Versione adatta alla stampa
Nel libro Sconosciuto 1945, a pagina 232, Giampaolo Pansa cita un opuscolo ed il suo autore: L'altra metà della storia di Flavio Parmiggiani. Su internet non vi è traccia di tutto ciò, per cui abbiamo chiesto all'autore il permesso di proporre su il Mascellaro l'opuscolo in questione e i fatti in esso raccontati, per non perderne la memoria. Inutile dire che gentilmente ci è stato concesso.
A complemento della pubblicazione riporteremo in seguito anche alcuni brani della rassegna stampa che da quasi quindici anni accompagna questa decisione.
Flavio Parmiggiani
L'altra metà della storia
Campagnola E. 1944-46
Prefazione del Febbraio 2004.
Sull'onda dell'interesse e delle emozioni suscitate dal recente libro di Giampaolo Pansa “Il sangue dei vinti” mi sono deciso ad una piccola ristampa di questo scritto che apparve come contributo nel libro del Prof. Spreafico “I Cattolici Reggiani dallo Stato Totalitario alla Democrazia: la Resistenza come Problema” nel 1991.
A distanza di quasi 13 anni quanto scrivevo allora appare certamente datato. Manca qualsiasi riferimento agli scavi effettuati nei primi mesi del 1991 nella zona del Cavòun, a poche centinaia di metri dall'abitato di Campagnola.
Il ritrovamento della fossa del Cavòun portò Campagnola agli “onori” dei telegiornali e dei giornali nazionali. Il Procuratore della Repubblica di Reggio E. affidò il recupero dei resti della fossa comune all'Istituto di Medicina Legale dell'Università di Modena. Questo Istituto eseguì un'analisi accurata e minuziosa dei poveri resti, stabilì che si trattava di 18 persone e mezzo tra quelle uccise il 29 Aprile 1945; per 10 di queste l'Istituto arrivò anche ad una identificazione quasi certa.
Da un rapido conto delle persone prelevate e uccise il 29 Aprile risultò evidente che nella zona del Cavòun doveva esserci anche una seconda fossa comune; questa venne cercata per qualche tempo ma inutilmente.
Questa seconda fossa nel 1991 in effetti non esisteva più. Essa si trovava circa a metà della parte esterna del lato nord del cimitero di Campagnola. Nel 1972, proprio intorno a quella zona, vennero effettuati i lavori di ampliamento del cimitero, la fossa venne probabilmente “scoperta” e il suo “contenuto” fatto rapidamente sparire. A conferma di questa ipotesi il Sindaco dell'epoca, Dimmo Sghedoni, mi disse nel 1991 che questa seconda fossa non si sarebbe più trovata. I resti di quei corpi vennero probabilmente gettati in una discarica: quando ci si dice che “i morti, di una parte e dell'altra, meritano comunque rispetto”!
1 Premessa
È stato il libro dello storico “di regime” Zambonelli (1984) a stimolare il mio interesse per i fatti di guerra civile accaduti a Campagnola dall'autunno del '44 alla primavera del '45 ed oltre: tale libro, mentre descrive nei minimi dettagli numerose azioni compiute dai partigiani, non spende una sola parola sui fatti che portarono all'uccisione di 27 civili campagnolesi nello stesso periodo (vedi Elenco allegato).
È chiaro che sono sempre stato interessato alla storia di mio padre, un fatto che ha condizionato in maniera determinante la mia vita; in casa però, con mia madre, l'argomento era vietato, credo che avesse paura di instillare in me e mio fratello dei sentimenti di odio o vendetta. Quando ho letto il libro di Zambonelli e non ci ho trovato niente, ad esempio, della vicenda di mio padre mi sono deciso a cercare di parlare con i testimoni di quel periodo, sia ex-partigiani che familiari delle vittime, per cercare di ricostruire anche l'altra metà della storia. Io sapevo che c'erano state diverse persone uccise dai partigiani ma le mie conoscenze erano del tutto vaghe; si trattava, per cominciare, di ottenere un elenco delle vittime e di conoscere la sequenza temporale dei fatti. Venni a sapere che Dimmo Sghedoni, il sindaco di allora (era l'87 o l'88), aveva questo elenco; gliene chiesi una copia ma mi rispose che doveva vedere se poteva darmela o meno (e comunque non me la diede). Questo elenco era stato compilato da Dante Corradini, impiegato comunale per moltissimi anni, ora in pensione. Dietro mia richiesta Corradini non ebbe alcuna difficoltà a consegnarmi tale documento. Corradini è un collaboratore dell'Istituto per la Storia della Resistenza di Reggio, è iscritto al PCI credo da sempre (è stato anche segretario della sezione di Campagnola dal '73 al '75) ed io gli sono grato perchè molte delle informazioni che ho potuto raccogliere derivano da sue testimonianze.
Nel seguito cercherò di raccontare i tragici fatti che hanno marcato quegli ultimi terribili mesi di guerra, ed anche i successivi, considerando sia le uccisioni compiute dai partigiani che quelle compiute dai fascisti; per queste ultime mi limiterò semplicemente a ricordare il fatto, questo certo non per sminuirne la gravità ma perchè sono già state descritte con dovizia di particolari in alcuni libri (Baraldi, 1975; Bolondi, 1979; Zambonelli, 1984).
2 Il 6 Novembre del '44
I fatti di sangue a Campagnola iniziano relativamente tardi, oltre un anno dopo la costituzione della RSI e l'occupazione tedesca. Il 7 Ottobre '44 un gruppo di partigiani attacca il presidio fascista di Campagnola per far disertare il segretario del fascio, Afro Boccaletti, che da diversi mesi faceva il doppio gioco, essendo diventato un collaboratore della Resistenza. La rappresaglia che ne segue da parte dei fascisti si conclude con l'uccisione di Pietro Battini e di suo figlio Livio (Zambonelli, 1984, pag.88).
A un mese dall'uccisione dei due Battini, quasi a segnare un triste anniversario, iniziano le azioni dei partigiani contro civili del paese. Le prime due vittime sono Alberto Copelli e Roberto Carpi, la sera del 6 Novembre. Copelli era il gestore del Caffè Nazionale e Carpi dell'Osteria del Sole. C'era il coprifuoco, la gente andava lo stesso nei caffè ma questi venivano tenuti chiusi verso l'esterno. Si trattava di stanare le vittime designate che certamente non avrebbero aperto se non a persone conosciute. I partigiani andarono in un altro caffè e, armi alla mano, costrinsero a seguirli due ragazzi, Vittorio Siligardi e Dino Lodini, di famiglie fasciste (lo stesso Dino Lodini verrà ucciso qualche mese più tardi così come il padre di Vittorio, Ezio). Vittorio Siligardi venne costretto a chiamare fuori Carpi, che, una volta uscito, fu sospinto verso i portici di fronte, della casa dei Righi, e falciato da una raffica di mitra. Umberto Righi, allora bambino undicenne, dormiva nella camera sopra il portico e ricorda quella tragica sera, le grida della figlia di Carpi, Emilia, ed il rumore della scarica del mitra. Il partigiano Zavaroni è indicato come l'esecutore di Carpi. Dino Lodini venne invece usato come esca per Copelli che in quel momento si trovava in casa. Copelli, appena accortosi della trappola, cercò di fuggire lungo le scale, ma venne ucciso da una raffica di mitra. Per molti anni il muro del giro delle scale ha conservato i segni delle pallottole sparate quella sera; io ricordo che, da bambino, ho osservato tante volte incuriosito quelle scalfitture sul muro perchè andavo dal mio compagno di classe Realino Ferretti che abitava nella stessa casa dei Copelli.
Di cosa erano accusati Copelli e Carpi per meritare di essere uccisi in maniera tanto feroce ? Copelli era certamente fascista ma non risulta che si fosse macchiato di colpe particolari. Carpi era accusato di aver fatto fallire un agguato teso dai partigiani all'Avv. Plessi, cliente abituale della sua osteria. L'Avv. Plessi era un esponente di primo piano del fascismo a livello provinciale; era stato anche Pubblico Accusatore nel Tribunale Provinciale Straordinario che nel Dicembre del '43 aveva mandato a morte i fratelli Cervi (Fanti, 1990, pag.212).
3 Il 1 Gennaio del '45
A Cognento, il 15 Novembre del '44, dopo essere stato ferito in uno scontro a fuoco, viene catturato il partigiano Zavaroni. Viene portato alla Villa Lombardini di Novellara, sede della Gestapo, torturato e ucciso.
Il suo cadavere sarà ritrovato solo dopo la Liberazione (Zambonelli, 1984, pag.93). Il giorno di Capodanno del '45 i partigiani uccidono Anna Bassoli, 20 anni. Non conosco molti particolari della storia di questa ragazza. Era di famiglia poverissima di Cognento, era diventata una ausiliaria della RSI; dopo essere stata qualche tempo a Roma, lavorava come impiegata presso la Casa del Fascio di Novellara; era una bella ragazza, di carattere allegro, molto corteggiata. Il suo corpo, assieme a quello di una persona di Roma, Michele Rambelli, sarà trovato alcuni anni dopo la fine della guerra durante i lavori di aratura nel podere della famiglia del dott. Beltrami di Cognento. Durante una successiva traslazione dei resti al Cimitero di Campagnola venne controllato, dal foro sui crani, il calibro del proiettile usato per l'esecuzione a freddo.
Il 24 Gennaio '45, durante un rastrellamento della Brigata Nera, in uno scontro a fuoco, viene ucciso il partigiano Vasco Guaitolini (Zambonelli, 1984, pag.102).
4 Il 9 Marzo del '45
C'è una strada che corre diritta, partendo dall'Osteriola, in direzione Sud, verso Canolo e Correggio. Sulla destra c'è il Naviglio e, oltre il canale, una striscia di terra che fa parte del Comune di Rio Saliceto. Percorse alcune centinaia di metri, sulla destra c'è il podere della famiglia Rustichelli, di circa 60 biolche, condotto in proprietà dalla stessa famiglia da oltre 70 anni. Sul podere ci sono tre case: la vecchia casa (Merlina), la casa nuova costruita dai proprietari nel 1933, bella e grande, e molto più all'interno una casupola abitata nel '45 da dei “casanti”, la famiglia Davoli. Sul terreno di questo podere vennero ritrovati nel Novembre del 1946 i resti di mio padre, Flavio Parmiggiani, di Umberto Nicolini, di sua figlia Marisa e della cugina di quest'ultima Maria Domenica Ghidini. L'indicazione che aveva portato sul luogo era stata abbastanza precisa, ma non sarebbe stata sufficiente al ritrovamento se non fosse intervenuto un familiare dei proprietari ad indicare il luogo giusto in cui scavare. Per il riconoscimento dei miseri resti si recarono sul posto, per la nostra famiglia, mio zio Ferruccio e mia zia Emma. Il padre di Maria Domenica arrivò con un carretto e quattro povere casse. A questo punto sorse un problema: si trattava del primo ritrovamento (purtroppo per Campagnola rimarrà anche l'ultimo!) dei resti di vittime dei partigiani ed il sindaco comunista, Ennio Griminelli, non voleva dare il permesso di sepoltura nel cimitero. L'intervento dell'arciprete fece risolvere il caso. Ma adesso dobbiamo fare un passo indietro.
La sera del 9 Marzo, approfittando forse del fatto che il giorno prima il presidio tedesco aveva abbandonato il paese, parte una azione in grande stile diretta dal Comandante della Brigata SAP Guerrino Cavazzoni, con la partecipazione anche di partigiani di Canolo e Fabbrico. Vengono bloccate le strade di accesso al paese, un gruppo di partigiani si presenta a casa nostra, subito dietro la chiesa, un altro si porta a casa dei Nicolini, a metà portico in piazza, ed un terzo a casa di Ghidini, sempre in piazza.
A casa nostra i partigiani picchiano violentemente contro la porta ed urlano a mio padre di uscire. In casa ci sono mio padre, mia madre, mio fratello Silvio di 4 anni ed una vecchia zia di mia madre (morirà nel '47 mentre io sono nato solo nel Luglio del '45). Mia madre supplicò mio padre di non aprire e di nascondersi (era una casa grande e complicata), lui disse che non aveva niente da temere o da nascondere. Aprì e in un attimo i partigiani furono dentro e gli intimarono di seguirli. A questo punto dovette aver capito che le cose si sarebbero messe male e porse il portafoglio a mia madre; un partigiano lo riprese dalle mani di mia madre e glielo rimise in tasca: “Tanto torna a casa subito”, disse. Mio padre era un operaio e lavorava presso l'unica fabbrica del paese, l'officina Ferrari, che produceva pigiatrici e pompe per cantine. A causa della guerra, con l'Italia divisa in due ed esclusi pertanto i mercati del Sud, l'officina Ferrari aveva praticamente sospeso le attività nell'autunno del '44. Mio padre aveva iniziato un'attività in proprio lavorando nel laboratorio sotto casa nostra. Quella mattina si era recato a Reggio dove aveva venduto alcune macchine ed aveva, perciò, nel portafoglio una somma notevole. Sarà stato un caso che sia stato prelevato proprio quella sera ? C'è poi la questione della bicicletta: mio padre doveva seguire i suoi sequestratori in bicicletta ma per qualche motivo la sua non c'era. I partigiani se ne fecero prestare una da Ariberto (Nani) Marmiroli e gliela riportarono il giorno dopo. Nei mesi successivi mia madre chiese ripetutamente, ma inutilmente, a Marmiroli chi gli avesse restituito la bicicletta, nella speranza che mio padre fosse ancora in vita e di potersi quindi rivolgere a chi lo aveva portato via.
Mirello Nicolini aveva quindici anni e stava già dormendo. Fu svegliato da un uomo mascherato che gli puntò la canna della pistola sotto il naso e gli disse in dialetto: “Stai fermo e non muoverti!”. In casa c'era tutta la famiglia: Umberto Nicolini, 60 anni, la moglie Rita, e i quattro figli, Marisa, Mirello, Gianni e Tina. I partigiani erano entrati attraverso la casa adiacente dei Ferrari (quelli dell'officina) e, passando da un terrazzino, erano entrati in casa dei Nicolini dopo aver sfondato una finestra. Costrinsero Umberto Nicolini e la figlia Marisa, 18 anni, a seguirli in bicicletta. Dissero loro di portare dei soldi, molti soldi perchè sarebbero stati lontani diverso tempo. Un terzo gruppo di partigiani si recò a prelevare Maria Domenica Ghidini, anche lei diciottenne.
Sequestrati e sequestratori si avviarono in bicicletta verso l'Osteriola. Alla famiglia Rustichelli, del tutto estranea al fatto mentre i basisti furono i Davoli, era stato intanto intimato di andare a letto presto. I prigionieri vennero portati nella casa vecchia, in uno stanzone, “al camaroun”, che serviva come deposito granaglie. Qui vennero sottoposti ad “interrogatorio”. Secondo una testimonianza di Baraldi l'interrogatorio venne condotto dal Toscanino e da Bolondi; Baraldi dice di aver criticato aspramente il Bolondi per aver partecipato all'interrogatorio; infatti essendo egli di Campagnola e quindi riconosciuto, lo stesso interrogatorio non avrebbe potuto concludersi in altro modo che con l'uccisione dei prigionieri. Il Toscanino, sentito in anni recenti ormai vecchio e malandato presso l'Ospizio di Reggio, ha detto di non ricordare il fatto. Una anziana signora di casa Rustichelli dice che non ha più dimenticato le urla disperate di persone violentate e torturate provenienti quella sera dal “camaroun”.
Una volta uccisi i quattro vennero sistemati alla bene meglio in un solco del granoturco e appena ricoperti di terra: scavare una fossa avrebbe richiesto troppa fatica ai partigiani; d'altra parte non si poteva chiedere alle vittime di scavarsela loro perchè avevano appena subito un “interrogatorio” e certamente non sarebbero state in grado di farlo. Questo della fatica a scavare le fosse è un aspetto sinora trascurato della Resistenza: nei giorni dell'immediato dopoguerra, quando si trattò di seppellire centinaia di cadaveri, vennero largamente impiegate le cave di terra delle fornaci: a Campagnola verrà utilizzato il “Cavòun”, a Correggio la famigerata cava della fornace di Fosdondo. Qualche giorno più tardi i bambini, giocando sui campi, videro un piede ed un braccio che uscivano dal terreno. Avvisarono in casa e i Rustichelli decisero di chiamare i Carabinieri. La cosa si seppe in giro perchè c'erano dei lavoranti; l'indomani si presentò un partigiano e minacciò che, se avessero avvisato i Carabinieri del ritrovamento, avrebbero avuto la casa bruciata.
Cosa aveva fatto scattare l'operazione del 9 Marzo e di cosa erano accusate le quattro vittime ? C'erano state in quel periodo, a livello provinciale, delle spiate che avevano portato ad arresti nelle fila della Resistenza. A Campagnola, a parte alcuni fermati subito rilasciati, non c'era stato niente di tutto ciò. Il CLN provinciale aveva deciso che bisognava fare qualcosa contro le spie, e i partigiani di Campagnola non se lo erano fatto ripetere due volte. L'accusa contro mio padre, Nicolini e le due ragazze sembra essere stata quindi quella di essere delle spie. L'accusa sembra del tutto inconsistente anche perchè, in quel periodo, a Campagnola, non era avvenuto niente che potesse scatenare una reazione di questo tipo. La giovane età delle due ragazze poi avrebbe dovuto muovere ad un senso di pietà e di moderazione. Per mio padre, avendo parlato con diverse persone, ho maturato la convinzione che la sua fine sia stata causata da dissidi con elementi della Resistenza che lavoravano alla Ferrari, quali Angelo Menozzi, che sarà il primo sindaco comunista dopo la Liberazione, o Morgotti Dino (Sangue). Umberto Nicolini faceva di mestiere il “picchiatore” di formaggi; il fatto che girasse tra i vari caselli per il suo lavoro può avere indotto qualcuno, nel clima esacerbato di sospetti di quei mesi, a pensare che facesse la spia.
5 Il 16 Marzo del '45
Il 16 Marzo, in pieno giorno mentre stava tornando a casa, viene prelevato e ucciso dai partigiani Carlo Gasparini; il suo cadavere non sarà mai più ritrovato. Negli stessi giorni sparisce Pierina Maccagnani.
Gasparini aveva un negozio di drogheria in piazza, nessuno mi ha saputo spiegare quali colpe specifiche gli fossero state attribuite. La Maccagnani abitava alla Ca' Bianca, la sua morte potrebbe essere in relazione con la vicenda dei fratelli Zulini, di cui parlerò nel seguito, che pure abitavano alla Ca' Bianca; comunque anche per lei l'accusa sembra essere stata quella che faceva la spia.
Il 15 Aprile, durante un rastrellamento della Brigata Nera, vengono uccisi a Campagnola tre civili innocenti che non facevano parte della Resistenza: due giovani campagnolesi, Carlo Salati e Pierino Bellesia, ed uno sconosciuto, certo Piron, trovatosi del tutto casualmente coinvolto in questa operazione (Zambonelli, 1984, pag.106).
6 Subito dopo la Liberazione
Le avvisaglie si erano sentite in lontananza sin dal giorno prima, domenica, poi l'indomani, alle 7 del mattino, finalmente arrivarono gli americani: era il 23 Aprile e la guerra adesso era proprio finita! Secondo almeno una parte della Resistenza c'erano però dei conti in sospeso da regolare: cominciò infatti una stagione violenta che, nella sola Provincia di Reggio, portò all'uccisione di centinaia di persone. Secondo una ricerca scupolosa, in via di completamento da parte di una Associazione di famiglie delle vittime, per i soli comuni confinanti di Campagnola, Novellara e Correggio alla fine gli uccisi saranno più di 200!
A Campagnola i primi ad essere eliminati sono due partigiani, i fratelli Ottorino e Francesco Zulini, quest'ultimo di soli 20 anni. L'accusa nei loro confronti è di aver compiuto dei furti presentandosi armati come partigiani. (La questione “soldi” è un capitolo molto oscuro di quel periodo e intendo ritornarci sopra nelle Conclusioni di queste note). I loro corpi saranno ritrovati nella già citata cava della fornace di Fosdondo.
Fu poi la volta della grande purga: c'era da giustiziare chi si era macchiato di crimini durante il passato regime. Come venne compilato l'elenco delle persone da giustiziare ? Chi compilò tale elenco ? Come mai vennero uccise alcune persone e ne vennero risparmiate altre con ben maggiori responsabilità ? Perchè, se si trattava di un atto di giustizia, queste uccisioni non sono mai state rivendicate dalla Resistenza ? Nessuno ha mai dato una risposta a questi interrogativi.
Ci fu una prima “convocazione” con processo, dopo di che i convocati furono rilasciati. Quindi, nottetempo, avvenne la seconda cattura, quella che sarebbe stata fatale. Vennero arrestati questa volta: Carlo Bizzarri e sua moglie Maria Bocedi, Savino Bolognesi, Giuseppe Campadelli, Pietro Mariani, Gastone Pecorari, Cesare Righi e suo figlio Giacomo ed Ezio Siligardi. Il giorno dopo venne prelevato anche Vittorio Bizzarri, fratello di Carlo. I prigionieri vennero uccisi ed i loro resti non saranno mai più ritrovati. Nel 1950, accusati di essere i mandanti e gli uccisori di queste persone, saranno denunciati alla magistratura 7 ex-partigiani di Campagnola (Baraldi, Basenghi, Bolondi, Lino Battini, James Copelli, Bruno Pizzetti e Angelo Menozzi) (Lasagni, 1982, pag.122) ma la cosa non avrà seguito. Ma facciamo un passo indietro. È interessante notare che almeno tre persone, Aderito Pignagnoli, Gino Bedogni ed Erasmo Gelati, che erano stati “convocati” e processati la prima volta, non furono catturati la seconda volta e si sono così salvati. Gelati ha riferito che al “processo”, nella sede del CLN presso il Municipio, erano presenti anche i partigiani “cattolici” e cioè Pasotti, l'avv. Carretti e Donino Carretti, il sacrestano. La manovra di rilasciare gli arrestati sarebbe servita quindi alla parte armata della Resistenza, nella quasi totalità comunista, per poter poi agire indisturbata in un secondo tempo. Una parente di una delle vittime, qualche anno più tardi, chiese conto a Pasotti della sua partecipazione al processo cui era seguita, poco dopo, l'uccisione di queste dieci persone; Pasotti si giustificò dicendo che se non ci fossero stati loro, i cattolici, le vittime “invece di essere quindici sarebbero state trenta”.
Cercherò di tracciare un breve profilo di queste vittime. Le due figure di maggior spicco sono certamente Cesare Righi e suo figlio Giacomo. I Righi erano grossi proprietari terrieri di Campagnola. Di tradizione liberale, (Cesare Righi era stato sindaco di Campagnola nel 1919-20) come molti agrari emiliani avevano aderito al fascismo dopo il “biennio rosso”. Giacomo Righi aveva anche preso parte, assieme ad una ventina di altri Campagnolesi, alla “Marcia su Roma”. Dopo la costituzione della RSI i Righi non avevano aderito al Partito Fascista Repubblicano. Avevano anche, in un certo senso, collaborato con la Resistenza: Giacomo aveva infatti tenuto nascosto in un sottoscala di casa sua il già citato Angelo Menozzi che era ricercato attivamente dalla Brigata Nera come capo partigiano (mentre la moglie di Giacomo gli portava da mangiare nel nascondiglio). Quando vennero a prelevare suo marito e suo suocero la seconda volta, la moglie di Giacomo Righi, sperando in un aiuto, si rivolse al Menozzi che le disse che non c'era da preoccuparsi, che ci avrebbe pensato lui e che i partigiani erano tutti bravi ragazzi: non avrebbe più rivisto i suoi cari neanche da morti.
Altro personaggio di rilievo, in questo gruppo, è il notaio Pietro Mariani. Ormai anziano, era stato sindaco liberale di Campagnola nel 1915 e aveva poi aderito al fascismo diventando anche podestà e segretario del fascio tra la fine degli anni '20 ed i primi anni '30. Carlo e Vittorio Bizzarri e Gastone Pecorari, assieme ad un'altra dozzina di campagnolesi, erano stati inquadrati nella Guardia Nazionale Repubblicana, nell'ultimo periodo della guerra. Nessuno ha mai spiegato come la scelta sia caduta proprio su di loro ma, soprattutto, perchè sia stata uccisa la moglie di Carlo Bizzarri, Maria Bocedi; molto probabilmente il motivo è che avrebbe riconosciuto chi aveva prelevato suo marito. Carlo Bizzarri e sua moglie lasciavano due bambini di 5 e 7 anni. Vittorio Bizzarri lasciava solo al mondo (la moglie era morta durante il parto) un bambino di tre anni, Giampietro, che io avrei ritrovato dieci anni più tardi come compagno all'Orfanatrofio di Reggio. Savino Bolognesi era il daziere di Campagnola e sarà stato giustiziato come “servo dello Stato fascista”. Ezio Siligardi aveva la “privativa”, era stato certamente fascista, nei suoi confronti era stata anche formulata, negli ultimi tempi della RSI, la solita accusa di fare la spia. Giuseppe Campadelli era di una famiglia contadina della zona del Castellazzo; socialista, negli ultimi anni si era iscritto al partito fascista con l'idea, mi hanno detto, che questo gli avrebbe facilitato l'assunzione di qualche carica nella amministrazione del Caseificio del Castellazzo.
Ottavio Tonini e sua moglie, con i figli più piccoli, stavano scappando su un carretto; vennero fermati e, dopo aver messo da parte i figli, portati a Novellara e qui uccisi. Anche in questo caso, se Tonini aveva delle responsabilità, non si capisce perchè abbiano ammazzato anche la moglie; è probabile che valga lo stesso discorso già fatto per la moglie di Carlo Bizzarri. Tonini era l'uomo di fiducia del notaio Mariani di cui ho parlato più sopra; era anche accusato di aver preso parte all'uccisione di un postino antifascista di San Ludovico, crimine che avrebbe anche confessato dopo adeguato “interrogatorio” (a me vengono in mente i processi staliniani dove l'imputato finiva sempre per autoaccusarsi di qualsiasi colpa gli fosse stata attribuita).
La famiglia Lodini era una famiglia di fascisti. Il padre, Silvio, oltre ad essere esponente del partito a livello locale, era anche direttore del carcere di San Tommaso a Reggio; aveva quattro figli: Alberto, tenente della Brigata Nera, Secondo, Dino di 18 anni e Maria di 12 anni. Alberto Lodini era particolarmente ricercato dai partigiani di Campagnola perchè accusato di aver partecipato al rastrellamento che si era concluso con l'uccisione di tre civili innocenti il 15 Aprile (e di cui ho già detto sopra). (Alberto Lodini sarà catturato verso il 20 di Maggio ma il Comando Alleato impedirà che fosse giustiziato a furor di popolo; vedi anche Baraldi, 1976, pag.84 e 1985, pag.79). Con l'approssimarsi della caduta della RSI, mentre Silvio e Alberto erano aggregati ai loro reparti, la moglie di Silvio ed i due figli minori erano scappati verso Nord per sottrarsi alla prevedibile vendetta contro le famiglie di fascisti. Si era ormai ai primi di Maggio e la guerra era finita dappertutto; dopo essere giunti sino a Cremona i tre non sapevano più dove andare. Pensando che a Campagnola la situazione si fosse normalizzata, decisero di rientrare alla loro casa. Vennero avvistati da una pattuglia partigiana dalle parti della Fiuma mentre tornavano a piedi; furono caricati su delle biciclette e portati in piazza a Campagnola dove ci fu un primo tentativo di linciaggio da parte della folla nel frattempo avvisata. I tre catturati vennero portati nella prigione del CLN nel retro del Municipio, le due donne in una cella e Dino in quella accanto. Dino venne “interrogato” per diverse ore mentre sua madre e sua sorella ascoltavano quello che accadeva dalla loro cella. L'indomani la madre di Dino udì un capo partigiano che diceva: “Le due donne no, ma Dino sì ”, era la sua condanna a morte. Dino Lodini venne ucciso, il suo corpo fatto sparire e mai più ritrovato; era poco più di un ragazzo, aveva 18 anni e mezzo, e la guerra era già finita da due settimane; a sentire questo storia mi sono convinto che si sia trattato di una vendetta trasversale, in puro stile mafioso, visto che non erano ancora riusciti a mettere le mani su suo fratello Alberto.
Negli stessi giorni, in piazza a Campagnola, i partigiani uccisero l'odiato Comandante della Stazione della Brigata Nera di Novellara, il maestro Lino Bergamaschi (Ghèba). Ghèba venne trascinato in catene tra due ali di folla inferocita, che gli sputava addosso e lo picchiava, e poi finito a bastonate sulla stessa piazza. È un vero peccato che lo storico “ufficiale” Zambonelli e gli altri autori che hanno scritto di quel perido a Campagnola si siano “dimenticati” di tramandare ai posteri questo “glorioso” episodio della Resistenza.
7 Dopo il Maggio '45
Dopo i tragici giorni di fine Aprile e dell'inizio di Maggio però le eliminazioni non sono finite. Il 7 Giugno tre partigiani di Campagnola, Valla, Pizzetti e Bellesia, si presentano a casa del dott. Pietro Gaioni a S.Biagio, in provincia di Mantova, dove egli abita da quasi vent'anni essendo il medico condotto del paese. I tre arrivano che il dottore è fuori in visita; quando torna viene invitato dai tre partigiani a seguirli perchè, gli viene detto, deve testimoniare in un processo a Reggio. Gaioni verrà invece consegnato ai suoi giustizieri e ucciso; il suo corpo non sarà mai più ritrovato. Come mai il dott.Gaioni venne ucciso così “tardi”? La versione ufficiale è che se lo erano dimenticati ! Ma se aveva commesso dei crimini fascisti, non sarebbe stato più logico che a giustiziarlo fossero stati i partigiani di San Biagio ? È vero invece che, per evitare che qualche sconsiderato potesse approfittare del periodo particolarmente turbolento, gli stessi partigiani di San Biagio avevano offerto la loro protezione al dott. Gaioni. È molto probabile, tra l'altro, che Gaioni non fosse la vittima designata e che sia stato ucciso per un tragico scambio di persona.
Il 4 Dicembre del '45 era una domenica e Natalino Lodini stava ritornando in bicicletta da Rio Saliceto dove era stato a “moroso”. In località Santa Giulia venne fulminato da alcuni colpi di fucile sparati da dietro una siepe. I carabinieri fecero delle indagini, ormai la guerra era finita da quasi otto mesi, ma non approdarono a nulla. Secondo suo nipote la “colpa” attribuitagli era che stava aiutando il nipote Alberto Lodini, in carcere a Porto Azzurro, tenendo per lui i contatti con l'avvocato per il processo che doveva subire.
La lista si chiude con l'uccisione del capitano Mirotti, appena rientrato in paese per una breve licenza, il 20 Agosto del '46. Su questo episodio sono stati scritti addirittura due libri (Baraldi, 1985; 1988) per cui non c'è molto da aggiungere. Voglio solo ricordare come anche in questo caso si siano dette delle falsità di comodo, ad esempio, che Mirotti era un ex-miliziano fascista della guerra di Spagna e che per questo era stato ucciso. Mirotti era un ufficiale dell'esercito italiano e il suo reparto aveva fatto parte del corpo di spedizione italiano spedito da Mussolini in aiuto di Franco nella guerra di Spagna. Poteva questo fatto giustificare una sua condanna a morte ? Si sarebbero forse dovuti uccidere tutti i soldati italiani che avevano fatto parte dello stesso corpo di spedizione ? Vorrei accennare al fatto che alla guerra di Spagna, sempre dalla parte fascista, aveva partecipato, come ufficiale dell'esercito italiano, anche Davide Lajolo (Lajolo, 1964); dopo l' 8 Settembre Lajolo passerà con la Resistenza diventando capo partigiano con il nome di Ulisse e, dopo la guerra, sarà parlamentare comunista e direttore dell'Unità. Con lo stesso metro usato per Mirotti si doveva forse giustiziare anche Davide Lajolo ? In effetti, la decisione di uccidere Mirotti sembra essere scaturita da un motivo molto più banale. C'era stato un diverbio, con qualche minaccia, quello stesso pomeriggio nella sede del CLN tra il Mirotti ed alcuni ex-partigiani. Fidando nell'impunità che li aveva sino ad allora assistiti, gli ex-partigiani decisero di vendicarsi. Le cose poi andarono diversamente dallo sperato ma per questo rimando ai già citati libri di Baraldi.
8 Conclusioni
Se ripenso oggi alle vicende che ho cercato di raccontare, la cosa che più mi colpisce è vedere come la “Resistenza Ufficiale” abbia cercato di rimuoverle dalla coscienza storica, di stendere su di esse un velo pietoso, per far passare invece una rappresentazione oleografica secondo la quale la Resistenza è stata tutta buona, generosa, eroica e disinteressata (ed il libro di Zambonelli costituisce proprio un esempio di questo tipo di rappresentazioni).
Di questi morti qualcuno ha detto: “Erano fascisti”. Ma io non penso che i partigiani si proponessero di eliminare tutti quelli che erano o erano stati fascisti, altrimenti sarebbe stata una strage (anche nelle loro fila!).
Qualcuno ha detto: “C'era la guerra”. Ma a Campagnola i due terzi delle vittime sono state uccise dopo la fine della guerra. Per la Provincia di Reggio, un computo della già citata Associazione di famiglie delle vittime indica che oltre l'85% delle uccisioni avvenne nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione. Per giustificare queste uccisioni è stato fatto anche il tentativo maldestro, da parte dell'Anpi, di “spostare” la data della fine della guerra all' 8 o al 10 di Maggio ma è un'operazione di falsificazione della Storia che si qualifica da sola.
Qualcuno ha detto: “Una guerra così crudele non si poteva pensare che finisse da un giorno all'altro”. Va' bene, c'erano dei conti da regolare, ma perchè non è stata fatta neanche una parvenza di processo con regolare condanna e, soprattutto, perchè sono stati poi nascosti i corpi delle vittime ? Qualcuno ha detto: “Ma non c'erano solo i comunisti”. È certo che a Campagnola il “braccio armato” della Resistenza, quello che compì le 27 esecuzioni, era composto nella quasi totalità da comunisti. Basta controllare l'elenco dei partigiani a pag.145 del libro di Zambonelli (pubblicato a cura dell'Anpi). I comunisti si sono sempre vantati del contributo prioritario dato alla Resistenza armata; cercare di scaricare delle responsabilità su altre componenti politiche quando si tratta di pagare dei conti con la Storia sembra un'operazione davvero meschina. È il caso di sottolineare poi che anche la dirigenza del CLN, a Campagnola, aveva una composizione perlomeno “strana”: infatti, mentre il rappresentante comunista era Basenghi e quello democristiano era Pasotti, il rappresentante “socialista” era Galliano Carretta, notoriamente comunista (Zambonelli, 1984, pag.82).
Volevo ritornare, prima di concludere, sulla questione “soldi” che, secondo alcuni dei miei testimoni, rappresenta una delle principali chiavi di lettura di molti degli avvenimenti riportati, soprattutto dell'immediato dopo-Liberazione. È certo che molti agrari di Campagnola, che avevano avuto grosse responsabilità con il fascismo, si sono salvati perchè hanno pagato (tra le 27 vittime solo i Righi appartenevano alla classe dei “padroni” e di loro mi è stato detto che “... non volevano pagare”(!) mentre tutti gli altri erano operai, come mio padre, impiegati, piccoli bottegai, ecc.) È anche vero che, nell'immediato dopoguerra, in un periodo di miseria nera per le classi popolari, alcuni ex-partigiani di Campagnola hanno dimostrato di godere di una discreta, ed improvvisa, fortuna economica; in questo senso, secondo un testimone di quel periodo, si spiegherebbe anche l'uccisione dei due fratelli Zulini, partigiani, che aveva lo scopo di eliminare testimoni scomodi di “prelievi” ed “espropri” i cui proventi non erano poi finiti nelle casse comuni della Resistenza.
Nota. Essendo nato nel Luglio del '45, ho potuto scrivere queste pagine solo sulla base di testimonianze di altre persone; tra le tante che ho raccolto, particolarmente importanti sono state quelle di: Dante Corradini, Umberto Righi, Tina e Mirello Nicolini, Maria e Alberto Lodini, alcuni componenti della famiglia Rustichelli, Egidio Baraldi e Teresa Ferrari.
9 Bibliografia
1. Baraldi, E., 1976,
Ricordi di un partigiano, Tecnostampa, R.E.
2. Baraldi, E., 1985,
Nulla da rivendicare, Tecnostampa, R.E.
3. Baraldi, E., 1988,
Il Delitto Mirotti. Ho pagato innocente, Tecnostampa, R.E.
4. Bolondi, R., 1979,
Campagnola Emilia. I Caduti per la Libertà, Tecnostampa, R.E.
5. Fanti, L., 1990,
Una Storia di Campagna. Vita e morte dei fratelli Cervi, Camunia, Milano
6. Lajolo, D., 1964,
Il Voltagabbana, Il saggiatore, Milano
7. Lasagni, M., 1982,
Gli anni del pane e della terra, Tecnostampa, R.E.
8. Zambonelli, A., 1984,
Antifascismo e Resistenza in un paese della “Bassa”: Campagnola Emilia (1919-1945), Tip. Lugli, Rolo (R.E.)
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Elenco cronologico delle cosiddette “Vittime Civili di Guerra”
6.11.1944:
1) Copelli Alberto, n.18.8.1889, ucciso a Campagnola
2) Carpi Roberto, n.26.10.1889, ucciso a Campagnola
1.1.1945:
3) Bassoli Anna, n.22.3.1924, uccisa a Campagnola
10.3.1945:
4) Ghidini M.Domenica, n.13.6.1926, uccisa a Rio Saliceto
5) Nicolini Marisa, n.1.2.1927, uccisa a Rio Saliceto
6) Nicolini Umberto, n.2.10.1885, ucciso a Rio Saliceto
7) Parmiggiani Flavio, n.18.4.1904, ucciso a Rio Saliceto
16.3.1945:
8) Gasparini Probo Carlo, n.13.10.1894, scomparso
9) Maccagnani Pierina, n.18.9.1913, scomparsa
24.4.1945:
10) Zulini Francesco, n.4.4.1925, ucciso a Fosdondo
11) Zulini Ottorino, n.4.1.1908, ucciso a Fosdondo
28.4.1945:
12) Bizzarri Carlo, n.17.1.1912, scomparso
13) Bizzarri Vittorio, n.16.4.1916, scomparso
14) Bocedi Maria, n.8.10.1917, scomparsa
15) Bolognesi Savino, n.28.4.1904, scomparso
16) Campadelli Giuseppe, n.13.10.1894, scomparso
17) Mariani Pietro, n.1.12.1884, scomparso
18) Pecorari Gastone, n.27.9.1904, scomparso
19) Righi Cesare, n.1.7.1880, scomparso
20) Righi Giacomo, n.9.9.1902, scomparso
21) Siligardi Ezio, n.6.6.1889, scomparso
primi di Maggio '45:
22) Storchi Incerti Ione, n.31.8.1898, uccisa a Novellara
23) Tonini Primo Ottavio, n.8.1.1899, ucciso a Novellara
24) Lodini Dino, n.11.7.1926, scomparso
dopo il Maggio '45:
25) Gaioni Pietro, n.14.4.1895, scomparso il 7.6.1945
26) Lodini Natalino, n.19.7.1903, ucciso a Campagnola il 4.12.1945
27) Mirotti Ferdinando, n.29.3.1912, ucciso a Campagnola il 20.8.1946
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