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L'11 settembre delle vittime «dimenticate»

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampa11 settembre 2001 Migliaia le persone sopravvissute agli attacchi che ancora ne soffrono le conseguenze fisiche e psicologiche. L’Onu ha dedicato loro un evento nel settimo anniversario delle stragi
di Loretta Bricchi Lee
Tratto da Avvenire del 11 settembre 2008

Oggi, alle 8.46 precise, sulla città di New York cadrà il silen­zio. Come per i precedenti anniversari, anche la setti­ma commemorazione dell’11 settembre prenderà il via segnando l’ora esatta in cui il primo aereo colpì la torre nord del World trade center dando inizio al peg­giore attacco terroristico sul suolo americano.

Le fami­glie delle vittime scende­ranno nella fossa di Ground zero e l’intera America si fer­merà a pregare quando gli altri tre momenti cruciali dell’11 settembre 2001 ver- ranno ricordati da un tocco solenne di campana, men­tre i nomi dei tremila morti verranno letti ad alta voce.

Il mondo non vuole dimen­ticare e identificando uno ad uno chi vi ha perso la vita si attribuisce una portata an­cora più ampia a quella tra­gica mattina. Le comme­morazioni, però, ignoreran­no ancora una volta le «vit­time invisibili» dell’11 set­tembre, tutti coloro che so­no usciti vivi dalle fiamme delle Torri gemelle, ma che continuano a portare con sé i segni di quell’esperienza. Il numero complessivo di chi è rimasto psicologica­mente colpito dagli eventi, sebbene incalcolabile, è e­norme, ma anche il bilancio di chi ha riportato ferite fisi­che – stimato in 2. 680 –- è prossimo a quello dei cadu­ti. È composto soprattutto da vigili del fuoco, alcuni di­rettamente colpiti dai detri­ti del World trade center e per la maggior parte stron­cati dalle malattie respirato­rie contratte in seguito al crollo di tali edifici.

Ci sono però almeno tre dozzine di persone la cui vi­ta è stata drammaticamen­te cambiata dagli attacchi terroristici e che – anche a sette anni di distanza – han­no difficoltà a considerarsi «fortunati». Sono persone quali Lauren Manning, che quell’11 settembre ha ripor­tato ustioni sull’80% del cor­po e che ancora oggi non può condurre una vita nor­male per il rischio di infe­zioni al delicato innesto e­piteliare, o Elaine Duch che, oltre alle limitazioni dovute alle cicatrici visibili, deve fa­re i conti con le pesanti ri­percussioni psicologiche che l’hanno portata a ta­gliare i legami con tutti co­loro che la conoscevano pri­ma della tragedia. Sono al­cuni dei sopravvissuti ai quali le Nazioni Unite han­no dedicato martedì scorso un simposio, perché anche queste «vittime» del terrori­smo non vengano dimenti­cate.

Un evento che secondo il vi­ce segretario generale Onu e capo della task force per l’antiterrorismo, Robert Orr, ha dato l’opportunità di mettere un volto umano al­la sofferenza dei sopravvis­suti e delle loro famiglie, spostando l’attenzione dai terroristi a chi viene colpito dai loro attacchi. «È per il be­ne dell’umanità che dob­biamo creare un foro globa­le per la voce delle vittime», ha dichiarato infatti il segre­tario generale Ban Ki-moon, concludendo che sono pro­prio le storie di come il ter­rorismo ha avuto un impat­to sulle loro vite a rappre­sentare «le ragioni più forti per cui il terrorismo non può essere mai giustificato».




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