Versione adatta alla stampaLa storiografa Lucetta Scaraffia aveva vergato un testo pacato e pensoso. Perché l’hanno messa in mezzo, quasi sempre senza neppure leggere i suoi ragionamenti? Forse qualcuno vuole “donatori d’organi” poco problematici
di
Giuseppe Romano
Tratto da il Domenicale del 13 settembre 2008
Che strano dibattito s’è intrecciato nei giorni scorsi sulla morte cerebrale. Sembrava di assistere al gioco dei quattro cantoni.
Tutti affannati a prendersi, o ad attribuire ad altri, ruoli diversi dai propri, contando che alla fine qualcuno rimanesse là all’impiedi, in mezzo all’arena, per prendersi fischi e pernacchie.
Questo gioco delle parti è cominciato con la messa in scena (teatrale, sì) di una “ricostruzione ufficiale” che vedeva la malcapitata storica Lucetta Scaraffia, su L’Osservatore Romano del 3 settembre, ergersi a scienziata e a teologa per abrogare il concetto scientifico di “morte cerebrale” e, insieme, il magistero ecclesiastico in materia. Tutto ciò, per giunta perpetrato sul foglio ufficiale della Santa Sede, era faccenda da far tremare le vene e i polsi.
E infatti Scaraffia (recita la “ricostruzione ufficiale”) s’è attirata all’unisono la levata di scudi degli scienziati per lesa maestà, e quella del clero per lesa dottrina: al punto che al portavoce del papa, padre Federico Lombardi, sarebbe stato ingiunto di bacchettare l’infelice sortita: quell’articolo era un parere personale, la dottrina della Chiesa non ne tiene conto. Il che, nel cauto eloquio d’oltretevere, equivale a una bruciante sconfessione.
È poi toccato al direttore di la Repubblica, Ezio Mauro, in un editoriale del 5 settembre, alternare via via i panni dello storico, del teologo, del moralista, dell’ecclesiologo e del biologo – un trasformismo che nemmeno Arturo Brachetti – per sottolineare come la vicenda Scaraffia segnasse la fine – nientemeno! – dell’ingerenza del cattolicesimo italiano nelle laiche e civili faccende della nazione. Con buona pace dell’ormai pensionato Camillo Ruini e dei suoi disegni clerical-egemonici.
Fin qui la ricostruzione mediatica. Ma davvero è andata così? Davvero Scaraffia ha preso clamorosi fischi per fiaschi e s’è fatta smentire dal Vaticano? E la Chiesa cattolica è stata a sua volta così gonza da farsi un simile autogol? A me non sembra. A maggior ragione non mi sembra che sia stato messo in luce l’elemento essenziale su cui si basava l’articolo di Lucetta Scaraffia. Chi va a leggerselo – atto doveroso quanto, con tutta evidenza, raro tra quanti sono stati chiamati a trinciare pareri in merito – riscontra una sequenza di argomentazioni intelligente e interessante. La più stimolante non è affatto di carattere teologico, bensì scientifico: celebrando i quarant’anni di quel benemerito “Rapporto di Harvard” col quale i migliori scienziati di allora definivano la “morte cerebrale” come la soglia da cui l’uomo non torna indietro, si rileva come oggi altri scienziati, usufruendo dei giganteschi progressi scientifici e della connessa esperienza maturata da allora (quarant’anni in medicina sono un’eternità), suggeriscano che quel punto di arrivo ormai non sarebbe più tale. Dati nuovi, in materia, sono suscettibili di portare più avanti la frontiera.
Scaraffia cita in proposito un volume da poco apparso in Italia dall’editore Rubbettino per conto del Consiglio Nazionale delle Ricerche (massima istituzione scientifica, non teologica, d’Italia) col titolo Finis vitae, in cui studiosi vari apportano utili informazioni in proposito. Chi scrive, nel recensire il volume su queste pagine (cfr il Domenicale n.13 del 29 marzo 2008), rilevava come «molti medici e ricercatori ritennero ben presto superati i criteri neurologici adottati dal drappello harvardiano, e sollevarono obiezioni pertinenti. […] Esaminando il comportamento dei medici negli ospedali di tutto il mondo, e ancor più osservando le leggi emanate in materia nei diversi Paesi, si constata che vengono adottati atteggiamenti, procedure, perfino definizioni diverse, al punto che si può dubitare di trovarsi davanti alla medesima realtà biologica. Che cosa s’intende per lesioni cerebrali fatali? Da qualche parte si fa riferimento alle funzioni dell’intero encefalo, altrove invece si va in dettaglio e si prende in esame una sua parte, definita essenziale e insostituibile.
In Gran Bretagna per esempio i medici decidono sulla base del solo tronco encefalico e non impiegano accertamenti strumentali per confermare la valutazione clinica. In Italia, invece, è prescritto che i criteri neurologici siano estesi all’intero encefalo ed è obbligatorio per legge che si esegua l’esame elettroencefalografico. Non mancano poi casi di pazienti che, considerati deceduti sulla scorta delle valutazioni standard, conservano però funzioni vegetative contraddittorie con quelle stesse norme valutative; senza dire di quei casi, rari ma clamorosi, di pazienti che “tornano indietro” e si risvegliano da situazioni di coma definite irreversibili e irrecuperabili».
Dunque la scienza, semmai, starebbe dalla parte di Scaraffia. E forse anche la teologia, dal momento che la Chiesa s’è fin qui fidata della definizione scientifica di “morte cerebrale” per accertare la scomparsa di una singola persona umana (questo, non altro, è la morte).
Ma allora perché?
Se però andiamo a guardare di che tenore sono le critiche “scientifiche” rivolte a Scaraffia, troviamo una costante significativa. Per esempio secondo Ignazio Marino, senatore del Pd e chirurgo dei trapianti, la posizione dell'Osservatore Romano è «molto pericolosa e può mettere a serio rischio il futuro dei trapianti». Anche Carlo Alberto Defanti, il medico che voleva staccare la spina a Eluana Englaro, concorda sull’identità del rischio: «Quello serio, più concreto è quello di bloccare tutta l’attività dei trapianti».
Questo e non altro, in una visione pragmatica, è il punto decisivo. Se i requisiti per definire sicuramente morta una persona si complicano, si allontanano al tempo stesso quelli per definirla “donatrice di organi”. Con immediate complicazioni nella prassi instaurata presso gli ospedali di tutto il mondo.
Il problema è intrinseco alla scienza, ed è stata appunto la scienza a proporlo. La religione entra in scena soltanto per ricordare che finché non si è morti, si è persone e quindi degne di rispetto, non disponibili all’uso altrui per alcuna ragione, nemmeno la più umanitaria. Ai tempi del Rapporto di Harvard, la Chiesa aveva chiesto agli scienziati: avete una certezza su quand’è che un uomo può definirsi “clinicamente morto”? La risposta secondo i progressi scientifici di allora parve soddisfacente, ma lo è meno allo stato attuale della ricerca.
Davvero c’era bisogno di inalberarsi davanti a queste pensose osservazioni? A essere maliziosi si dovrebbe ritenere che gli unici a irritarsene dovrebbero essere coloro ai quali importa poco della “morte della persona”, posto che invece perseguono la disponibilità rapida, diffusa e immediata di organi da utilizzare. E visto che in sé la donazione di organi non è affatto un male – tanto per dire, papa Benedetto XVI si è detto personalmente favorevole a questa pratica (da cardinale era iscritto all’associazione donatori d’organi) –, il vero punto del contendere è proprio la disponibilità, da parte di qualcuno o di molti, a valersi di donatori non morti. Quasi morti, morti fra poco, ma per il momento vivi. Conferme a questa conclusione si trovano nelle dichiarazioni di quanti hanno avversato l’articolo della Scaraffia: proprio Carlo Alberto Defanti, autore di un libro dedicato a questo argomento (Soglie, Bollati Boringhieri, Torino 2008), ammette che la morte cerebrale può essere forse definita un «punto di non ritorno», ma «non coincide con la morte dell’organismo come un tutto (che si verifica solo dopo l’arresto cardiocircolatorio)». Gratta gratta, qualche dubbio viene fuori...
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