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*E' la nostra una società malata?

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampadi mons. Tommaso Stenico
Tratto dal blog Umanesimo Cristiano il 6 maggio 2008

Qualcuno potrebbe dire che la domanda è retorica.
E ha ragione!
Sì; la nostra è proprio u a società malata.

E’ diventato un luogo comune come dire che le stagioni non sono più quelle di prima



Quanti segnali arrivano, ogni giorno, dal corpo di questa nazione malata!



Ogni mattina dai mass media giunge regolarmente un “quasi” bollettino di guerra.

Ieri sera l’ultimo: nel nostro Paese – non si sa come e non si sa perché – ogni anno scompaiono 23. 000 persone! Avete letto bene: ventitremila.



Ma è la cosiddetta cronaca nera che segna il termometro della grave malattia della nostra società.

E quello che mi addolora, che mi sconcerta, che mi paralizza è la tipologia di “malattia” che ha investito il paese e soprattutto i soggetti malati (anche se non solo l’Italia).

Mi riferisco alle giovani, anzi: giovanissime generazioni, alla famiglia, alle persone anziane.

Mi spaventa il montare esponenziale della cosiddetta depressione che è diventata una vera piaga, un male oscuro che investe le nuove generazioni come una pestilenza medioevale.

Per sconfiggerla i giovani si inventano le cose peggiori.

Si passa dal bullismo al teppismo, regolarmente filmato dal telefonino e messo in rete. Si fanno cose – anche le più turpi – per passare il tempo, per darsi importanza, per dirsi duri e forti.



E’ palpabile la diagnosi della nostra società malata la cui eziologia sta incontrovertibilmente nell’egoismo sfrenato, nella mediocrità, nella supponenza, nel falso perbenismo, nel moralismo creato per gli altri.

Tutto ciò ha ceduto il posto a sani concetti come la competitività basata sul merito, la crescita, l'autonomia, la libertà, la consapevolezza e il rispetto dell’altro, il rispetto dei diritti fondamentali della persona umana.



Non voglio né scusare né inveire sulle giovani generazioni, ma credo di non andare molto lontano se i giovani avvertono acuto e profondo il disagio della società malata come gli animali percepiscono l’avvicinarsi del terremoto.



Se si considera il fallimento delle ideologie forti, dei valori cui ancorarsi e vediamo il vuoto che ci circonda, il senso della vita viene indebolito, e in questa barca che naviga senza meta molti cadono in mare.

Cosa sperare?



Papa Benedetto nell’enciclica Spe Salvi non ha esitato a scrivere: “Che cosa possiamo sperare? È necessaria un'autocritica dell'età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza. In un tale dialogo anche i cristiani, nel contesto delle loro conoscenze e delle loro esperienze, devono imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire. Bisogna che nell'autocritica dell'età moderna confluisca anche un'autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici. Su questo si possono qui tentare solo alcuni accenni. Innanzitutto c'è da chiedersi: che cosa significa veramente « progresso »; che cosa promette e che cosa non promette?” (22).



Il Papa nella Lettera indirizzata alla sua diocesi di Roma sulla “emergenza educativa” ci fa intravedere una via di buon cammino.

Egli scrive: “A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale. ”



E non esita papa Benedetto a fornire un tentativo praticabile di impegno concreto: “trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”.



Consentano gli amici che, sul finire, introduca un tema che non può e non voglio che mi si estraneo: la nostra società è malata anche perché ha abbandonato Gesù Cristo e la sua Parola di verità.

E’ Lui la speranza affidabile!

Affido ancora all’amato papa Benedetto la conclusione di queste riflessioni: “Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita … Solo Dio è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore”.




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