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«Giovani, radici cristiane per abitare il mondo»

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaBetori: ecco l’identikit dei pellegrini italiani a Sydney l’intervista • Il segretario generale della Cei: «Fede e cultura, orizzonti della missione per i nostri ragazzi»
di Francesco Ognibene
Tratto da Avvenire del 24 luglio 2008

L’ Italia è sempre stata di casa in Au­stralia. Ma questo è vero in un sen­so tutto nuovo da quando martedì sera la Messa in Cattedrale ha concluso il pro­gramma della Gmg 2008 anche per i diecimi­la giovani giunti qui dal nostro Paese.

Una «Messa molto italiana» – come ha commen­tato qualcuno – piena di gioia, di suoni, di par­tecipazione. Monsignor Giuseppe Betori, che ha concelebrato al fianco dell’arcivescovo di Sydney George Pell, ha presentato i doni alla diocesi ospitante e alla Chiesa australiana: la statua della Vergine di Loreto e il Crocifisso di San Damiano. Da qui il segretario generale della Cei, che durante la Giornata mondiale ha anche svolto due catechesi per i giovani ita­liani, parte per tracciare un suo bilancio di questa straordinaria Gmg all’altro capo del mondo.

Cosa vuole significare il dono di segni im­portanti della nostra fede?
Lasciamo qui le cose più preziose che abbia­mo. Lo facciamo in ogni Giornata mondiale, l’abbiamo fatto ora anche a Sydney. E la cosa più preziosa che ha l’Italia sono le sue radici cristiane: siamo conosciuti nel mondo pro­prio per questo, siamo il luogo delle tombe di Pietro e Paolo, il Paese della Santa Casa, il po­polo che ha espresso figure di santità altissi­me come Francesco d’Assisi. I segni di santità sono una caratteristica forte del popolo ita­liano. È stato molto bello lasciarne una trac­cia come gesto di gratitudine per chi ci ha ac­colti così fraternamente.

Quale messaggio arriva da questa Gmg?
Mai una Giornata mondiale è stata tanto «cat­tolica », cioè universale, quanto questa di Syd­ney: poter incontrare tutti i popoli e le etnìe è stata una grande esperienza per i nostri gio­vani, un dono da portarsi a casa e mettere a frutto per il terzo anno della loro Agorà. Non dimentichiamo infatti che il percorso trien­nale della pastorale giovanile si conclude ora con un impegno particolare dei nostri giova­ni nel tradurre la fede in termini culturali e so­ciali. Aver visto come il Vangelo sia capace di incontrare tutti i popoli e le culture dovrebbe aiutarci ad avere fiducia che, così come que­sto stesso Vangelo ha saputo trasformare le culture del passato, è certamente capace an­che oggi di permeare la nostra cultura.

Se c’è una parola che ricorre nei commen­ti dei nostri giovani a questa Gmg è «missione». Come va tradotta questa intuizio­ne a caldo?
Missione non è soltanto dire all’altro il Vangelo, ma anche creare un ambiente favorevole ad accoglierlo. Nel terzo anno dell’Agorà dei gio­vani che ci attende vorremmo far capire che non basta una missione di annuncio: occor­re lavorare alle condizioni che aprono all’ac­coglimento di una proposta di fede. E questa è un’operazione di tipo culturale.

Pensa a un impegno diretto dei giovani den­tro il Progetto culturale della Chiesa italiana?
Sono convinto che i giovani possano fare mol­to, perché non subiscono le schiavitù degli a­dulti nei confronti della cultura egemone: han­no lo spirito più libero, non si lasciano cattu­rare da chi li vuole asservire ad altri interessi. La loro libertà diventa una grande chance per potersi affrancare dai pregiudizi culturali che a volte fiaccano le nostre comunità.

Da una Giornata mondiale all’altra, vede ma­turare questi giovani delle Gmg?
C’è una maturità spirituale che cresce, certo: penso all’adorazione della veglia di sabato, con 15 minuti di silenzio impressionante, e i giovani erano decine di migliaia. Penso anche che le generazioni cambiano, e ognuna por­ta una sua impronta. Per questo sono molto grato ai preti che hanno accompagnato così numerosi i loro giovani prendendosene cura: a cadenze di cinque-sei anni devono rico­minciare con altre persone, che sono ogni vol­ta un nuovo mondo.

Che prova hanno dato di sé i giovani italiani venuti a Sydney?
Molto buona. Ho visto sempre nei gruppi un punto di riferimento più adulto che li ha te­nuti insieme e che è il garante di un cammi­no comune. C’è stata anche una densità cul­turale e identitaria molto forte, che si è e­spressa attraverso i simboli dell’appartenen­za al nostro Paese. Non è nazionalismo stan­tio ma il segno che ci si sente di casa dentro un mondo globale che ti chiede di continuo chi sei.

Tanti in Italia li hanno seguiti a distanza...
Mi sembra uno degli aspetti più interessanti di questa Gmg. Sydney 2008 ci ha fatto tocca­re con mano come i mezzi di comunicazione possono diventare uno strumento vero di pa­storale. È un’idea che ci siamo detti tante vol­te ma che qui abbiamo osservato all’opera. Vedere Avvenire stampato e diffuso a Sydney, sapere che in Italia c’erano migliaia di giova­ni che in contemporanea con gli appunta­menti chiave della Giornata si riunivano at­torno ai loro educatori e ai vescovi per fare la loro Gmg «a distanza» grazie a Sat2000 e In­Blu, mi sembra un modo concreto per dire che vale la pena continuare su questa strada. Dall’Australia appare chiaro che occorre un maggiore impegno sulle comunicazioni so­ciali.

Qual è la prima cosa che suggerisce di fare ai giovani appena tornati alla loro vita di ogni giorno?
Riprendere i discorsi del Papa e rileggerseli bene: c’è molto da approfondire e da fare.




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