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Ritirata di Russia, assalto agli alpini

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaPolemiche. «Italiani brava gente»? Tutt’altro: anche sul Don violenze sui civili, ruberie, stupri, antisemitismo... Uno storico tedesco accusa • Per Schlemmer il buon rapporto dei nostri soldati con il popolo russo (a differenza dei «cattivi» nazisti) sarebbe solo un mito. Ma non si possono screditare le memorie dei reduci come fonti «romanzate» e «selettive»...
di Roberto Beretta
Tratto da Avvenire del 20 gennaio 2009

Sulla strada della ritirata la neve è sporca, non solo di sangue. Violenza e ruberie sulla popo­lazione civile; saccheggio indiscri­minato; stupri; antisemitismo; maltrattamento dei prigionieri... Dopo la guerra d’Etiopia (dove è ormai acclarato l’uso dei gas) e quella del Nord Africa (atrocità contro i civili e danni ambientali procurati in Libia), un certo «revi­sionismo» affronta ora l’icona di Nikolajewka, «sporcando» uno dei pochi miti finora rimasti intangibili nella memoria patria: quello della ritirata di Russia, appun­to.

«Italiani bra­va gente» nem­meno sul Don, dunque? La cri­tica avanzata dal ricercatore tedesco Tho­mas Schlem­mer – il cui li­bro (Laterza, pp. 346, euro 22) esce proprio a ridosso del 66° anniversa­rio della disfatta dell’Armir – assu­me a suo titolo un addebito su cui c’è poco da discutere (Invasori, non vittime) ma va ben oltre nel testo, mettendo sotto accusa da una par­te il valore storico della memoriali­stica dei reduci – in cui, secondo lo studioso, «non c’era alcun limite nel romanzare gli avvenimenti» – e dall’altro l’intento doppiamente i­deologico della ricostruzione dei fatti: prima in funzione anti-tede­sca (dopo l’8 settembre 1943 faceva gioco dipingere i nazisti come cat­tivi alleati già in Russia), nel dopo­guerra in chiave anti-comunista e anti-sovietica. «Sulla campagna di Russia si è scritto molto ma, sor­prendentemente, si è fatta poca ri­cerca», esordisce – con una certa ragione – lo storico teutonico. Così le sue fonti appaiono anzitutto i rapporti ufficiali (diversi dei quali riportati in appendice) degli schie­ramenti attaccanti, italiano e tede­sco, dai quali emergono effettiva­mente alcune sfaccettature disono­revoli e finora poco illuminate dalla storia. I nostri, ad esempio, pur ri­luttando ad obbedire agli ordini di fucilare i prigionieri «sospetti» (compresi ebrei e comunisti), so­vente si toglievano dall’impaccio «passandoli» ai tedeschi – i quali non andavano per il sottile. Altro caso: il sequestro delle risorse ali­mentari della popolazione, a volte effettuato in modo scriteriato nei confronti di gente già allo stremo.

Ancora: gli episodi di italiani che si facevano «pagare» i passaggi in ca­mion con prestazioni sessuali, oltre alle case di tolleranza istituite per i nostri soldati. Parzialmente più comprensibili – in tempo di guerra – risultano le azioni repressive delle «bande partigiane» o le esecuzioni sommarie di «spie», mentre an­drebbero senz’altro approfondite le notizie di vere e proprie stragi di ci­vili da parte di soldati italiani. Che dunque «le Divisioni del Regio E­sercito al fronte russo facevano parte di un’Armata d’invasione e d’occupazione» è certo un fatto da non dimenticare mai, così come l’evidenza che tra le ragioni dell’as­salto fascista al gigante sovietico non ci fossero solo la difesa dello «spirito umanitario della grande ci­viltà romana» bensì anche più pro­saiche speranze di sfruttamento e­conomico delle enormi risorse rus­se; tuttavia appare azzardato con­cludere (solo allegando alcune mis­sive di militari italiani) che le trup­pe dell’Armir insultavano i russi «in tutti i modi possibili» e obbedivano a «modelli interpretativi razzisti».

Allo stesso modo si può sottoporre a miglior verifica il dato – corrente anche nella saggistica – che il no­stro «Corpo di spedizione non era assolutamente una truppa dell’Ot­tocento... composta da soldati con divise di tela, scarpe di cartone»; però sostenerlo sulla base della let­tera di un autiere («Questo Corpo di spedizione è meraviglioso») ap­pare quanto meno un autogol...

Qui sta infatti la debolezza maggio­re del lavoro di Schlemmer, peral­tro doveroso e in un certo senso co­raggioso: una valutazione parziale delle fonti; e per uno storico si trat­ta di addebito grave. Perché infatti ritenere che i diari dei reduci – pur riconosciuti «diversi per la loro im­postazione e il loro orientamento politico» – siano forzatamente vi­ziati da «schemi interpretativi» e­sterni e che «avrebbero forgiato in modo determinante l’immagine della campagna di Russia»? Perché sostenere a priori che solo a questa «stilizzazione» auto-vittimistica de­gli italiani sia da attribuire la divi­sione «inequivocabile: da una parte il bravo italiano, dall’altra il tedesco cattivo e spietato cui veniva addos­sata senza esitazione tutta la re­sponsabilità»? La memorialistica – mai tanto abbondante e pluralista come nel caso della ritirata del Don – merita invece di essere annovera­ta a titolo pieno tra le altre fonti, certo con l’avvertenza di compren­derne il genere letterario. Ma – del resto – è un genere «pericoloso» da maneggiare pure quello dei rap­porti ufficiali, viziati come possono essere da bugie e secondi fini... Un esempio solo: gli ordini di «proibire alla truppa di familiarizzare con i nativi», più volte citati da Schlem­mer quali prove di rapporti non idilliaci tra po­polazioni locali e soldati italia­ni, in realtà nel­la loro insisten­za dovrebbero segnalare pro­prio l’opposto: se erano così ri­petuti, significa infatti che la fa­miliarità era davvero frequente... E alla fine, leggendo che la «politica della memoria» intorno all’impresa dell’Armir ha unito «sapientemente realtà e finzione» allo scopo di «scaricare sui tedeschi la responsa­bilità della guerra e dei crimini» connessi e liberare «gli innumere­voli fascisti da ogni responsabilità», nonché ripensando a certi diari di Russia firmati da Bedeschi, Rigoni Stern, Revelli, Corti, don Gnocchi, Corradi... : beh, è difficile non avere l’impressione che Schlemmer ri­nunci a un’analisi davvero obiettiva e obbedisca piuttosto a una «mito­logia» contraria ma uguale a quella che vorrebbe demolire. Forse ha ra­gione lo studioso tedesco nel soste­nere che la storia completa della campagna di Russia va ancora scritta; ma di sicuro non l’ha fatto neppure questo libro.




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