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Riflessioni sulla morte cerebrale, aspettando il testamento biologico

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampadi Luisella Battaglia
Tratto da L'Occidentale il 9 settembre 2008

La morte cerebrale è vera morte? A 40 anni dal famoso rapporto di Harvard che nel 1968 ha cambiato la definizione di morte, basata non più sull’arresto cardiocircolatorio ma sull’encefalogramma piatto, aprendo così la strada al trapianto di organi, la storica Lucetta Scarraffia solleva la questione, richiamandosi al saggio del filosofo Paolo Becchi Morte cerebrale e trapianto di organi, ed. Morcelliana, che ha rappresentato un punto di svolta nel dibattito in merito.

La definizione di morte dovrebbe essere rivista alla luce delle innovazioni tecnologiche che hanno interessato il mondo della medicina e, in particolare, dalle nuove ricerche “che mettono in dubbio proprio il fatto che la morte del cervello provochi la disintegrazione del corpo”. Oltre ad avanzare il sospetto che forte sia stata la motivazione della necessità di reperire organi da trapiantare, si evidenziano i nuovi problemi che si aprirebbero per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelevo degli organi da pazienti cerebralmente morti si reggerebbe soltanto sulla “presunta certezza scientifica che essi siano effettivamente cadaveri”.

La questione, come era facile prevedere, ha suscitato vivacissime reazioni, specie da parte del mondo medico e scientifico i cui esponenti hanno generalmente ribadito la validità del criterio e, insieme, hanno espresso il timore delle ripercussioni negative che tale discussione potrebbe avere sul futuro dei trapianti. Il discorso è certo estremamente delicato e possiede un indubbio rilievo teorico ma, proprio per questo, ci si può chiedere se la forma duramente polemica scelta dalla Scaraffia sia la più appropriata per avviare un dibattito complesso che, anziché suscitare panico e allarmismi, dovrebbe sollecitare una riflessione razionale. Dato il forte impatto emotivo della questione, ancora una volta siamo di fronte ad una polarizzazione ideologica che rischia di riproporre, sia pure in forma nuova, il vecchio dibattito sui trapianti e sulla loro legittimità negli schieramenti ben noti che ripropongono i ‘favorevoli’ – legati ad un’etica altruistica della donazione e ad una visione non feticistica del corpo - e i ‘contrari’ – avversari della modernità e sostenitori della sacralità della vita nei suoi termini più crudamente biologici. Potrebbe essere invece un’importante occasione di riflessione su un problema che riguarda non solo medici, giuristi, filosofi, ma tutti noi cittadini in termini di libertà, a condizione, beninteso, di rinunciare alla logica del cui prodest? che avvelena tanti dibattiti bioetici in cui la fedeltà agli schieramenti prevale troppo spesso sulla libera discussione. Chi sostiene – come io sostengo – la cultura della donazione non dovrebbe trincerarsi nella assoluta difesa di criteri che sono suscettibili – come ogni criterio scientifico - di revisioni critiche. Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti, ha dichiarato, ad esempio, che non sono mai stati messi in discussione in 40 anni dalla comunità scientifica e che i dubbi sono avanzati solo da parte di frange minoritarie. In realtà, i criteri sono stati oggetto di discussione e devono continuare ad esserlo : in ambito scientifico nulla può considerarsi definitivo né vi è alcuna presunzione di infallibilità. Ciò non deve in alcun modo spaventarci perché è il modo in cui la scienza procede, come Karl Popper ci ha insegnato. Il fatto poi che i dubbi siano avanzati da frange minoritarie non ha alcuna rilevanza dal punto di vista della validità delle tesi sostenute. Già J. S. Mill metteva in guardia dalla tirannia della maggioranza, dall’unanimismo che blocca il pensiero e addormenta le menti. Ha rilievo la maggioranza, sotto il profilo sociologico e politico ma non sotto quello etico e valutativo: il valore degli argomenti non si misura dal numero delle persone che vi aderiscono. Ignazio Marino, a sua volta, ha parlato di ‘posizione molto pericolosa’ e di ‘atto irresponsabile’ a causa dei riflessi, sul piano pratico, che tale dibattito può avere. Conosciamo bene le difficoltà che hanno incontrato nel nostro paese l’affermazione e la diffusione di una cltura della donazione, dato il clima diffuso di sospetto nei confronti del mondo scientifico e della classe medica. E tuttavia definire pericolosa una tesi non dice nulla, ancora una volta, sulla sua validità: ci dice qualcosa solo sugli effetti che può produrre.

Giungiamo così al punto essenziale: quello dell’accertamento della morte è un problema di tipo scientifico mentre la scelta della donazione è una questione etica. I due aspetti sono indubbiamente connessi: è chiaro che l’individuazione del criterio di morte è fondamentale per autorizzare l’espianto degli organi ma nulla ci può dire circa la doverosità di tale gesto. Ancora una volta, l’accertamento della morte è conoscenza di un fatto, non indicazione di un dovere. La scienza ci fornisce informazioni sulla cui base elaborare consapevolmente—e si spera responsabilmente—delle scelte ma non può, in alcun modo, determinarle e ancor più farle al posto nostro. Per riprendere una classica immagine, è come una bussola che indica dov’è il nord ma che non impone di andarci.

Personalmente ritengo che il criterio di morte cerebrale sia un criterio scientificamente valido ed eticamente sostenibile ma non pretendo che sia così per tutti, anzi, ritengo che ciascuno abbia il diritto di dissentire e di avanzare dubbi. Si apra dunque il dibattito, a partire proprio da quella legge ben poco liberale del “silenzio/assenso informato”, in base alla quale veniamo considerati tutti potenziali donatori sulla base dell’assunto che “chi tace acconsente”. Ma siamo davvero sicuri che il ‘silente’ sia anche ‘consenziente’? Propendo a credere che sia dubbioso e vorrei che tale situazione di dubbio fosse rispettata. Penso, in altri termini, che l’assenso al trapianto dovrebbe essere formulato in modo diretto e esplicito e che, perché il consenso sia effettivamente “informato”, ciascuno dovrebbe avere le informazioni più esaurienti sulle modalità e i criteri che lo regolamentano.

Ma soprattutto la discussione che si è avviata dovrebbe, per coerenza, aprirsi – e non chiudersi, come qualcuno teme - sul testamento biologico: le “dichiarazioni anticipate di trattamento” rappresentano infatti una manifestazione della nostra libertà, esprimendo anche le ultime volontà relative alla donazione o meno degli organi, alla destinazione eventuale del nostro corpo alla ricerca scientifica, alle modalità di inumazione, etc. Un modo, infine, per parlare in nome non solo di quel ‘corpo che abbiamo’ ma di quel ‘corpo che siamo’.

*Luisella Battaglia è Membro del Comitato Nazionale per la Bioetica. Professore ordinario di Bioetica, Università di Genova


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