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Raccapricciante

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaTratto da Giustizia Giusta il 29 dicembre 2008

O mamma mia, ma cosa siamo stati costretti a leggere! Riproviamo a farlo insieme ma, mi raccomando, che a nessuno venga la voglia di vomitare.

Ecco qui: «La Corte pur valutando la scelleratezza e l’odiosità del fatto commesso in danno di una donna inerme e da un certo momento in poi esanime, con violenza inaudita, non può non rilevare che sia l’omicidio che la violenza sessuale, limitata alla parziale spoliazione della vittima e ai connessi toccamenti, sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori contingenti: lo stato di completa ubriachezza e di ira per un violento litigio sostenuto dall’imputato e la fiera resistenza della vittima. In assenza degli stessi, l’episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi». Il che potrebbe significare che la signora Giovanna Reggiani – perché è del suo omicidio che stiamo parlando e della sentenza di condanna per Romolus Mainat al quale sono state riconosciute, appunto, alcune attenuanti – si è “permessa” di fare resistenza di fronte al tentativo di aggressione da parte del rom; il quale, a sua volta, era anche sbronzo come una spugna intrisa di vino. Per questo, tutto sommato, il Mainat è sicuramente colpevole, ma in fin dei conti non tutte le colpe sono le sue: se non ci fossero stati i fumi dell’alcol e la donna “resistente” non sarebbe finita così.

Incredibile ai confini del raccapricciante e, giuridicamente parlando, aberrante. Non tanto per l’aspetto concernente “lo stato di completa ubriachezza e di ira” del mascalzone, quanto per quella “fiera resistenza della vittima” senza la quale non ci sarebbe stato probabilmente l’omicidio: per semplificare, se la signora Reggiani “ci stava” tutto sarebbe passato in cavalleria, lo sbronzo era contento e, quindi, non la uccideva.

Come ha avuto occasione di scrivere, nei giorni scorsi, Maria Giovanna Maglie sulle colonne del Giornale, nelle parole che illustrano le ragioni dei giudici «c’è addirittura il disprezzo per la vittima e segnatamente il disprezzo per una donna. Vengono ancora, con disinvoltura colpevole, utilizzate le vecchie motivazioni dei processi per stupro, ovvero il comportamento dell’aggredita. Solo che nel caso della povera Reggiani si rovescia il ragionamento. È colpevole perché ha resistito, perché le cosce le ha tenute serrate e il seno ha cercato di proteggerlo dall’insulto. È colpevole perché se così non avesse fatto nessuna l’avrebbe ammazzata, solo seviziata, violentata, rapinata, riempita di botte. Se avesse capito, la sventata, che il suo povero assalitore altro non era che un ragazzino sbandato, ubriaco e anche un po’ incazzato perché gli era toccato di sostenere un litigio, che la voleva solo spogliare parzialmente e toccarla un po’, che le voleva portare via la borsetta e poi lasciarla in pace, ecco se fosse stata abbastanza furba da comprendere le circostanze e la psicologia dell’assassino, oggi sarebbe viva. È lei la colpevole». Darle torto, purtroppo, è piuttosto difficile. (g.p.)




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