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Riccardo Paradisi
Il mistero di Ustica/1 Dopo l’assoluzione dello Stato maggiore dell’aeronautica militare cade un altro teorema sulla strage
Il mistero di Ustica/2 Tutte le ipotesi e i teoremi trovano pezze d’appoggio e giustificazione. Diventano chiese e partiti
Il mistero di Ustica/3 Un’inchiesta di Claudio Gatti, a metà degli anni ‘90, attribuisce a Tel Aviv la strage del 27 giugno
Il mistero di Ustica/4 Il perito nelle indagini sul disastro Frank Taylor scarta l’ipotesi del missile. E parla di un ordigno
Il mistero di Ustica/5 I massacri del 27 giugno e del 2 agosto del 1980 furono preceduti da minacce di attentati
Tratto da

del 20,21,22,23,24 dicembre 2005
Il mistero di Ustica/1 Dopo l’assoluzione dello Stato maggiore dell’aeronautica militare cade un altro teorema sulla strage
Una ragnatela di ipotesi. Nessuna verità
La tesi del cedimento strutturale, il depistaggio sui neofascisti, la pista francese, i servizi segreti
Ustica capitolo chiuso? Chiuso e archiviato ormai, almeno stando alla generale indifferenza con cui si è appresa la sentenza pronunciata dalla Prima Corte d’Assise d’Appello di Roma che ha mandato assolti, dall’accusa di alto tradimento e depistaggio, l’ex Capo di Stato maggiore dell’aeronautica Lamberto Bartolucci e il suoi vice Franco Ferri.
Poche reazioni, nessuna riapertura di inchieste giornalistiche, un senso di resa generale di fronte al dato agghiacciante che per quel massacro aereo di 25 anni fa – dove perirono 81 persone – non sia stato individuato un solo colpevole, un solo responsabile, un solo mandante. Ustica resta un mistero. Un mistero intorno a cui ruotano ancora solo ipotesi. Alcune improbabili, altre verosimili, altre ancora dolose e delittuose quasi quanto la strage avvenuta sul cielo di Ustica nel giugno del 1980. La più consolatoria di queste ipotesi, e la più improbabile (è stata tra le prime a circolare) è quella dell’incidente.
Secondo questa tesi il Dc 9 Itavia in volo da Bologna a Palermo alle 20,59 del 27 giugno sarebbe precipitato in mare in seguito a un cedimento strutturale. È la stessa tesi che pochi giorni dopo la tragedia il ministro della difesa Lelio Lagorio riferisce al senato fornendo semplicemente la versione ufficiale delle autorità aeronautiche che sostengono l’ipotesi del cedimento strutturale per difetti del velivolo.
L’ipotesi prende consistenza anche sulla spinta delle dichiarazioni rilasciate alla stampa nazionale da alcuni piloti che ricordano di avere criticato i metodi di manutenzione dell’ Itavia per i suoi aerei. il risultato è che il 3 luglio viene presentata una mozione sottoscritta da tutti i gruppi parlamentari, (con la sola esclusione del Msi Dn) in cui si chiede la revoca delle concessioni alla società aerea. Che nel dicembre del 1980 entra in stato fallimentare e che vede il suo presidente addirittura indiziato del reato di diffusione di notizie false e tendenziose per aver dichiarato che il Dc9 era precipitato colpito da un missile. La tesi del cedimento strutturale resta in piedi tre anni fino a quando non perde di rilevanza di fronte a quella ben più credibile di un'esplosione. Solo che senza l’esame e la perizia del relitto non è possibile chiarire se il Dc9 sia precipitato per un’incidente, un esplosione o una collisione con un missile. Le operazioni di recupero del Dc9 cominciano nel giugno del 1987. Viene recuperato il 70 per cento del Dc9 Itavia i cui resti, ricostruiti, vengono concentrati in un hangar di Capodichino
Nel marzo dell’89 i periti della Commissione Blasi che hanno analizzato i resti dell’aereo seppelliscono definitivamente l’ipotesi già screditata del cedimento strutturale, e concludono che il Dc9 è stato abbattuto da un missile. Nel maggio del 1990 però due dei componenti la Commissione propongono l’ipotesi della bomba. Una certezza – e resterà l’unica – almeno adesso esiste: il Dc9 non è venuto giù da solo, lo ha abbattuto un missile o l’esplosione in volo di un ordigno piazzato a bordo.Ma è solo l’inizio di una nuova e più insidiosa girandola di ipotesi, allusioni, depistaggi, tesi viziate, abbagli, verità ideologiche a priori, ricostruzioni letterarie o cinematografiche.
Già all’indomani della tragedia del resto, alle 15,00 del 28 giugno 1980, era giunta alla redazione romana del Corriere della Sera una telefonata di sedicenti elementi dei Nar che spiegava la strage di ustica come un incidente capitato a Marco Affatigato – un esponente dell’organizzazione terroristica neofascista – rimasto vittima dell’esplosione di una bomba che portava con sé e che avrebbe dovuto utilizzare per un attentato da mettere a segno a Palermo.
La telefonata si rivelò immediatamente come un falso, anche perché Affatigato si affrettò a rassicurare i parenti di essere vivo e vegeto e di non essere mai stato imbarcato, ovviamente, su quell’aereo.
Latitante in Francia e confidente del servizio segreto francese oltre che bersaglio mobile dei suoi ex camerati che lo considerano un infame Marco Affatigato secondo certi ambienti sarebbe stato la testa di turco dei servizi francesi interessati ad accreditare l’ipotesi della bomba a bordo. Motivo? Secondo i sostenitori della “pista francese” – tra cui, il più accanito, Luigi Cipriani, deputato di Dp componente la commissione stragi all’epoca dei fatti – i servizi d’oltralpe dovevano cancellare l’idea che a colpire il Dc9 Itavia fosse stato un missile lanciato dalle portaerei francesi Foch e Clemenceau che stavano facendo esercitazioni con un aereo bersaglio. Tesi che pochi giorni dopo la strage accreditava anche il quotidiano inglese Evening Standard.
Il mistero di Ustica/2 Tutte le ipotesi e i teoremi trovano pezze d’appoggio e giustificazione. Diventano chiese e partiti
Intrigo internazionale sul Mediterraneo
Le smentite francesi e quelle americane. Il Mig precipitato sulla Sila e lo zampino del Kgb
Pochi giorni dopo la strage di Ustica, del 27 giugno 1980 il giornale inglese Evening Standard accredita la tesi che a colpire il Dc9 Itavia con 81 persone a bordo era stato un missile lanciato dalla portaerei francese Clemenceau che stava facendo delle esercitazioni in mare con un aereo bersaglio. Un missile lanciato dalla portaerei sarebbe entrato in sintonia col segnale emesso dal Dc9 e l’avrebbe abbattuto.
I francesi però smentiscono tutto e sostengono che la portaerei Clemenceau era rientrata in porto la mattina del 27 giugno. Nell’ottobre del 1986 Dany Aperio Bella sul Messaggero rilancia questa ipotesi salvo poi ritrattarla alcuni giorni dopo sullo stesso giornale. Dove stavolta accredita la tesi secondo cui a buttare giù per errore il Dc9 sarebbe stato in realtà un caccia dell’aviazione di Gheddafi che stava inseguendo un Mig libico pilotato da un pilota traditore che tentava di riparare in Europa.
Dove volano i Mig
Questa versione si rivelerà presto un depistaggio ma si puntella col fatto che sui monti della Sila, nel luglio, 1980 viene ritrovato un Mig libico con il cadavere del pilota. Il problema però è che il Mig – per avvalorare questa tesi – dovrebbe essere precipitato la sera del 27 giugno, insieme al Dc9 dell’Itavia, mentre l’aereo è precipitato il 18 luglio: cioè circa due settimane dopo. A complicare tutto però entrano in scena i periti medici che eseguono l’autopsia sul cadavere del pilota. Questi, in un primo tempo, dichiarano che la morte dell’aviatore risale a pochi giorni prima il ritrovamento del Mig, versione che corrisponde a quella dell'Aeronautica e dei carabinieri. Poi invece, in un secondo momento, dicono di avere avuto un ripensamento e che la morte del pilota libico poteva certamente risalire al 27 giugno, la sera della strage di Ustica.
Vale la pena soffermarsi su questo episodio che riveste un ruolo fondamentale all’interno del complicato rompicapo di Ustica. Infatti sull’atteggiamento dei due periti si sono sovrapposte interpretazioni contrastanti da parte di ambienti ugualmente tesi ad accreditare la tesi del missile e della responsabilità di ambienti della Nato nella tragedia del 27 giugno.Gli sherpa della pista francese sostengono infatti che il ripensamento dei due medici – (i quali dichiararono di averlo notificato al magistrato che a sua volta smentisce categoricamente) «fu suggerito dal Sismi per accreditare un nuovo depistaggio, cosa di cui si è avuta conferma durante la loro audizione in Commissione stragi dove il depistaggio è apparso chiaro: non a caso sotto l’incalzare dei medici esperti della Commissione stessa i due sono caduti in contraddizioni evidenti.
Il muro di gomma
Gli assertori invece della pista americana – quelli per cui il Dc9 sarebbe stato abbattuto da aerei Nato che davano la caccia a un Mig libico – sostengono che i periti medici che hanno fatto l’autopsia del cadavere del pilota del Mig avrebbero mentito nella prima versione dei fatti, sotto la pressione delle autorità interessate a mantenere distinto il mig libico caduto sui monti della Sila dalla presunta battaglia aerea che si sarebbe consumata nel cielo di Ustica la sera del 27 giugno.
Secondo questa versione, di cui il film
Il muro di gomma di Marco Risi si è fatto il più popolare interprete, i periti avrebbero detto la verità affermando che la morte del pilota del Mig risaliva a circa venti giorni prima il ritrovamento del relitto. Un quadro che si complica sempre di più e che rende a ogni passo più intricato il ginepraio che nasconde la verità su Ustica. Da parte sua anche il colonnello Gheddafi ha contribuito non poco a confondere le acque, dichiarando che l’obiettivo da colpire la sera del 27 giugno non era il Dc9 ma lui stesso. Insomma chi tirò giù il Dc9 stava dando la caccia a un aereo libico dove si sospettava stesse viaggiando lo stesso colonnello. Gheddafi però non specifica se l’aereo trovato sui monti della Sila era il bersaglio cui l’aviazione Nato dava la caccia. Il dittatore libico non ha mai chiarito questo punto, forse ritenendo più utile lasciare nella più generale indeterminazione uno scenario sempre più confuso e incomprensibile.
Resta però da capire perché, secondo certi sherpa della pista Nato e più in particolare della pista francese, il Sismi avrebbe avuto interesse a tirare in ballo i libici.
La risposta sarebbe che avendo il Sismi ormai la certezza che i periti avrebbero definitivamente confermato l’ipotesi del missile dopo il recupero del relitto (siamo nell’aprile del 1987) il depistaggio avrebbe consentito di gestire la nuova verità scaricandone nella responsabilità su Gheddafi. Nel marzo del ‘93 intanto, dopo che i periti della commissione Blasi si sono divisi sulla versione del missile e quella della bomba, al meccano mostruoso di teorie e teoremi su Ustica se ne aggiunge un altro.
La pista americana del Kgb
Un elemento che dentro il partito del missile va a confortare la tesi di chi sostiene siano stati gli americani a colpire per errore il Dc9 Itavia. Alexj Pavlov, un ex colonnello del Kgb, rivela addirittura al Tg1 che il Dc9 è stato abbattuto da missili americani e che i sovietici avrebbero visto tutto da una base militare supersegreta nascosta nei pressi di Tripoli.
Il colonnello sovietico aggiunge di essere sicuro si fosse trattato di un’incidente e che il missile aria aria americano era sfuggito al controllo. I dubbi su questa versione però sono immediati, anche perché è difficile credere a un super-radar che da Tripoli inquadra un missile a 800 kilometri di distanza. Da parte loro gli americani dichiarano una totale estraneità ai fatti: la Saratoga dicono – la portaerei Usa in stanza nel Tirreno – il 27 giugno del 1980 era in rada nel golfo di Napoli. Nessun aereo militare da combattimento americano era in volo quella notte. Nessun aereo americano ha abbattuto il Dc9.
Il mistero di Ustica/3 Un’inchiesta di Claudio Gatti, a metà degli anni ‘90, attribuisce a Tel Aviv la strage del 27 giugno
Dalla pista americana a quella israeliana
Dopo le informative del Kgb sugli americani, spunta dopo tredici anni la stella di David
Prima di Alexy Pavlov – l’ex agente del Kgb che nel marzo del 1993 accusa gli Stati Uniti di essere i responsabili dell’abbattimento del Dc9 Itavia – c’era stato un altro ex agente sovietico, Anatolij Ivanov, stavolta del G.r.u. (l’intelligence militare dell’Urss) che aveva sostenuto la stessa tesi. Nel gennaio del 1993 Ivanov, che nell’80, anno della strage di Ustica, si occupa per il Cremlino di problemi italiani, concede al Gr1 un’intervista clamorosa, dove tra le altre cose dichiara testualmente: «Il Dc9 Itavia è stato abbattuto con un missile da un aereo della marina militare Usa. Si è trattato di un incidente, di un infortunio avvenuto durante una manovra di fuoco. Come è accaduto nella Corea del Sud dove i sovietici avevano abbattuto con un missile un Boeing 747». Insomma russi e americani erano sullo stesso piano.
A richiesta di informazioni più precise però, sulla presenza in mare cioè della portaerei Usa Saratoga la sera del 27 giugno Ivanov dice che non è in grado di fornire una risposta, né di confermare la presenza della Saratoga, che gli americani dicono essere rimasta in rada a Napoli. Per inquadrare però meglio la presenza delle rivelazioni sovietiche in merito alla strage di Ustica vanno aggiunti degli elementi che possono contribuire a una più chiara visione del quadro. Il primo è che l’Urss aveva creato un gruppo di lavoro sulla strage di Ustica composto di 14 elementi militari, 12 dei quali morti in circostanze strane o palesemente assassinati negli anni successivi. Il secondo è che nel 1982 fu diffuso un manuale riservato per i piloti della Us Navy nel Mediterraneo intitolato «Nuove regole di comportamento dopo l’abbattimento del Dc9».
La Cia denunciò immediatamente il documento come un grottesco falso strumentale alla strategia di disinformatija che l’Urss in quegli anni dispiegava sull’Europa in funzione antiamericana.
La pista israeliana
Tra le rivelazioni clamorose su Ustica a metà degli anni Novanta ce n’è un’altra che mette in piedi un nuovo scenario. Ad abbattere il Dc9 Itavia in volo tra Bologna e Palermo sarebbero stati – secondo questa nuova e clamorosa ipotesi – gli israeliani. Lo sostiene il corrispondente da New York dell’Europeo Claudio Gatti che attribuisce addirittura a Itzhak Begin – nel 1980 primo ministro israeliano – la responsabilità della morte delle 81 persone del Dc9 Itavia abbattuto il 27 giugno dell’80.
Secondo Gatti infatti Begin sarebbe stato il regista di un’operazione segreta che ha indirettamente provocato la strage di Ustica. Le cose sarebbero andate così: l’obiettivo degli intercettatori Phantom dell’aviazione israeliana sarebbe dovuto essere un Airbus 300 cargo dell’Air France con un carico di 12 chili di Uranio 235 destinati in Iraq. Gli israeliani però confondono questo velivolo – che invece quella sera non decolla da Marsiglia – col Dc9 Itavia, partito da Bologna con due ore di ritardo. L’obiettivo degli israeliani sarebbe stato quello di impedire a Saddam Hussein di ricevere dalla Francia l’uranio con cui l’Iraq avrebbe lavorato alla costruzione dell’atomica. Una minaccia intollerabile per Israele. Gatti sostiene anche che il tentativo di colpire l’asse franco-iracheno sui cieli italiani era solo l’ultimo atto di una serie di azioni di sabotaggio portate dal Mossad su suolo francese alla fine degli anni Settanta.
Le crepe, il silenzio, gli arabi
Sarebbe dunque stato un commando dei servizi israeliani a far esplodere con un attentato i 5 hangar delle Constructions navales et industrielles de la Mediterranee di Tolone, dove i francesi stavano costruendo i noccioli del reattore nucleare destinato in Iraq. A sostegno della sua ipotesi Gatti porta anche due episodi interni al quadro politico israeliano.
Il primo è l’infarto che colse Begin in una seduta del parlamento israeliano del 30 giugno 1980 – e che segnerà l’inizio del suo declino fisico e politico – esattamente tre giorni dopo la tragedia di Ustica.
Gatti mette in relazione il malore del primo ministro israeliano con la tensione e la preoccupazione per il fallimento dell’operazione portata a segno sul Tirrenno. Il secondo sono le dimissioni avvenute nei primi di luglio del capo dell’Aeronautica militare israeliana Ran Goren. Quello di Gatti è senza dubbio uno scenario intrigante su cui vale la pena soffermarsi ancora per un po’, opponendogli però una serie di obiezioni che rischiano di rendere improbabile questa sceneggiatura della pista israeliana.
Anzi tutto sembra molto strano che il Mossad non seppe che il cargo francese invece di decollare era rimasto fermo sulla pista di Marsiglia. In secondo luogo è improbabile se non stupefacente che i piloti israeliani abbiano potuto confondere un Dc9 con un Airbus a 300.
In terzo luogo come è possibile che questa tesi della responsabilità israeliana abbia atteso più di 13 anni per uscire fuori? Peraltro nel silenzio dei controspionaggi di mezzo Occidente – soprattutto di quello francese – che pure erano stati continuamente tirati in ballo durante le indagini e le inchieste sull’affaire Ustica? E infine perché avrebbero dovuto tacere soprattutto loro: gli iracheni e il colonnello Gheddafi?
Il mistero di Ustica/4 Il perito nelle indagini sul disastro Frank Taylor scarta l’ipotesi del missile. E parla di un ordigno
«Ad abbattere il Dc-9 è stata una bomba»
La pista dell’attentato dinamitardo non ha molti partigiani. In compenso ha fondamento
Accanto alla pista americana, a quella israeliana e a quella francese – tutte comprese dentro lo schema del missile e della battaglia aerea sopra Ustica – corre parallela una pista assai meno battuta (per usare un eufemismo) su cui anzi si è sempre tentato di gettare il più grande discredito. È la pista della bomba, dell’attentato dinamitardo, dell’ordigno esplosivo piazzato nella coda del Dc-9 Itavia inabissatosi nel mare di ustica il 27 giugno del 1980. È una tesi quella dell’attentato deliberato, rimasta praticamente a latere delle inchieste giornalistiche giudiziarie sulla tragedia di 25 anni fa.
L’istruttoria del giudice Priore del resto, nominato responsabile per le indagini su Ustica dal presidente della Commissione stragi Libero Gualtieri, eredita di fatto dalla stessa Commissione lo schema interpretativo del missile e della guerra Nato sui cieli di Ustica. La tesi del missile infatti, oltre ad essere sostenuta da una pressione mediatica e giornalistica massiccia, viene ritenuta la più probabile anche da un documento ufficiale esteso e votato dalla stessa Commissione stragi. Votato però con soli 14 voti su 41 componenti e dunque col vizio di un numero di assenze clamoroso. La pista della bomba viene dunque ritenuta nelle migliore delle ipotesi una stravaganza, nel peggiore un ulteriore depistaggio che si aggiunge agli altri veri o presunti di cui sarebbero responsabili a vario titolo servizi segreti di mezzo Occidente e militari dell’aeronautica militare italiana. Nel gennaio del 1994 però – dopo che 4 anni prima, nel maggio del 1990, altri periti si erano espressi nello stesso senso – in una riunione a porte chiuse nell’hangar di Pratica di Mare, dove è stato sistemato il relitto del Dc-9 i periti che sostengono la tesi della bomba dichiarano esplicitamente che quella del missile è una balla. Cosa che nel 1993 il perito britannico Frank Taylor aveva già scritto in una lettera allo stesso giudice istruttore Rosario Priore Lettera dove la tesi della bomba viene esplicitamente dichiarata l’unica percorribile nelle indagini su Ustica.
Di più: dove viene chiaramente detto che la teoria del missile non solo è sbagliata ma addirittura depistante. «Ci sono più teorie a favore del depistaggio », scrive Taylor «di quante non ce ne siano a favore del missile. Forse allora chi non voleva farci trovare la bomba adesso continua a cercare di distrarre la nostra stessa attenzione dalla stessa bomba». Quanto alla connessione con la strage di Bologna Taylor aggiunge che «due bombe in poche settimane l’una dall’altra sono sospette ». Sono parole pesanti (e su cui si tornerà) quelle di questo fisico aeronautico la cui perizia era stata decisiva nella soluzione dell’attentato di Lockerbie per cui fu inchiodato il governo libico. Parole che hanno però avuto un eco relativo malgrado il sostegno di un indagine scientifica minuziosa sui reperti del Dc-9.
«I danni alla paratia posteriore e al rivestimento dietro di essa», recita la perizia di Taylor «sono particolarmente violenti e indicano che sotto, nella toilette posteriore, si sviluppò una forza esplosiva. La perdita della paratia posteriore di pressurizzazione sopra il pavimento dietro la toilette, i danni sul lato anteriore del condotto d’aria dietro la toilette, la deformazione verso l’esterno e in avanti dell’ordinato di fusoliera, la frattura dei montanti anteriori del motore , il piegamento verso l’alto del telaio di rivestimento del soffitto, indicano tutti una sovrapressione esplosiva nella toilette posteriore destra. L’apparente mancanza, sulla struttura metallica circostante, di penetrazioni o butterature provocate da frammenti ad alta velocità, indica che l’esplosivo non era dentro un contenitore rigido, ma probabilmente soltanto avvolto in un involucro di plastica. Per di più il materiale isolante di cabina può agire da cuscino, nel senso che può assorbire una certa elevata quantità dei minuscoli frammenti che entrino.
Perciò una tale carica può lasciare tracce di butterature e di alte temperature soltanto sopra un’area molto piccola vicino alla carica. Purtroppo non è affatto sorprendente che non sia stato possibile recuperare pezzi di questa piccola area». Insomma secondo la perizia di Taylor i fatti parlerebbero chiaro: «il lavabo deformato dalla bomba, i piegamenti e i rigonfiamenti, tutti dall’interno verso l’esterno, tutti concordanti in direzione dell’esplosione interna» dicono che il Dc-9 è stato buttato giù da una bomba. A riprendere la tesi del perito inglese e usarle come architrave di Ustica, verità svelata – un libro molto documentato e polemico – è stato, alla fine degli anni Novanta, Paolo Guzzanti Guzzanti. Oggi presidente della Commissione Mitrokin, Guzzanti fissa nella sua inchiesta un punto che rovescia tutte le prospettive finora considerate sostenendo che il partito del missile sarebbe il perimetro ideologico dentro il quale si ritrovano coloro i quali in buona o cattiva fede sono portati a una “verità politica” su Ustica, una “verità” fondata sul teorema antioccidentale della pista americana, israeliana o francese. Una verità che chiude a priori ad altre ipotesi: forse ancora più inquietanti.
Perché la bomba come vedremo potrebbe condurre nel cuore della strategia terroristica araba o mediorientale. Una prospettiva su cui nessuno ha finora guardato e dentro cui nessuno ha avuto lo scrupolo di scavare, come con foga e passione è avvenuto di fronte ad altri ipotetici scenari. «Il Dc-9 partì da Bologna con enorme ritardo», scrive Paolo Guzzanti, «per cui non sapremo mai se gli attentatori volevano davvero farlo esplodere in volo alle 21,00 precise oppure se contavano di distruggere il Dc-9 Itavia nel suo hangar notturno di Palermo. non lo sapremo mai, perché nessuno si è preso la briga di indagare su una bomba».
Il mistero di Ustica/5 I massacri del 27 giugno e del 2 agosto del 1980 furono preceduti da minacce di attentati
Ustica chiama Bologna. Le stragi siamesi
Gli avvertimenti palestinesi, gli interessi libici su Malta, la strategia del terrore di Gheddafi
L’ipotesi della bomba come causa della strage del Dc9 Itavia con 81 persone a bordo, avvenuta sopra Ustica il 27 giugno del 1980, non è sorretta solo dalle perizie fatte sul relitto da Frank Taylor, ma anche dalla logica e dai fatti che si snodano dentro lo scenario geopolitico di quel tormentato 1980. Taylor, il fisico aeronautico inglese consulente nelle indagini su Ustica, aveva del resto già cercato di convincere con prove documentarie il giudice istruttore Rosario Priore che a distruggere il Dc9 non era stato un missile sparato durante una battaglia aerea (missile peraltro di cui non è mai stata rinvenuta nessuna traccia) ma l’esplosione di una bomba piazzata nella toilette di coda dell’aereo in volo da Bologna a Palermo.
Il missile c’era. A Ortona
Taylor ricordava anche come l’ipotesi dell’attentato fosse coerente con il quadro precedente e successivo a quel 27 giugno. Durante tutto il 1980, da ambienti arabi e mediorientali, arrivano all’Italia una serie di minacce e ultimatum che scadono proprio alla vigilia delle stragi di Ustica e di Bologna. Eccidi che, come si ricorderà, lo stesso Taylor non aveva potuto evitare di mettere in connessione. Tanto più che a corroborare e rendere geometricamente lineare una filiera di eventi scatenanti, c’è nel 1979 il fermo ad Ortona di alcuni esponenti dell’Autonomia italiana che assieme con militanti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina stavano trasportando una partita di missili Sam 7 Strela diretti in Libano. Tra loro c’è anche Abu Anzeh Saleh, braccio destro del terrorista Carlos. Sembra che fino ad allora – fino all’insediamento del governo Cossiga – quel genere di traffici sul territorio italiano fosse pienamente tollerato in virtù, si fa per dire, di un patto tacito tra governi italiani e segmenti del mondo politico militare mediorientale volto a evitare che anche la Penisola fosse teatro di attacchi terroristici. Questo nella convinzione di poter mantenere la moglie americana e l’amante araba in un fragile, rischioso e anche meschino doppiogioco. Con gli arresti di Ortona il gioco si rompe e con esso si infrange il patto che avrebbe dovuto evitare all’Italia, Paese Nato iscritto nella sfera di influenza occidentale, rappreseglie e attacchi terroristici. E infatti la reazione degli arabi non si fa attendere: il Sismi informa gli organi competenti che l’Fplp non ha nessuna intenzione di perdere né i suoi missili né un suo uomo strategico e promette dure reazioni qualora non si metta a posto la situazione. Il 15 maggio 1980 gli arabi pongono le loro condizioni: la principale è il pagamento di 60mila dollari per la partita di missili sequestrati a Ortona. In caso di rifiuto il territorio italiano sarebbe diventato un obiettivo sensibile per gli arabi. Ma non c’è solo il Fronte di liberazione palestinese a costituire una minaccia per l’Italia.
C’è anche, sullo sfondo di quel terribile 1980, la Libia del colonnello Gheddafi con la sua campagna di sterminio degli oppositori al regime rifugiati in Europa e nel nostro Paese. Scrive Paolo Guzzanti nella sua inchiesta su Ustica: «Nelle settimane (poco più di un mese) che precedettero la tragedia di Ustica proseguirono in Gran Bretagna, Germania e Italia le esecuzioni dei fuoriusciti libici fatti uccidere dal governo di Tripoli. Infatti il 20 maggio a Roma è trovato ucciso a coltellate in un albergo di Via Nazionale Mohamed Fouad Bouhjar e in pochi giorni nove libici vengono assassinati a Bonn, Londra, Atene e Beirut. La polizia italiana non è del tutto inerte e indaga. Così, seguendo le tracce degli assassini di Mohamed Fouad Bouhjar, il 21 maggio viene preso uno degli appartenenti allo squadrone della morte libico, il quale chiede asilo e rivela che i gruppi di assassini che agiscono per conto di Gheddafi sono stati arruolati e addestrati a Tripoli dal terrorista Carlos. Il caldo estivo si fa sentire e quello delle bombe anche. Il 4 giugno a Roma», scrive ancora Guzzanti ricostruendo fatti e atmosfere di quell’annus horribilis per l’Italia, «si registra un attentato di una frazione pro-iraniana dell’Iraq, firmata dai “Mujahiddin Iracheni”: due uomini armati fanno irruzione nell’ambasciata irachena, dove il personale di guardia apre il fuoco e nella sparatoria muore l’impiegato Amud Nedda Sabir, mentre sono feriti un altro impiegato e un terrorista che dice di chiamarsi Midhafar Bkar, da Baghdad.
I terroristi hanno abbandonato una valigia contenente esplosivo sovietico ». «La rivendicazione viene dal Libano. L’uomo morirà prima del processo. E l’11 giugno viene ucciso a Milano un altro esule libico. Queste le premesse, questa l’Italia, il Mediterraneo, il mondo, l’epoca che faceva da cornice all’imbarco dei passeggeri quel tardo pomeriggio del 27 giugno del 1980».
Registi non tanto occulti
Dunque l’ipotesi dell’attentato, della bomba a bordo del Dc9 a questo punto potrebbe avere anche una plausibile regia. Considerato anche che il 2 agosto del 1980, un mese dopo Ustica, un’altra bomba uccide altre 80 persone sul suolo italiano. Stavolta alla stazione di Bologna. La stessa città dalla quale era partito il Dc9 Itavia. E lo stesso giorno in cui il sottosegretario agli Esteri Giuseppe Zamberletti era a Malta col presidente della Repubblica maltese per mettere a punto gli ultimi dettagli dell’accordo che avrebbe sancito la neutralità dell’isola. Accordi che provocavano un danno notevole agli interessi strategici sovietici e libici nel Mediterraneo. In un’ intervista rilasciata all’Indipendente lo scorso 24 novembre Zamberletti ha ribadito le tesi che aveva già messo nero su bianco in un libro di dieci anni fa, Ustica e Bologna: un filo tra le due stragi: «I sospetti avrebbero dovuto concentrarsi sulla pista libica. Gheddafi in quegli anni offriva i suoi campi di addestramento a tutte le organizzazioni del terrorismo internazionale, e dunque c’era una serie di soggetti che aveva obblighi di riconoscenza verso Tripoli». Sono elementi che avrebbero dovuto spingere gli inquirenti a indagare sulla pista dell’attentato almeno con la stessa tenacia con la quale si sono battute altre strade. Invece, anche dopo l’assoluzione dei militari italiani ingiustamente accusati di fellonia e depistaggio, e dopo che la tesi del missile è di fatto caduta, si preferisce inseguire tesi surreali, come quella della “quasi collisione”. Viene da chiedersi il perché.
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