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*Giuseppe Fanin di Giovanni Bersani

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaConvegno “Santità e apostolato sociale in Giuseppe Fanin”,
San Giovanni in Persiceto, 1 novembre 2008.
Ecco l'intervento del senatore Giovanni Bersani.

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È bello e giusto ritrovarci qui - 60 anni dopo - a rinnovare la memoria e onorare la testimonianza di Giuseppe Fanin, martire cristiano del lavoro e della libertà.

È stato giusto non dimenticare questo suo sacrificio in quella notte buia e nebbiosa in cui una violenza brutale cercò di spegnere, con la sua giovane vita, le idee e le speranze che "allietavano" la sua sorridente giovinezza.

Ed è giusto che oggi ci siamo tutti a compiere questo gesto e questa riflessione.

Certo non è stato facile arrivare a ciò.

Continuando a sostenere che la colpa di quel brutale evento era, tutto sommato, responsabilità degli amici di Giuseppe e del clima che essi avevano creato nel Paese e, con riferimenti precisi, anche di lui stesso e delle sue iniziative "provocatrici", si è cercato per anni di riportare su altri una responsabilità apparsa subito troppo grave.

Ancora cinque anni or sono, alla vigilia della nostra commemorazione, è apparsa una nuova corposa pubblicazione che, in qualche modo, tendeva a riproporre - aggiornata - la stessa interpretazione.

Alessandro Ferioli, in una sua documentata ricerca, pubblicata in questi giorni, ha aggiunto invece nuovi elementi storici chiarificatori al capitolo delle "responsabilità" di 60 anni or sono.

Egli infatti, esaminando i documenti ufficiali della segreteria federale del PCI di allora, custoditi dall'Istituto Gramsci, ha riscontrato che nei resoconti delle riunioni del Comitato esecutivo di quel periodo, presieduto dal segretario federale di Bologna, Albertino Masetti, dopo alcune sedute in cui si discute anche delle "lezioni da dare", scompare ogni verbalizzazione del periodo che va dalla fine di ottobre fino all'indomani dell'individuazione dei responsabili dell'uccisione di Fanin e della loro confessione.

Un buco nero - osserva Ferioli - che pone ovvii interrogativi….

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Il ricordo del 4 novembre 1948 è stato pertanto tenuto vivo, per molti anni da noi, con convegni di studio, ricordi storici, ricostruzioni spirituali, coinvolgendo esponenti importanti della Chiesa e del mondo della cultura e noti esperti di quegli ormai lontani problemi.

Poi - in un quadro mutato, in cui maturò nel Paese un clima nuovo nei rapporti fra le maggiori forze politiche - è venuto un sindaco di San Giovanni (ritengo fosse Nicoli) che fece questa riflessione: "Il discorso delle responsabilità è ormai ben chiaro : inutili i tentativi di deviarlo. Ma oggi comprendiamo anche che Fanin è morto per tutti. Il suo sacrificio va quindi riconosciuto e onorato da tutti, affinché egli divenga per tutti simbolo di riconciliazione. Il prossimo 4 novembre, parteciperò alla manifestazione nella mia veste di sindaco, in rappresentanza di tutta la popolazione di San Giovanni".

Noi lo ricordiamo con vivo apprezzamento, anche perché - dopo di lui - il suo esempio è stato seguito da suoi successori, fino alla sensibile testimonianza dell'attuale Sindaco, Paola Marani.

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È quindi in un contesto diverso che noi consideriamo - oggi - il problema della responsabilità per trarre tutti insieme da quella tragica vicenda qualche riflessione utile per i nostri tempi.

Il problema della violenza, anzitutto. Essa, come ben sappiamo, non fu circoscritta a quegli anni. Essa resta immanente, soprattutto nella società attuale, pur nella diversità delle situazioni storiche.

Come non ricordare le decine e decine di nostri amici, specie impegnati in campo sociale e sindacale, uccisi o gravemente feriti negli "anni di piombo", trenta anni dopo?

Come non ricordare Tarantelli, il geniale teorico della "politica dei redditi" e, ancora, l'amico Walter Tobagi, uno dei maggiori pensatori del sindacalismo italiano che scriveva, in un celebre libro, parole che sarebbero piaciute al giovane sindacalista Giuseppe Fanin: "Non sono le parole tonanti, ma i comportamenti di ogni giorno che modificano le situazioni e danno senso all'impegno sociale: il gradualismo, il riformismo, il paziente passo dopo passo sono l'unica strada percorribile per chi vuole elevare in concreto le condizioni dei lavoratori. È la lezione che le "dure repliche" della storia ripetono ancora una volta".

E ancora, come non ricordare i giorni del 1977, quando Bologna fu "occupata" per giorni da gruppi armati e - alla fine, dopo molte violenze - fu necessario fare intervenire i blindati dell'esercito.

È per questo che abbiamo respinto per anni il tentativo di accantonare il discorso della responsabilità, affinché le nuove generazioni conoscessero il passato come una lezione di vita sempre attuale.

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Certo - come ha di recente rammentato Giorgio Stupazzoni, testimone di quei giorni (come l'amico Loris Luppi) - i problemi dei braccianti e dei mezzadri erano gravi: per il numero delle limitate giornate lavorative, per le controverse definizioni degli imponibili di manodopera, per il reddito insufficiente e precario, per le povere case in cui vivevano le loro famiglie, ecc…. Essi chiedevano pertanto "nuove" e maggiori soluzioni, soprattutto - come ha rilevato Aldino Monti nel suo eccellente libro "I Braccianti", edito dal Mulino - nel territorio in cui la questione dei braccianti dell'Italia settentrionale si era concentrata, tra Bologna, Ferrara e Ravenna.

Le questioni socio-economiche e contrattuali erano tuttavia rese più acute e più gravi per le eccezionali condizioni politico-ambientali, venutesi a creare in quegli anni. Esse andavano ben oltre la questione dei braccianti.

"La lotta per rivendicazioni immediate di carattere economico va collegata con la lotta più generale di classe", aveva dichiarato il segretario federale, Albertino Masetti, il 29 Giugno, come registra Alessandro Ferioli.

In questa zona, infatti, si era venuto realizzando, con diffuse azioni ed intimidazioni, un controllo sistematico delle iniziative delle persone e delle stesse idee dei cittadini.

È difficile, per chi non l'ha vissuta, avere una idea della reale situazione di allora.

Una sera, andando in moto da Bologna a Cento per una conferenza, attraversai tutta quella parte della nostra Provincia: non si vedeva una luce, né si incontrava una persona; sembrava la terra dei morti. Arrivato al ponte sul Reno, che allora era a "schiena d'asino" molto pronunciata, rimasi stupefatto. Sotto di me, la cittadina era tutta illuminata, i bar aperti, un altoparlante trasmetteva una canzone e la gente camminava serena per le strade.

Non tutta l'Emilia-Romagna era dunque uguale. In quell'area non poche persone erano state uccise dopo il 25 aprile 1945. Lo stesso parroco di Lorenzatico (e di Fanin) era stato ucciso in modo atroce…..

Questo era il clima che Giuseppe incontrava ogni sera, rientrando a casa, nel buio di quei tre chilometri, recitando il Rosario e raccomandandosi alla Madonna.

Ciò va ricordato per meglio valutare il modo con cui Fanin la viveva, da indifeso "uomo di pace", intendendo essere amico con tutti, anche con chi lo aveva apertamente minacciato.

Il ricordo ricorrente che noi facciamo di quella tragica sera quando - chiamati da una telefonata disperata - ci precipitammo a San Giovanni, per assistere purtroppo agli ultimi momenti della sua vita, è oggi ancora più utile perché ci consente di registrare sempre nuovi aspetti di una situazione che, nell'opinione dei più, si poteva considerare conclusa con la confessione degli autori e la loro condanna (in seguito ridotta anche con il richiesto consenso dei genitori).

Tra le novità recenti sta soprattutto, oltre a quanto prima ricordato, il riconoscimento - così importante, ricco di valori spirituali e a noi molto caro - delle virtù del "Servo di Dio", Giuseppe Fanin, per cui tanto si è adoperato il carissimo Don Filippo Gasparrini. Siamo ora in fiduciosa attesa di nuovi auspicabili sviluppi, su cui ci ha informato l'avv. Ambrosi.

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La ricorrenza odierna ci induce comunque a riportare la nostra attenzione sul significato che la sua vicenda ha per il mondo attuale.

Tre aspetti - fra i tanti - della sua vita sembrano oggi particolarmente significativi.

L'esempio della sua vita interiore, la generosa disponibilità ad uno straordinario impegno sociale, l'efficacia tuttora attuale - a tanta distanza di tempo - delle sue iniziative riformatrici.

Sono noti i documenti e le tante testimonianze della sua vita spirituale, del suo intenso dialogo con il suo Signore, del suo impegno per una vita pura finalizzata al matrimonio in piena intesa con la sua fidanzata, il proposito di perseguire un preciso e ben definito itinerario di autentica santificazione ("Voglio essere santo!"), i tanti episodi che illuminano una vita ispirata al Vangelo e consacrata ad un impegno assiduo sulla via della perfezione spirituale e morale.

La scoperta di recenti documenti presso l'archivio parrocchiale getta nuova luce su questo intenso impegno di perfezionamento nell'amore di Dio e in quello del prossimo. La Messa e la meditazione erano il centro della sua vita interiore. Il Rosario era il suo aiuto ed il suo conforto.

In un periodo difficile, tra guerra e tensioni rivoluzionarie, seguì - con chiara coscienza dei pericoli che correva - una via di pacificazione e di dialogo, rifiutando qualsiasi difesa armata, anche come mezzo di difesa estrema nei momenti più gravi.

Con PierGiorgio Frassati ed il nostro compianto amico Alberto Marvelli - giovani brillanti ed ammirati come lui - egli offre quindi ai giovani di oggi - a tutti i giovani - un modello di santità laicale alla loro misura, di straordinaria attualità. Non gliene saremo mai abbastanza grati.

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"Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente. Amerai il tuo prossimo come te stesso; e il secondo comandamento è simile al primo".

E come prossimo, come abbiamo letto domenica, i più bisognosi, le vedove, gli orfani, il forestiero, …..

È la sintesi dell'impegno cristiano dettato dallo stesso Salvatore. Giuseppe l'aveva bene in mente. Nella sua vita e nella sua azione, ha cercato di corrispondervi, derivandone - alla luce del "Magistero" della Chiesa - le principali conseguenze di vita e di azione, oltre che sul piano personale, nel campo associativo, nelle politiche umanitarie, nell'impegno sindacale, nelle iniziative riformatrici, nelle attività politico-democratiche, volte all'edificazione della "città".

Si è accennato alla serietà e concretezza della sua complessa azione sociale. Un tema fu comunque al centro delle sue preoccupazioni e quindi della sua azione: la questione bracciantile. Essa, per oltre 50 anni (i fatti della Guarda di Molinella sono del 1914), come ci ha ricordato Alessandro Ferioli, aveva insanguinato e turbato - con lotte, invasioni di aziende, tensioni legate ai difficili negoziati contrattuali, ricorrenti scontri con la polizia, ecc…- tanta parte della nostra provincia e parte della nostra Regione.

La questione aveva riflessi nazionali. La "riforma agraria", di fatto in gran parte incentrata nel superamento dei latifondi nel Sud ed in alcune regioni del Centro, aveva solo sfiorato il problema sociale delle campagne del Nord, come aveva dimostrato l'eco del dibattito in Parlamento, da alcuni di noi sollevato alcuni giorni prima del 4 novembre, ed invano conclusosi con il nostro auspicio che "fosse avviato un dialogo per evitare il peggio".

Oggi possiamo misurare l'efficacia delle proposte avanzate dal gruppo di studio di cui Fanin - con l'amico Ranieri Fin - era l'anima. L'attenzione sugli eventi di allora è stata concentrata fin qui sulla proposta del contratto di compartecipazione dei braccianti, che doveva essere presentata da Fanin nel convegno di Molinella, previsto per tre giorni dopo la sua uccisione.

Esso aveva, per molteplici aspetti, un grande significato in relazione al ruolo delle persone e in un contesto dominato da orientamenti collettivistici. Il programma riformatore elaborato dal gruppo era tuttavia molto più ampio.

Esso comprendeva il rilancio delle storiche "Partecipanze Agrarie" emiliane, che avevano a San Giovanni in Persiceto la realtà più consistente, il ricordato contratto di compartecipazione dei braccianti e, soprattutto, la attuazione dei provvedimenti del 24.2.1948 e del 5.3.1948 "per la proprietà contadina" elaborati anche con nostra collaborazione, soprattutto attraverso il prof. Bruno Rossi, allievo di Don Primo Mazzolari e leader del ricordato gruppo di studio.

Tali provvedimenti prevedevano, attraverso mutui particolarmente favorevoli, l'accesso dei braccianti e dei mezzadri alla proprietà della terra, sia a titolo individuale che attraverso la costituzione di cooperative. Con ciò sarebbero finite, come a Crevalcore per il feudo Torlonia, le antiche proprietà di origine signorile e altre situazioni analoghe e ne sarebbe derivata una società agricola rinnovata in un giusto rapporto tra le varie categorie.

Le cooperative tra braccianti, a cui Giuseppe si era particolarmente dedicato negli ultimi tempi in circostanze estremamente difficili, costituivano il "cuore" del progetto riformatore.

Pochi giorni prima, a Decima, ad esempio, si era tenuto a casa del dott. Luigi Ottani - zio di Mons. Stefano, un sacerdote a noi tutti carissimo - un incontro preparatorio alla costituzione di una di quelle cooperative.

Luigi Ottani, come diceva il manifesto affisso alcuni giorni prima a San Giovanni, veniva indicato all'esecrazione popolare, accanto a Fanin, come "servo degli agrari e nemico dei lavoratori".

I provvedimenti per la "proprietà contadina", da noi sostenuti tra violente contestazioni, avrebbe in effetti portato i braccianti all'acquisto, in varie forme, di decine di aziende - già luoghi storici degli scontri prima ricordati - realizzando il loro sogno storico: "divenire proprietari della terra che con le loro famiglie lavoravano".

Le 24 cooperative braccianti bolognesi di ispirazione cristiana, che realizzarono in pochi anni una parte rilevante del progetto, sono nominate una per una dal Card. Giacomo Lercaro nel documento ufficiale del primo Sinodo Diocesano da lui promosso nel 1962, a dimostrazione della loro importanza anche entro un progetto di natura pastorale.

Contro tale progetto, poi gradualmente realizzato con iniziative successive da tutte le componenti del mondo contadino - da noi assecondate, in quanto possibile, "super-partes" - si era levata invano, soprattutto a Bologna, una parola d'ordine: "la terra non si compra, ma si conquista (con la forza)". (La situazione si sbloccò dopo un mio incontro con Nenni).

La questione bracciantile avrebbe trovato, negli anni seguenti - anche per il decisivo concorso della nuova industrializzazione e del progresso generale del Paese - una soluzione completa di lavoro e di pace.

Aldino Monti, arrivato alla fine del suo libro "I braccianti", così riassume la situazione: "Finita una stagione di lotte, ciascuno andò per la sua strada" (pag. 155), offrendo in tal modo un'idea di totale disgregazione di quel mondo.

In realtà, le cose non andarono, nell'insieme, come il Monti sostiene. I gruppi più solidi e motivati, infatti, utilizzarono ampiamente i provvedimenti della Proprietà Contadina, finendo per acquistare gran parte delle aziende coinvolte storicamente - e spesso tragicamente - nella questione bracciantile e, attraverso Consorzi cooperativi interprovinciali e regionali - come il CICA - costituiti da braccianti, ex-mezzadri e piccoli coltivatori che avevano potuto ampliare le loro aziende - si diedero a promuovere una nuova agricoltura, estesa ai campi contigui dell'economia e del credito (Casse Rurali, oggi Banche Cooperative, ecc…).

La "rivoluzione" serena e propositiva di Giuseppe Fanin non si è quindi arrestata il 4.11.1948. La sua "onda lunga" continua a produrre conseguenze importanti, come lo straordinario processo agro-industriale e agro-commerciale - il più grande in Italia e uno dei maggiori in Europa - sviluppatosi per iniziativa prevalente dei "nuovi gruppi", malgrado i noti contrasti sull'Europa e quindi sul ruolo fondamentale della politica agricola europea di quegli anni, anch'essa motivo di opposizione preconcetta.

È sufficiente citare alcune di quelle esperienze, tuttora attuali: Conserve Italia, Granarolo, Corovin, Coprob, Cantine Riunite, Clai, Consorzio Ortofrutticolo di Cesena, Parmigiano Reggiano (rinnovato con l'adesione di ben 100 nuovi caseifici), decine di centrali ortofrutticole, di cantine sociali, di stalle sociali e centri zootecnici, ecc…

Oggi, l'agricoltura della nostra Regione è così divenuta - con il concorso di tutti, ma su quelle basi - la più sviluppata e la più pacificata in Italia.

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Importanti e particolarmente attuali sono quindi, soprattutto per i giovani di oggi, i messaggi spirituali, sociali e riformatori che ci vengono dalla vita del "Servo di Dio", Giuseppe Fanin, apostolo religioso tra i giovani, fervente lavoratore cristiano, colto riformatore sociale, libero sindacalista, audace cooperatore, democratico senza paure.

Nel nome di Giuseppe Fanin, abbiamo oggi la precisa responsabilità di consolidarli ed ampliarli, tenendo vivo il fervore creativo della fratellanza e della solidarietà, anche al di là dei nostri confini.

La "questione sociale", dentro ad un contesto altamente problematico di globalizzazione, resta infatti un problema drammatico di dimensione mondiale - come affermava con forza 50 anni or sono la "Populorum Progressio": i braccianti, i "sem terra", i "servi della gleba" sono oggi tanta parte della popolazione del pianeta.

E la questione della terra - con i dati sempre più gravi della fame, della scarsità di cibo, dell'afflusso disordinato di masse verso le tragiche bidonville delle megalopoli, dei contadini lasciati senza i servizi e le assistenze fondamentali, della morte precoce ed ingiusta di tanti bambini - è più che mai una questione cruciale anche dei nostri tempi.


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