Versione adatta alla stampaIl caso dei temi e disegni resi pubblici • Dare pubblicità a pensieri che dovrebbero restare dentro la scuola è scorretto
di
Rossana Sisti
Tratto da Avvenire del 29 maggio 2008
Un bambino altruista nessuno se lo fila, un bambino violento è degno di una notizia in cronaca. Un bambino violento e razzista, che sul raid al campo nomadi dice «abbiamo fatto bene», è un caso a cui dedicare titoli di testata e pagine di giornale.
Siamo sulla notizia: se anche i bambini cominciano a ragionare sui rom come i grandi – peggio dei grandi – la cronaca si fa sfiziosa. Fanno testo i disegni dei bambini di Ponticelli 'incastrati' dai fogli in cui si vedono fiamme che inghiottono le baracche e omini di profilo che dentro ai fumetti gridano aiuto aggrediti da altri omini che urlano andate via. Eppure il giorno dopo il diritto di replica alla classe di Ponticelli qualcuno deve pur tributarlo, con tante scuse. E non solo perché quei bambini discretamente e senza piagnistei hanno ristabilito la verità dei fatti.
«È vero – hanno scritto in una lettera aperta dopo aver visto i giornali – che alcuni di noi la pensano così ma sono in pochissimi, la stragrande maggioranza di noi bambini sa che non è la violenza la strada che dobbiamo intraprendere per cambiare le cose». Che non si tratti della retromarcia del giorno dopo – quel 'siamo stati fraintesi' in cui si rifugiano spesso gli adulti – lo dicono gli stessi disegni. I tanti che un posto in pagina non l’hanno meritato perché pieni non certo di buonismo ma di buon senso. Perché, sotto i disegni delle stesse baracche inghiottite dalle fiamme e degli omini che lanciano bottiglie incendiarie, gran parte dei bambini ha fatto riflessioni evidentemente più imbarazzanti.
Hanno scritto «Abbiamo sbagliato!
Aiutiamoli!», «Purtroppo il fuoco uccide anche la speranza», si sono chiesti «Se succedesse a noi? Bé, non ne saremmo contenti». E alla propria gente hanno chiesto di immaginare «di essere voi tra quelle fiamme». «Non si deve bruciare la spazzatura, figuriamoci le vite umane!».
Insomma, il rispetto e la solidarietà nei disegni c’erano ma nessuno ha voluto vederli. E due proclami, due casi isolati, hanno trasformato sulla stampa i bambini di Ponticelli in un piccolo branco di razzisti assatanati.
Complici, non se ne tirino fuori, anche quelli che – forse ingenuamente ma non per questo innocentemente – i temi li hanno dati in pasto alla stampa. Far parlare i bambini attraverso il disegno di eventi violenti e scabrosi è doveroso e meritorio se aiuta a capire la loro realtà e il loro cuore ma dare pubblicità a pensieri e riflessione che dovrebbero restare dentro la scuola è superficiale e scorretto. In questa storia tutti hanno perso una buona occasione. I maestri per insegnare il valore della discrezione oltre che per capire i meccanismi più elementari di difesa e attacco dettati dalla paura. I giornalisti che spesso non resistono a truccare le carte pur di raccontare storie un po’ raccapriccianti, appetibili a un pubblico che le storie di mostruosità cerca e gradisce. E infine quegli adulti di Ponticelli che a dar fuoco agli accampamenti c’erano e ci sono tornati anche la scorsa notte. E che nella loro incontrollata follia non hanno riguardo per nessuno: non per i rom ma neppure per i propri figli. Che quello spettacolo indecente hanno visto e in parte condiviso.
«Viviamo in un quartiere degradato – hanno scritto ancora i bambini – che non ci dà opportunità di gioco, di svago, di incontro, viviamo blindati nelle nostre case, circondate da sporcizia e spazzatura, la cultura della strada però non sempre ci appartiene». Vero, anche questo.
Eppure, tra omissioni e titoli strillati, anche il rispetto della vera identità dei bambini di Ponticelli è andata in fumo.
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