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«Non trasformiamo la scienza in religione»

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaIl filosofo Giovanni Reale: «È un errore diffuso e contagia anche molti credenti. Ma la fede non può essere rinchiusa in categorie limitate, inscatolata come le sardine»
Tratto da Il Giornale del 5 settembre 2008

«L’errore è trasformare la sacralità della vita nella sacralità della tecnica». È quello che il filosofo Giovanni Reale chiama «scientismo»: «Un errore diffuso, che contagia molti. Credenti e non». E che porta a confondere le categorie.

È così che possiamo interpretare la polemica di questi giorni?
«L’articolo sull’Osservatore romano esprime posizioni equilibrate, e utilizza categorie scientifiche. Ma quando si parla di vita e di morte le categorie scientifiche devono essere trascese. Nell’enciclica Fides et ratio Giovanni Paolo II ha detto: la fede non può essere trattata con categorie filosofiche e culturali, perché è metaculturale».

E le categorie scientifiche?
«Sono molto limitate. La fede non può essere rinchiusa nelle definizioni della scienza. Il concetto di “scienze particolari” è una scoperta di Aristotele. Lui, che era un grande scienziato dei suoi tempi, e anche l’autore della Metafisica, diceva che le altre scienze sono “del particolare”. E le loro categorie valgono per il particolare: se le usiamo per inscatolare concetti più ampi, cadiamo nell’errore».

Che tipo di errore?
«C’è un male diffuso: la tendenza a trasformare la sacralità della vita nella sacralità della tecnica. Che ormai è considerata come il Dio che ti dice: “Alzati e cammina”».

L’autrice dell’articolo è credente.
«È un male che contagia molti, credenti e non. Il magistero della chiesa ha preso una posizione molto saggia, ha detto: è un’idea interessante. Ma è solo un’idea».

Porre il problema però ha senso?
«Ben vengano i dubbi. Quando li solleva un cattolico, poi, succede il finimondo. Ed è giusto che gli scienziati ripensino le loro teorie. Ma la chiesa deve stare attenta a prendere la scienza come modello».

Secondo l’autrice, il concetto di morte cerebrale identifica la persona con le sole attività cerebrali e, quindi, è in contraddizione con il concetto di persona. È vero?
«Il concetto di persona è molto più alto delle categorie di cuore o cervello. Nasce con il cristianesimo, non esiste neanche nell’antica Grecia. Platone dice: il centro è il mondo, tu uomo sei un elemento; il cristianesimo dice il contrario: tu, uomo, sei il centro. Per il cristianesimo Dio si è fatto vero uomo. Come possiamo chiudere questi concetti sublimi in scatole di sardine?».

Allora il legame con il concetto di persona non è lecito?
«La persona è una creazione spirituale. Il problema, quando si parla di persona, vita e morte, è che ormai questi concetti sono logori. Oggi il concetto di vita fa della vita qualcosa di assoluto, perché non esiste più il senso della morte, che è nascosta in tutti i modi».

Un criterio serve. Ci affidiamo solo alla scienza?
«Il criterio dev’essere empirico, ma con certi limiti. Popper è stato chiaro: un’idea è scientifica se è falsificabile. La scienza dice del particolare, non è verità assoluta. Altrimenti è scientismo: è la trasformazione della scienza in religione».

Altri rischi?
«La tecnica oggi riesce a salvare anche chi, una volta, sarebbe stato considerato già morto. Però attenti: in molti casi è solo rinviata la scadenza. Perché oggi non siamo più abituati a dire: “È venuta la mia ora” e ad accettarlo».

Anche se si parla in difesa della vita?
«La tecnologia e la medicina hanno scombussolato parametri e criteri. Ma, spesso, si prolunga la vita, non la sua qualità. Si intende la vita in senso biologico, non la Vita, quella di “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. Ma, per un cristiano, è quella, la Vita».




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