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*Essere cattolici è credere nella carità verso tutti l’opinione

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaCiviltà )( Barbarie Altro che «tentazione demoniaca» del potere, la Chiesa è presente tutti i giorni al fianco dell'uomo con i fatti
di Gabriella Sartori
Tratto da Avvenire del 29 maggio 2008

Ma che vuol dire essere cattolici? Si continua a parlarne, e non sem­pre benevolmente. A leggere le ultime di cronaca, c’è chi vede i cattolici come quegli ottusi in­dividui che vorrebbero far di­ventare «cattolico» perfino Dio.

E c’è chi, dall’alto di questa o quella «laica» cattedra, si ritie­ne autorizzato a raccomanda­re alla Chiesa cattolica di star lontana dalla «demoniaca ten­tazione » del potere. Racco­mandazione valida in sé. Però non si vede come e perché un laico doc (che, tra l’altro, per sua natura, al «demonio» non do­vrebbe credere) senta il biso­gno di rivolgerla solo o princi­palmente alla Chiesa cattolica e non anche a qualunque altra umana istituzione che a tale tentazione, effettivamente de­moniaca, è pure soggetta. Co­me abbondantemente inse­gnano la cronaca, la storia, il mito, la letteratura e via elen­cando.

E dunque, che significa esser cattolici? Proviamo a risponde­re partendo non da quello che i cattolici «sono» (o si pensa che siano), bensì da quello che fan­no. Sta scritto: «Dai loro frutti li riconoscerete». Ed è una rego­la di valore universale, funzio­na anche per i non cattolici. Prendiamo, per esempio, un te­ma sociale attualissimo, quello dell’integrazione degli immi­grati. E facciamo parlare non un cardinale o un vescovo ma il professor Ilvo Diamanti, uno dei più accreditati sociologi i­taliani, che è anche uno dei più apprezzati editorialisti di Re­pubblica. In un’intervista usci­ta non su Avvenire ma su L’E­spresso, il 23 maggio scorso, Diamanti citando i dati di un’indagine condotta da Cari­tas e Migrantes per il Cnel, rile­va che le regioni del Nord – Lombardia, Veneto, Friuli Ve­nezia Giulia – dove le percen­tuali di cittadini stranieri pre­senti sul territorio sono fra le più alte d’Italia, vantano anche il maggior grado di integrazio­ne degli stessi. Perché, spiega Diamanti, «dove c’è oggi la Le­ga, una volta c’era la Dc. E, co­me allora, c’è un esteso tessuto di associazionismo cattolico che ha sempre avuto una gran­de capacità di organizzare la società». Se poi le regioni «ros­se » non raggiungono gli stessi brillanti risultati di integrazio­ne dei lavoratori stranieri, è per­ché «il modello di integrazione comunista non è fondato sulla carità, ma sulla classe; l’altro (cioè il 'prossimo', ndr) conta in base alla sua posizione nei rapporti di produzione piutto­sto che come persona».

Fin qui il professor Diamanti. Si potrebbe aggiungere che le sue osservazioni sono perfetta­mente sovrapponibili, per e­sempio, alla situazione della Baviera e di altre regioni d’Eu­ropa non «progressiste», non socialiste anzi cattoliche e «conservatrici» eppure più pro­gredite delle altre (sul piano so­ciale, economico, culturale, scolastico). Discorsi analoghi sono emersi nel corso del re­cente incontro nazionale a Ro­ma delle sezioni locali di Scien­za& Vita. Parlando da femmini­sta, un’esperta aveva detto che, negli anni Settanta, quando di­vampava la moda della vita nel­le «comuni» e molte militanti rimanevano incinte, magari senza nemmeno sapere di chi, alcuni di quei bambini riusci­rono a nascere per l’aiuto fatti­vo che arrivò loro dalle altre compagne, in nome della «so­rellanza » femminista. Sì, ma perché non vi è venuto in men­te di fondare un Centro Aiuto alla Vita come hanno fatto i cat­tolici? ha osservato un giovane dalla platea. Ecco: perché? Per­ché la «sorellanza femminista» è anch’esso un concetto ricon­ducibile alla «classe» e non alla «carità» cristiana. Perché chi crede alla «classe» aiuta solo chi ad essa appartiene, il «proleta­rio », il compagno di partito o di militanza, femminista o meno. Invece, per chi crede nella «ca­rità » cristiana, tutti sono «pros­simo », perché in Cristo non c’è più né maschio né femmina, né gentile né ebreo, né cattolico né musulmano, né compaesano né straniero.

Questo significa essere cattoli­ci. Se poi essere cattolici sia co­sì disdicevole e/o pericoloso per la società, per la democra­zia, per il progresso, lo si giudi­chi, per favore, senza ignorare tutto ciò: tanto più che si tratta di fatti, non di parole.


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