Versione adatta alla stampaPerplessità del sottosegretario Roccella sulla bocciatura dell'atto di indirizzo della Lombardia Il neonatologo Mosca (Milano): è aderente al progresso scientifico e punta alla prevenzione
di
Enrico Negrotti
Tratto da Avvenire del 10 ottobre 2008
Suscita perplessità la decisione del Consiglio di Stato di sospendere la validità dell’atto di indirizzo della Regione Lombardia sulla legge 194, sostiene il sottosegretario al ministero della Salute, Eugenia Roccella.
Che ha quindi deciso di chiedere al presidente del Consiglio superiore di sanità (Css) Franco Cuccurullo che «alle luce delle attuali conoscenze scientifiche e delle evidenze ad oggi dimostrate» il Css formuli un parere «sul concetto di vita autonoma del feto nonché sull’epoca gestazionale che può essere assunta a riferimento» per la sua comparsa. Una tale definizione «che possa essere assunta a riferimento per la sua comparsa non può essere una variabile territoriale».
Mercoledì il Consiglio di Stato ha respinto infatti il ricorso della Regione Lombardia contro la sentenza del Tar lombardo, che nel maggio scorso aveva bocciato – su richiesta di un gruppo di medici supportati dalla Cgil – l’atto di indirizzo che la Regione aveva emanato nel mese di gennaio per dare migliore attuazione alla legge 194. La Regione intendeva anche dare attuazione a quelle norme, contenute nei primi articoli, che indicano la necessità di rimuovere le cause che inducono all’aborto. Da qui la decisione di stanziare risorse aggiuntive per 8 milioni di euro da destinare ai consultori pubblici e accreditati.
Tra le norme che caratterizzano in modo particolare l’atto di indirizzo vi è l’indicazione a non praticare aborti oltre il limite delle 22 settimane e 3 giorni di gestazione: «Non è stata una decisione arbitraria delle istituzioni politiche locali – osserva il sottosegretario Roccella – ma l’estensione a tutta la Regione di codici di autoregolamentazione già vigenti in diverse cliniche sul territorio, come ad esempio presso la Mangiagalli». Infatti il governatore lombardo Roberto Formigoni anche ieri è tornato a dire che regione «non cambia niente perché ciascuno dei nostri ospedali, autonomamente e sulla base delle proprie ricerche, aveva assunto questi termini entro i quali operare l’interruzione volontaria di gravidanza». Polemica risposta dal vicepresidente del Consiglio regionale Marco Cipriano: «Il presidente Formigoni continua a considerare le sentenze del Consiglio di Stato come un fatto puramente marginale e di cui si può scegliere se tenerne conto oppure no».
Eppure, sottolinea Fabio Mosca, direttore della Neonatologia e Terapia intensiva neonatale della Clinica «Mangiagalli» di Milano, i termini della questione dal punto di vista scientifico sono chiari: «La legge 194 non fornisce un limite preciso alla possibilità di abortire, ma parla di capacità di vita autonoma del feto. Un dato che trent’anni fa era diverso da oggi». E che quindi, se nella pratica un tempo non si interveniva oltre la 24ª settimana di gestazione, oggigiorno quel termine è inadeguato: «Attualmente a 22 settimane non c’è possibilità di sopravvivenza, a 23 invece il bambino può farcela, spesso con rischi di problemi a distanza. Quindi l’atto di indirizzo è scientificamente adeguato. Porre un limite all’aborto tardivo non impedisce l’attuazione della legge, ma mette in guardia la mamma rispetto al fatto che il bimbo potrebbe nascere vitale e andrebbe rianimato, con possibilità di problemi a distanza». Aggiunge Fabio Mosca: «Non va dimenticato che l’atto di indirizzo comprende anche investimenti che sono già stati impiegati per aiutare i consultori e gli operatori dei servizi, nell’ottica di prevenzione dell’aborto. Una scelta comprensibile, visto che in Regione ogni quattro bambini che nascono si verifica un aborto».
Condividi questa pagina con altri lettori: