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*Il Pci, l’Urss e la storiografia italiana: cronaca di un maquillage

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaCiviltà )( Barbarie Qualche storico, tuttora reverente verso Botteghe Oscure, riparla dei comunisti italiani come “eccezionali” e quindi estranei al disastro universale capeggiato da Mosca. Ma i documenti raccontano tutta un’altra storia. Al Meeting di Rimini, presente il ministro dei Beni culturali, si presenta in anteprima un libro che la fa finita coi luoghi comuni
di Ugo Finetti
Tratto da il Domenicale del 23 agosto 2008

Si è assistito in questi anni a una “riabilitazione” storica di Togliatti, secondo affermazioni e interpretazioni prive di qualsiasi fondamento e riscontro documentale. Si è arrivati cioè ad applicare la distinzione di Silvio Pons e Robert Service [Dizionario del comunismo, Einaudi, Torino 2006, ndr] tra comunisti al potere e comunisti all’opposizione alla singola persona di Togliatti, distinguendo tra il Togliatti “al potere” a Mosca e il Togliatti “all’opposizione” dopo il rientro in Italia: ovvero teorizzando il “Togliatti italiano”.

In questo filone di “storiografia inventiva” si inserisce la tesi di Togliatti “ispiratore” di Stalin per la “svolta di Salerno” che è stata diffusa senza la minima attendibilità, dato che – come risulta dalle annotazioni del suo diretto superiore a Mosca, Georgi Dimitrov, segretario generale dell’Internazionale comunista – dal luglio 1941 il “Migliore” era stato emarginato dal vertice degli esuli a Mosca («Siamo rimasti d’accordo di utilizzare Ercoli – cioè Togliatti, ndr – per il momento soltanto nel settore della radio e di altra propaganda, ma di non renderlo partecipe di questioni strettamente segrete»). Inoltre, sicuramente dalla caduta di Mussolini nel luglio 1943, Togliatti non riuscì mai ad avvicinare Stalin e inutilmente aveva continuato per mesi a chiedere di rientrare in Italia con lettere a cui a volte Dimitrov nemmeno rispondeva, e con promemoria sulla politica italiana in cui sosteneva fino alla vigilia della partenza ai primi del marzo 1944 l’esatto opposto della “svolta di Salerno” e cioè il mantenimento della pregiudiziale contro il re e Badoglio.

«Gramsci amico mio»
Ugualmente appare mera fiction la tesi di una riappacificazione tra Togliatti a Mosca e Gramsci in carcere, inventando un “codice segreto” concordato tra i due alla cui luce rileggere quanto scritto da Gramsci a commento del X canto dell’Inferno come sostenuto dal presidente della Fondazione “Istituto Gramsci”, Giuseppe Vacca, in Gramsci tra Mussolini e Stalin (2007). Se ciò fosse vero, perché Togliatti non lo avrebbe rivelato nel dopoguerra? E perché nessuno storico del Pci e di Togliatti – da Ernesto Ragionieri a Paolo Spriano – lo ha mai sospettato in tutti questi decenni? Dagli archivi sovietici emerge infatti il contrario, e cioè che nella caduta in disgrazia di Togliatti gli attacchi degli spagnoli – il segretario del Pc José Ramos Diaz e la “Pasionaria” Dolores Gomez Ibárruri («Diaz esprime sfiducia politica in Ercoli. Anche Dolores sente in lui qualcosa di estraneo, di non nostro») – si intrecciano con le accuse della famiglia Gramsci (la moglie Julia e la cognata Tatiana Schucht, che lo aveva assistito in Italia durante la prigionia) nell’attribuire a Togliatti una condotta sospetta: «Gramsci», scrive lo stesso Pons riassumendo la testimonianza delle sorelle Schucht contro Togliatti, «era giunto a pensare di essere stato tradito». Ma ormai in Italia qualsiasi invenzione a favore di Togliatti trova un qualche imprimatur nella “comunità scientifica”.

L’“otto settembre” del comunismo italiano si è pertanto alla fine risolto in una sorta di “pre-venticinque luglio”, e cioè di ritorno in sella di Togliatti. Ad Andreucci si rispose che quel testo era un falso, ad Aga-Rossi e a Zaslavsky che era stato Togliatti ad aver preceduto e ispirato il dittatore georgiano e ad Argentieri addirittura ignorando il documento. In effetti, nella storiografia italiana sul Pci è stato dominante il fatto che le “rivelazioni” siano state ritenute credibili a livello di “comunità scientifica” solo quando saranno certificate dal vertice delle Botteghe Oscure. Basti pensare al “caso” della lettera del 26 ottobre 1926 di Gramsci a Togliatti, in cui gli si contesta l’essersi schierato con Stalin, che è diventata autentica solo quando fu fatta pubblicare nel 1964 sul settimanale del Pci, Rinascita, dallo stesso Togliatti. Il segretario del Pci la rese pubblica dopo le polemiche interne sul rilancio della destalinizzazione in seguito al XXII Congresso, con l’obiettivo di rivendicare la propria storica ortodossia filosovietica nel momento in cui era critico verso Kruscev e per ricordare, a quel punto ormai terminale della sua vita, che egli era stato il vero “fondatore” del Pci del Komintern e non Gramsci. Quella lettera di Gramsci, in verità, era nota da decenni in quanto era stata già pubblicata da Angelo Tasca nel 1938, ma fu sempre ritenuta un falso. Anche chi nel 1953 redasse una storia critica del Pci, come Giorgio Galli e Fulvio Bellini (espulso dal Pci nel gennaio 1950), la ignorò.

Si è così prodotta una sostanziale mancata resa dei conti con la storia del comunismo che è testimoniata dallo stesso vasto panorama, unico al mondo, del postcomunismo italiano. [... ]

Italiani “eccezionali”
Per contrastare la tesi “unitaria” (che inserisce il Pci in modo organico nel “mondo comunista”) si teorizza una “eccezionalità” del caso italiano usando e isolando le indubbie specificità e capacità del comunismo italiano. Ma una corretta valutazione della storia dei rapporti del Pci da un lato con il “movimento operaio internazionale” e, dall’altro, con la realtà italiana dovrebbe misurarsi con due elementi di fondo che caratterizzano la vicenda storica del comunismo italiano. In primo luogo, bisognerebbe tener presente che se fosse dipeso dal Pci di Togliatti – anche nel segno del “partito nuovo” – l’Italia sarebbe stata trasformata in una “democrazia popolare” con un destino non sostanzialmente dissimile dagli altri “Stati satelliti”. Proprio uno dei principali dirigenti del Pci, Giancarlo Pajetta, che ha fatto parte della Direzione nazionale dal 1945 al 1986, meditando, verso il termine della sua vita, sulle rivelazioni di Kruscev riguardanti i gruppi dirigenti dei Paesi in cui il comunismo era andato al potere – e soprattutto sulla tragedia provocata dai governanti stalinisti ungheresi – ha osservato: «Non so che cosa sarebbe accaduto anche a noi se, alla caduta di Badoglio, fossimo stati portati subito ad assumere tutto il potere. Anche noi venivamo dal carcere, dal confino, dall’esilio... Da molto tempo ormai non avevamo un contatto con il Paese e la sua vita. Forse in questo eravamo anche noi simili al gruppo dirigente ungherese».

In secondo luogo, la tesi della “eccezionalità” del caso del comunismo italiano discende anche dalla “eccezionalità” del caso del socialismo italiano, in quanto il Psi fu l’unico partito socialista in Europa occidentale ad affiancare i comunisti provocando la scissione socialdemocratica e il proprio ridimensionamento elettorale, perdendo così il primato nella sinistra italiana e venendo espulso dall’Internazionale socialista. La “grande” capacità di influenza, di tessitura di rapporti e di penetrazione del Pci togliattiano va inquadrata nella opportunità offerta dal non essere stato isolato nel contrastare il capitalismo e l’“imperialismo”, ma di essersi avvalso di una rete organizzata che grazie all’appoggio del Psi di Nenni consentì a Togliatti di avere la guida di organismi sindacali, associazioni di categorie (soprattutto dell’insegnamento e della cultura) e amministrazioni locali in cui i comunisti erano il perno di uno schieramento che andava ben oltre il proprio partito.

Può quindi essere condivisa la tesi secondo cui lo studio sul Pci dovrebbe cristallizzarsi – come affermato da Giuseppe Vacca – intorno a due polarità: chi sostiene che il Pci sia stato eterodiretto da Mosca e chi lo considera con vita autonoma in Italia? Come dire: i primi sono gli studiosi seri, i secondi sono invece quelli che non sono capaci di distinguere tra il Togliatti a Mosca sotto Stalin e il Togliatti che guida un’opposizione popolare e parlamentare. Ma è davvero così? Da vent’anni, dal convegno su “L’evoluzione del comunismo nell’Europa occidentale” a Parigi nel 1987, Stéphane Courtois propone di studiare i Pc all’opposizione considerandoli secondo una duplice dimensione: teléologique e sociétaire, ossia vedendo come il “progetto comunista” si sia radicato in uno specifico “contesto sociale” incontrando e interpretando problemi locali e soggetti diversi.

Strutture mentali
Un processo quindi di integrazione nazionale e regionale con alterna fortuna e, dunque, tra maggiore o minore capacità di aderire alle realtà locali, dando vita a insediamenti o “ecosistemi” a macchia di leopardo. Emerge come tratto distintivo una politica di penetrazione e di organizzazione che si svolge come “cultura del conflitto”, secondo quelle che Robert Conquest ha definito «strutture mentali intrinsecamente aggressive». Ma separare e contrapporre eterodirezione e autonomia nella vita concreta del comunismo italiano è impresa ardua, e il cui esito può essere una storia censurata o comunque distorta. Nell’eterodirezione si va dai fondi sovietici alle manifestazioni pacifiste, dall’apparato clandestino agli scioperi generali. Tutto burattini e burattinai in questo insieme di generazioni di “rivoluzionari di professione”, che si consideravano avanguardia del proletariato nel guidare la lotta contro il capitalismo nazionale e l’imperialismo internazionale? È quindi necessario comprendere in che misura il Pci abbia influenzato la vita nazionale e al tempo stesso ne sia stato condizionato e permeato, ma amando mantenere una irriducibile distanza critica, rivendicando una propria alterità che successivamente Berlinguer avrebbe definito «diversità» (prima in nome del leninismo e poi della “questione morale”). Il Pci ha voluto essere ed è stato “un mondo a parte” in Italia, radunando una comunità di persone che, in nome del proprio ideale di giustizia sociale, ha scelto di sacrificare parzialmente la propria libertà personale accettando di vivere sotto il regime del “centralismo democratico”, prefigurazione antropologica della società socialista che intendevano edificare in Italia.




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