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Stiamo distruggendo la personalità dei nostri ragazzi

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaColloquio con Giulio Ferroni di Errico Novi
Tratto da cronache di Liberal del 27 marzo 2008

Nel 1997 Giulio Ferroni era preoccupato per la «disgregazione» del sistema formativo, per le deboli proposte di riformarlo, e pensò di lanciare l’allarme con un libro, La scuola sospesa.

Dopo oltre dieci anni l’italianista della Sapienza è inquietato per le «incredibili modificazioni che sono intervenute nella società» e di fronte alle quali «la scuola italiana di oggi è subalterna». Così Ferroni non ha esitato quando i colleghi del "Gruppo di Firenze" gli hanno chiesto di sottoscrivere la lettera aperta sul merito e la responsabilità. Pur consapevole che «in Italia le posizioni critiche vengono sempre ricollegate a uno schieramento politico, suscitano letture dietrologiche irrefrenabili».

Se pure non sarete accusati di questo vi attribuiranno la pretesa di cambiare il mondo a partire dalla scuola.
«Ma è il mondo che è cambiato senza che la scuola sapesse adattarsi. La politica non è mai intervenuta per aggiornare il rigore e la severità dell’istruzione rispetto ai modelli che hanno stravolto la nostra vita. Piuttosto si è cercata la scorciatoia dell’alleggerimento, si è data ai ragazzi l’illusione che avrebbero trovato interlocutori sempre disponibili. La riforma Berlinguer non ha fatto altro che questo. E anziché agire sulla modernità l’ha subita».

Al punto da far rimpiangere una severità che pure aveva i suoi eccessi.
«Io sono stato liceale negli anni Cinquanta, in una fase di allargamento della vita sociale. Oggi dobbiamo misurarci con problemi enormi nel campo dell’economia, dell’ambiente, dei conflitti planetari. E servono generazioni in grado di prendere di petto tutto questo. Il messaggio che arriva dalla scuola è invece l’esatto contrario di quello che serve. Bisogna partire da un’analisi sulle tendenze della società e sul modo di controllarle».

Lo strumento di questa rivoluzione è il ritorno al principio del merito.
«Che però non è una semplice questione di principio, ma è un meccanismo di difesa per preparare i ragazzi a quello che troveranno dopo. E badate che stiamo andando verso la crisi, ma di brutto».

Vi appellate ai partiti, ma ormai la politica non sembra avere sufficiente autorevolezza per pretendere che i giovani e le loro famiglie rispettino i principi del merito, della responsabilità.
«Ci vuole un cambiamento di prospettiva ma, come dire, è una parola: me ne rendo conto. La crisi della democrazia consiste proprio nello stridere tra la tentazione di soddisfare gli elettori in tempi immediati e l’urgenza di scelte impopolari, concepite sul lungo termine. In Italia però è tutto ancora più difficile. In altri Paesi, persino in Spagna, esistono valori comuni che mettono d’accordo tutti. Noi seguiamo sempre la logica degli opposti schieramenti. E partoriamo politiche dell’istruzione a effetto, utili al consenso immediato».

Ce l’ha con tutti, pare di capire, non con qualcuno in particolare.
«La riforma delle ”tre i” è stata esiziale, ma sappiamo bene cosa c’è dall’altra parte: la solita lamentela sulla centralità dello studente».

A parte la ricerca della suggestione c’è anche un altro ostacolo: una riforma seria costa.
«Basta guardare in che stato di squallore sono ridotti certi edifici. E ridare prestigio all’istituzione passa anche per un recupero del prestigio sociale degli insegnanti. La politica ha ritenuto che il ruolo di professore servisse solo ad accontentare intellettuali che non hanno avuto successo, e per questo si è dimenticata della loro dignità. Le risorse per migliorare la loro condizione vanno assolutamente trovate nelle pieghe del bilancio dello Stato, pieno di spese inutili».

Seppure avessimo un personale meglio attrezzato resterebbe il problema della ricettività degli studenti. Così distratti da altre sollecitazioni e da tanti disvalori da sembrare spesso irrecuperabili.
«Ai docenti bisogna fornire anche le conoscenze per entrare nel mondo mentale dei ragazzi. Perché sappiano raccontare i Sepolcri di Foscolo giocando sull’immaginazione. D’altra parte so bene che non è solo una questione di pedagogia astratta, ci vuole anche la capacità del singolo insegnante nel trovare di volta in volta espedienti diversi. Tutto è più semplice se ai professori si restituisce prestigio e li si sottrae all’oppressione della burocrazia».

Usciti dall’aula i ragazzi sono bombardati da comunicazioni non esattamente rassicuranti.
«E sono fuorviati da genitori che spesso si riducono a fare da sindacalisti, a prendersela con il professore. Come se non bastassero le inutili assemblee d’istituto a cui per giunta non partecipa quasi nessuno. Per non dire delle gite».

Ecco, professor Ferroni: come fa la scuola a fronteggiare tutto questo?
«Deve reintrodurre la severità in certi passaggi, come l’esame di maturità. A Fioroni va riconosciuto di essersi posto il problema, di aver preteso una preparazione più vasta, che non si riducesse a una comoda tesina. Questo ministro ha cercato anche di battersi contro l’idea che in classe si pensi a tutto fuorché alla conoscenza, con il divieto dell’uso del telefonino, per esempio. Poi bisogna vedere quanto la regola sia osservata».

Altri interventi immediati senza i quali passerete a forme di protesta più plateali.
«Non ha senso la disponibilità a tutte le offerte della cultura di massa. Va bene la musica, il cinema, ma com’è possibile che al Giulio Cesare invitino Federico Moccia, con quello squallido film? Perché della cultura contemporanea bisogna offrire gli scarti? Il nostro appello punta a ottenere da chiunque vinca almeno una presa di coscienza».

E se la politica si limitasse a fingere di ascoltarvi?
«Molte cose si capiranno dalla scelta del ministro all’Istruzione. Se venisse nominato un intellettuale al di fuori degli schieramenti sarebbe un buon inizio. Altrimenti cercheremo il massimo dell’adesione al nostro appello per avere una voce più forte».


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