Versione adatta alla stampadi
Luca Fazzo
Tratto da Il Giornale del 17 luglio 2008
«Ma davvero c’è qualcuno che in buona fede pensa che una decisione del genere la si prenda a cuor leggero? Burocraticamente? Prima di decidere io per molte notti non ho dormito, e so che le stesse notti in bianco le hanno fatte i miei due colleghi. Però sono un giudice e devo applicare la legge. E in base alla legge non era possibile una decisione diversa».
Filippo Lamanna è il giudice della Corte d’appello di Milano che ha scritto la sentenza che stacca la spina ad Eluana Englaro. Dal giorno in cui lui e i suoi colleghi hanno firmato e depositato la sentenza, Lamanna sa che ogni momento è buono perché Beppino, il padre di Eluana, avvii a conclusione l’esistenza di quel che resta di sua figlia, in coma da sedici anni.
La Procura generale, che potrebbe fare ricorso, non ha ancora deciso se tentare l’ultimo passo per fermare la pratica.
«Io mi auguro che i colleghi della Procura generale decidano serenamente, e non sotto la pressione della piazza, sotto l’ondata di appelli, manifestazioni e articoli che sono in buona parte, e mi dispiace dirlo, privi di rispetto per i diritti di Eluana. Siamo davanti a una disputa tutta ideologica che spesso perde di vista Eluana e ignora la sua storia nei passaggi essenziali».
E se Eluana fosse in uno stato di serenità? Se lo è chiesto Adriano Celentano. Lei, dottore, questa domanda se la fa?
«Ecco, questo è esattamente quel che intendo quando parlo dei rischi di rendere tutto banale, di trasformare questo dramma in un circo. Noi ci siamo pronunciati in una situazione in cui nessuno, neanche la Procura generale che si batteva per una soluzione diversa, metteva in dubbio la situazione clinica. Coma irreversibile, assenza totale di coscienza. E ci siamo mossi seguendo principi fondamentali della nostra Costituzione. Articolo 32: nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario; articolo 3: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Anche gli incapaci. Anche Eluana».
Qui però non si parla di sospendere una terapia. Voi autorizzate a interrompere anche il semplice nutrimento di Eluana. Autorizzate, ha scritto qualcuno, a farla morire di fame.
«La ragazza non viene nutrita a maccheroni. Non è in grado di bere, di mangiare, di vivere autonomamente. Un sondino che entra nel naso, arriva nello stomaco e porta un mix di sostanze non può essere considerato altro che una attività terapeutica. Come tale ha diritto di essere rifiutato. Da Eluana e quindi da chi, in questo momento, la rappresenta. Cioè suo padre».
La vostra sentenza si addentra su un sentiero impervio. Fate delle ipotesi su cosa direbbe Eluana oggi se potesse parlare. Era indispensabile? Ha senso raggiungere conclusioni sulla base di frasi dette sedici anni fa, chiacchierando con gli amici?
«Non abbiamo mai attribuito a Eluana una sorta di testamento biologico. Ma le indicazioni della Cassazione, quando ci ha rinviato la decisione, erano nette: andava verificato se le scelte del tutore della ragazza erano infondate, o se invece erano basate su dati di fatto reali. Tutti gli elementi che abbiamo raccolto dimostravano che il padre di Eluana ha fatto proprie le convinzioni che ripetutamente e senza incertezze sua figlia aveva manifestato quando era in grado di farlo. Alle stesse conclusioni è arrivato anche il curatore speciale, nominato per tutelare i diritti di Eluana nell’ipotesi che il padre fosse condizionato da interessi personali. Per chi, come noi, ha conosciuto il signor Englaro era una ipotesi inverosimile. Ma è uno scrupolo che bisognava farsi. E la conclusione non è cambiata».
Come vivete questi giorni in attesa che venga avviato l’«accompagnamento», come lo avete definito?
«Con la consapevolezza di avere fatto il nostro dovere. Non siamo filosofi né teologi. Siamo semplicemente dei giudici».
I neurologi: «È un'esecuzione, fermatela»
Un gruppo di 25 neurologi universitari e del servizio sanitario nazionale ha scritto al procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano e, per conoscenza, al presidente della Repubblica e al Governo, chiedendo un intervento urgente che blocchi «l’esecuzione di quella che sempre di più appare come una sentenza di condanna a morte». Per i neurologi è «disumano il modo proposto di mettere a morte la paziente, attraverso il digiuno e la sete in una lenta agonia che porterà alla morte attraverso la lenta devastazione di tutto l’organismo». Gli esperti precisano che la nutrizione e l’idratazione «non sono assimilabili a una terapia medica, ma costituiscono da sempre gli elementi fondamentali dell’assistenza».
Il Senato contro la Cassazione
«Tocca al Parlamento decidere sulla vicenda Englaro» • Ma l’ultima parola spetta alla Consulta • Il ministro Sacconi: non sono compiti da affidare ai magistrati
Potrebbe diventare un’iniziativa senza precedenti. Il Senato ha aperto ieri le procedure per sollevare presso la Corte costituzionale un conflitto di attribuzione con la Cassazione, dopo la sentenza che autorizza la cessazione delle somministrazioni mediche a Eluana Englaro, in coma da 16 anni. E se l’Aula dovesse decidere di proseguire con l’iter, sarebbe la prima volta che la Cassazione si troverebbe di fronte a un conflitto di attribuzione sollevato dal potere legislativo per una sua sentenza.
In sostanza, dopo la mozione del Partito della Libertà, il cui primo firmatario è stato il senatore a vita Francesco Cossiga, il potere politico vuole riservarsi la facoltà di decidere su un caso così delicato e di non lasciare ai magistrati decisioni che riguardano la vita e la morte dei cittadini. La scelta di sollevare il conflitto di attribuzione nasce nella Giunta del regolamento che ha accolto la proposta avanzata dal presidente del Senato Schifani di deferire alla Commissione Affari costituzionali la questione.
«Il Parlamento faccia quello che crede. Alla Cassazione era stata posta una domanda di giustizia e noi l’abbiamo resa». Così Maria Gabriella Luccioli, presidente del collegio della Cassazione che si pronunciò sul caso di Eluana Englaro, sulla valutazione di un eventuale conflitto di attribuzione con la Suprema Corte. «Credo che ora su questa vicenda bisogna fare un po’ di silenzio» ha aggiunto Luccioli.
Anche il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, è intervenuto sul caso, dicendosi d’accordo con il presidente dei vescovi italiani sul no «alla consumazione di una vita per sentenza». «Credo non si possa non avvertire l’esigenza di non affidare alla magistratura un compito che non le spetta e senza l’approccio necessario di fronte ad un problema di carattere etico», ha aggiunto Sacconi.
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