentato. E di sicuro l'Eiar trasmise un invito ad auto-denunciarsi per evitare le annunciate rappresaglie di 10 ostaggi uccisi ogni soldato morto
di
Paolo Simoncelli
Tratto da Avvenire del 18 marzo 2009La testimonianza del dottor Vittorio Claudi – pubblicata ieri in queste pagine – ha un suo indiscutibile valore perché è di chiara matrice antifascista. Consente inoltre di rileggere e verificare alcune importanti testimonianze del tempo, non senza riscontrare reticenze, difformità, sorprese. Rosario Bentivegna, il gappista che a via Rasella accese la miccia dell’esplosivo, ricordò ripetutamente che i tedeschi avevano iniziato la rappresaglia «senza che nessun avviso o comunicazione fossero dati alle forze della Resistenza», quindi loro non si sentivano «in nessuna misura responsabili dei metodi e della rappresaglia dei tedeschi» (così nel 1983). Giorgio Amendola, capo politico dei Gap romani, nelle Lettere a Milano (1973) aveva del resto già dettato la linea: «In realtà non ci fu alcun invito rivolto dalle autorità tedesche agli organizzatori dell’attentato a presentarsi per essere fucilati al posto degli ostaggi»; tuttavia, con maggiore intelligenza politica (ed evidente cautela) Amendola sosteneva che comunque «noi partigiani combattenti avevamo il dovere di non presentarci, anche se il nostro sacrificio avesse potuto impedire la morte di tanti innocenti». Ma con eccessiva spregiudicatezza aggiunse pure che la popolazione romana, pur dopo l’attentato e la rappresaglia, «non ci fece mancare la protezione della sua solidarietà». Qui tuttavia testimonianze già note e non solo (comunque di fonte resistenziale) offrono un quadro radicalmente diverso: Enrico Castelli, docente di Filosofia all’Università di Roma ed esponente di punta della resistenza cattolica, annota ad esempio sul proprio diario il giorno dell’attentato la
vox populi al momento del correre delle ambulanze con feriti e moribondi verso l’ospedale San Giacomo: «Proprio ora che se vanno, potevano risparmiarselo…»; lo stesso Franco Calamandrei, altro attentatore di via Rasella, annota nella proprie memorie gli analoghi commenti sfavorevoli della gente: «Ora che se ne stavano andando… Sono i partigiani», «L’opinione pubblica non è troppo favorevole»; per non parlare poi del reperimento e della pubblicazione nel 1996, a cura di Aurelio Lepre, delle intercettazioni telefoniche di molteplici, anonimi cittadini da parte di un servizio della Presidenza del Consiglio, che danno un quadro propriamente ostile della popolazione a quell’attentato. Un gesto ricercato e voluto (anche con le conseguenze tragiche dello scoppio della bomba sui civili) con prevedibili e utilissimi obiettivi politici: la sicura rappresaglia tedesca decapitò infatti le concorrenti forze non solo moderate e militari della resistenza, ma fece piazza pulita della inquietante frazione trotzkista «Bandiera rossa», posizionata a sinistra del Pci.
Soprattutto era un attentato paradossalmente atteso. Ne parla nelle sue memorie il grande storico ecclesiastico tedesco Hubert Jedin, perseguitato dal regime nazista e rifugiato a Roma: a fronte del constatato miglioramento dei rapporti fra truppe tedesche e cittadinanza, «ai primi di marzo un membro del movimento di resistenza italiano mi disse: 'Deve succedere qualcosa che guasti questa riconciliazione con la potenza occupante'». In modo assai poco conveniente alle ferree regole gappiste avrebbe agito anche Bentivegna; del suo comportamento parla il professor Giuseppe Caronìa, esponente democristiano del Cln romano (primo rettore dell’Università alla liberazione della capitale) che, direttore della Clinica di malattie tropicali, già nel 1943 aveva offerto rifugio e copertura a Bentivegna presso il Policlinico (così nella stessa testimonianza del Bentivegna). Bene, Caronìa ricorda nelle sue memorie del 1979 che «uno studente di medicina» che gli era «assai devoto», due giorni prima dell’attentato, il 21 marzo, andò a casa Caronìa, nei pressi di via Rasella, a raccomandare «di non lasciar chiuse le finestre della sua abitazione il giorno seguente tra le 15 e le 16, perché vi sarebbe stato un attentato e si sarebbero potuto rompere i vetri»; Caronìa gli ricordò allora che «un attentato contro i tedeschi poteva costare la vita a dieci cittadini innocenti per ogni tedesco morto, perché questa era la legge germanica di guerra.
L’attentatore escluse che l’attentato potesse far vittime tra i tedeschi»; addirittura il giorno seguente quello stesso studente avrebbe telefonato a Caronìa avvertendo che non quel giorno, ma quello successivo sarebbe avvenuto l’attentato. Dopo la strage di via Rasella e l’eccidio delle Ardeatine, Caronìa ricevette la visita dello studente: Caronìa lo rimproverò fortemente dell’inutile e tragico attentato e di non essersi presentato per evitare la strage degli innocenti, sacrificando se stesso, sull’esempio dell’eroico vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto. Rispose freddamente che dal partito (Pci) aveva avuto l’ordine di non presentarsi e che l’attentato aveva la sua utilità nel tener desta l’ostilità dei romani all’invasore tedesco e nazi-fascista».
Bentivegna nelle sue memorie (1983) non ha ricordato questi episodi, saltando, in merito a Caronìa, dalla protezione clandestina offertagli nel ’43 alle nozze con Carla Capponi (altra esponente gappista complice nell’attentato di via Rasella) avvenute a Roma con rito religioso il 20 settembre 1944, di cui Caronìa fu testimone per lo sposo.
Caronìa implicitamente aveva dunque ricordato la presenza di un manifesto che invitava gli attentatori a presentarsi per evitare la tragica rappresaglia. La questione, sepolta dal politically correct (anche a danno, si noti, del confronto con Salvo D’Acquisto, semplice e povero vicebrigadiere dei Carabinieri che, innocente, aveva già sacrificato la propria vita per impedire a Palidoro la rappresaglia tedesca), riemerse tumultuosamente in occasione del processo a Eric Priebke e delle polemiche sollevate da un intervento di Giampiero Mughini sul Tempo di Roma del 7 dicembre 1996 che escludeva perentoriamente la presenza di bandi o manifesti del genere. La redazione del quotidiano romano fu inondata da lettere di protesta che improvvisamente ricordarono non solo la presenza di quel manifesto, ma anche gli inviti trasmessi dall’Eiar agli attentatori a presentarsi per evitare la rappresaglia.
Tuttavia si sovrapposero informazioni su due tipi di bandi: uno che, affisso fin dall’autunno del 1943, avvertiva che in caso di attentati per ogni soldato tedesco ucciso sarebbero stati fucilati 10 ostaggi italiani (solo di questo tipo di bando Bentivegna, assai tardivamente, sul Tempo del 28 aprile 1996, avrebbe ammesso l’esistenza); un altro che, nel caso specifico dell’attentato di via Rasella, intimava ai responsabili di costituirsi per evitare la rappresaglia. Anche solo di questo secondo tipo di bando vennero alla luce testimonianze agevolmente rifiutabili come anonime, o sospette emotivamente (da parte dei figli e congiunti dei fucilati alle Ardeatine) e politicamente (da esponenti, s’intende, della destra nostalgica). Rimane ora la descrizione e la testimonianza offerta da Vittorio Claudi per parte antifascista; con tutte le doverose cautele nell’accoglierla, e senz’altra pretesa che di costituire una non irrilevante tessera d’un mosaico tutt’altro che interamente ricomposto. Ma senza più liquidarla sbrigativamente e fastidiosamente.
(2. fine. La prima parte dell’articolo è stata pubblicata ieri)Condividi questa pagina con altri lettori: